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Full text of "Memorie della Carnia di Angelo Arboit"

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MEMORIE 
DELLA 

CARNIA DI 
ANGELO 
ARBOIT 



Angelo Arboit 



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MEMORIE DELLA CARDIA 



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Di gilized by G oogle 



MORII DILLI m\\i 



ANGELO ARBGIT 



Volumti unico 




1871 



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(Esclusiva proprietà letteraria dell' autore) 



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A VOI 

MIEI BUONI E CARI GENITORI 
QUESTO LIBRO 
CONSACRO 
SEGNO DI ETERNA GRATITUDINE 
PER L' ISTRUZIONE 
CHE 

CON INCREDIBILI SACRIFICI 
M'AVETE 

TRA MILLE DIFFICOLTÀ PROCURATO. 

POSSANO ALTRI PARENTI 
IMITARVI : 



LETTERA 

U Prof. (ì. «ccioni-Bdiiaffgns 



Proemio e Conclusione 
Min Caro Beppi! 

Avvezzo a farli parte delie mie imprimimi, 
parrebbemi dimezzata il piacere- <!' ima mia gita 
in Gamia, se non lo rliriilesH con le. 

Dòtti quindi la pazienza di leggerne la lunga 
e particolareggiata descrizione nelle pagine eh- fi 
premilo come pegno della nostra amicizia. 

Tu sai gitili pensiero mi movimi? a cisilurr la 
Corina. 

Quell'alpestre reijionc ultimo lembo italico della 
Provincia friulana, è poco nota fra noi, e i geografi 
ci fanno grazia, nominando appena le me Alpi- 
no coluto riparare in qualche modo i torti 



altrui, prendendoli' a lenta di quiriti mio toh/metto '). 

Se ci sia rimalo, o meno, sp.'iia a te giudicare. 

Lanciando alla Statisliai, all'Economia pubblica, 
e, ad altre Scienze il compilo di trattar seriamente 
certe, gravi quistioni che la rìst/nardann, io mi sono 
limitato a notare tutto ciò che ho credulo degno di 
considerazione; e parrai di non aver dimenticalo 

Ho toccato infatti della storia, della geografia, 
della statistica, della topografia, dell» iradiiinni. 
delle leggende, dei costumi, e, di molte altre, cose 
che. alla Gamia si rifesii>cono. 

Tu mi vedrai insistere particolarmente sulla 
necessità d' un istruzione che non sia illusoria ; 
e perckè? Perchè ho il courinrimento che la prospe- 
rità vera della nostra Patria dipende solo dall' i- 

Alpl Gamiche. Pjj lyrfN' ■: . * ,wi .'.rjr farcitimi dnll'tgragi* 
yi'inii* ji'.gnvr iti!!, p .lica.-ì, * Antign. h ■ '■,r. , r.j //.-i,/ p?-irtt .Uti' >n\-: iute 
ifilMliK.'w. Quii 11) -1 rinjrMJiarr t,tn, , t nStt, pMlìwwlill. 



2 



straziane,, e dalla eoliaeguei'tr edarazìone del fri- 
volo. 

I Cor nielli , in generale., sono gente sveglia, 
operosa, intraprendente, ma il loro sviluppo fisiro 
f intellettuale si deve più presto alla natura e al 
cielo ehe li favoriscono, di quello the all' istruzione, 
la quale, tranne i luoghi da me segnati, è assai 

Esaminandi! sitpi'rfb.-j.aliiienti' la statistica si di- 
rebbe che tulio m a meraviglia, giacchi non e' è 
fra i trenta, un solo comune eh" non abbia almeno 
una scuola : ma in questa, come in mille altre cose 
della vita umana e soriale, 1" apparenza inganna. 
Io mi sono persuaso che. qui. come in molti altri 
luoghi d' Italia ria me risitati, I' istruzione prima- 
ria non darà i benefici reali che. se n'aspettano, 

H .SVWwne, pur non iner tfji." u h itilriu vivimi p vil.n 
wuife, pure h> roceilli inrm-ni.mi r -.'«ti ùimri. vii lunghi, fin putrir 
parlari tu mjJi&iiiK ili cura. . ; f il' wiriHiw Dlfn, i al jiì/i illefl martiri, 
tulli gli olili poemi pxi. ;: ■■: . ivnrii. .1 .in: ,1-ih.jh.j, o non raglino 



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se non muga più efficaan/enie sorvegliata, che oggi 
(incora non fin, da parie del Governo, 

Credi bene- che te ispezioni annuali, a straor- 
dinarie, non approdano a nulla dì sodo. 

Le visite dei Pror.ceditnri agii studi, pei- quanto 
Simo illuminati e. zelanti, come nel caso nostro, 
facilmente ai paralizzano. 

I Consigli comunali colle loro lesinerie, e te 
popolazioni da essi rappresentate coli' avversarne 
per oyni genere dì ciriltà, cospirano a far abor- 
tire in germe le più utili istituzioni. 

Parlo per esperienza. 

La votata obbliga lori «tà dell' istruzione rime- 
dìe-rà in parte ai mali effetti dell' inerzia paesana; 
ma le indocili e prave inclinazioni fomentate dal- 
l' ignoranza e da< j;reijì:idizi .«iranno assai difficili 
a sradicare nel popolo. 

Amante della libertà, più che altri mai, ma 
esperto del mondo e della natura umana, posso 
dire francamente, che l' istruzione lasciata in balia 



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dei comuni, senza un' iixjzrenza 'ittica, incensante, 
illuminala, da farle dello Stata, ripimnhnebbe 
f Italia nell' antico caos, o ne fartbbe, quanto al 
morate, tm abito d' arlecchino., 

V intervenga quindi la mano del Governo, 
prussianamente forte, e senza cerimonie. Perchè 
la legge «'obbligatorietà non dovrebbe esten- 
dersi anche agli adulti? 

Se io fossi il Ministri) Correnti, (T Italia fa- 
rebbe tm brutto cambio, ma si dice, pur dire,) ema- 
nerei un editto concepito in questi sensi: 

Articolo unico: 

«Il Comune, che, passato un anno, im mese, e 
un giorno, lase.ierà presenitirsi lilla coscrizione, dei 
giovani, e alle nozze, dell? fanciulle che non sap- 
piano scrivere nell' awiiirofi il loro nome, pagherà 
all' Erario pubblico tante migliaia di lire quanti 
saranno gli analfabeti che si presentano.» 

È certo che prima d' un anno i Comuni avrebbero 
provveduto al modo di non lasciarsi cogliere in fallo. 



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i quattro Maestri governativi sie-no pure ispettori 
ordinari delproprio Mandamento, (muti a visitarne 
te scuole due volte il mese, e a riferirne all' Ispet- 
tore provinciale. 

Sulla fine di notata semestre ogni maestro 
abbia dal R. Provveditore agli Studi un ordine 
del giorm, di lode o <ti biasimo, secondo i meriti, 
e. al caso, un premio o nna punizione. 

Torno a ripetere che senza un esatta control- 
leria in materia di studi non si riesce a buon 

Mi sono poco occupato in questo libro dell' a- 
gricoltura, perchè non avendo la Carnia che ima 
quaranlesima parte de' suoi terreni coltivabile, non 
potrà mai aspettarsi dall' agricoltura dei grandi 
vantaggi. Rivolgendo invece le sue cure alle selve 
cke coprono 29,490 ettari, e ai prati e pascoli, 
che si estendono per una superficie di 53,565, di- 
venterà uno dei paesi piii floridi. 

Riguardo all' industria c' è molto ancora a 



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desiderare, e. il commercio si tornio anch' esso, 
ansai modestamente, al legname. La Carnia per- 
ciò ha li' «Ppo d' un impulso che lo spinga acauli, 
le bisogna un interesse. Un allenamento che (reni 
l'emigrazione, e acerete/i h forze del paese, al (/Ha- 
te non mancano ''ertamente uè gl' ingegni, né ol>r> 
elementi di pubblica prosperità. 

L' istruzione e l' educazione del popolo faranno 
il resto. 

Se franerai che ho detto male di qualche luogo, 
non attribuirlo a passione, ma a desiderio di ri- 
sarò contento di rifare il mio giudizio pubblica- 
mente subito che i fatti mi dieno torto. 

Per ora molta parte dì quell'alpestre popola- 
zione è tuttavia superstiziosa, ignorante, e assai 
lontana da ogni progresso civile ; sebbene il prete 
eamico non sia in generale, ne impostore, ne fac- 
cendiere , nè intollerante, come in certi altri 
paesi. | 



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autorevole,, e upermissimo, li aiuterà ad avverare 
le laro giuste aspirazioni. 

Il cielo vsmiilimi undici brava gente! 

E tu vaglimi tiene, che io ti sono 




Udine, ti 10 moggio 1871. 



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MEMORIE DELLA C ARNIA 



Toloiezzo. 

Era il ili agosto del 1870, giorno di festa per 
tutto il mondo catolico, e di solennità dinastica 
per la Francia imperiale. Quel di io mi trovava 
a Tùlmezzo, capoluogo della Carnia. 

Le briose figlie (ielle alpi, sulle cui guancie 
spiccavano i colori di" 1 ! figlio a d^lla rosa uscivano 
in sulla sera a passeggiare, e rallegravano i cuori 
coli' amabile loro cinguettio. Pulite nelle vesti, 
graziose nei modi, erano cosi vispe, che parea 
movessero a danza. Si comprendeva facilmente 
eh' esse non si davano alcun pensiero di ciò che 
poteva decadere a Wòrt e a Wissemburgo. né 
prevedevano certo il disastro dì Sèdan. Povera 
Francia ! . . . 

Quando due popoli si stanno di fronte, I' un 
contro l'altro armati, è impossibile che il nostro 
animo resti neutrale. La natura non ammette diplo- 
mazia e ci dichiariamo li sol fatto per uno dei due. 



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Quel di io m' era bello e deciso in favore 
dulia Prussia. Le smargiassate dei Francesi, e la 
politica insolente e vanitosa dei loro ministri, 
stereotipate nel famoso joinnìs di Rouher e nelle 
provocazioni di Cassagnar. m'avevano fallo nascere 
il desiderio che fosse data alla Francia una buona 
lezione. E molli italiani sì sarebbero alleati col 
diavolo per fargliela toccare. Le nostre simpatie 
erano quindi per la Prussia che s' era incaricata 
di farle da maestra. 

Oggi però quella lezione ha oltrepassato ogni 
limite, e la divina Provvidenza che s' è messa al 
servizio di Re Guglielmo sembra troppo crudele. 
Per quanti peccati pesassero sulla Francia, do- 
vrebbe già averli scontati. Perciò molti le tornano 
amici, e protestano contro la temuta prepotenza 
del vincitore, (1) 

Ma il 15 agosto passeggiando per le vie e per 
le due piazze di Tolmezzo non si poteva aste- 
nersi dall' approvarli la oiwi.'iwanza dei tolmezzini 
che disputando animatamente sulle cose politiche 
propendevano per la Prussia. 

— Vedi? mi diceva un amico, fin quassù tra 
le alpi è venuta a ficcarsi la politica ! 

— Bella scoperta ! risposi. I tolmezzini l' hanno 
per eredità la passione politica. Fin dai tempi di 

(1) Era voce che volesse intervenire anche in Italia, 
contro la liberta naiionala. 



— 11 — 

Cesare erano gente temuta, e i Patriarchi di 
Aquileja, principi sovrani del Friuli, gli ebbero 
sempre in grande considerazione, di modo che 
nulla d' importante accadeva nella provincia, senza 
il loro intervento. 

— Io mi ricordo, aggiunse un vecchio nona- 
genario, che sotto la Serenissima, T dimezzo era, 
come si direbbe, autonomo, con prerogative quasi 
sovrane. S. Marco, succeduto ai Patriarchi, prin- 
cipi deboli e ormai senza credito, riconobbe tutti 
i diritti e i privilegi che questi aveano concessi 
alla Carnia in tempi molto lontani, e ci lasciò vi- 
vere a modo nostro fino al 1797, epoca fatale, 
in cui cadde egli stesso fra gli artigli dell'aquila 
napoleonica appena uscita del nido. 

Cosi favellando, e camminando 
a nostro beli' agio uscimmo fuor delle mura. Il 
vecchio additandoci un' arma scolpita in pietra 
sopra la porta delia città: 

— Quest' arma, disse, è quella del patriarca 
Raimondo della Torre che sul finire del 1200 
lece inalzare queste mura. A quel tempo Tolmezzo 
non era che un mercato aperto, e la sede di un 
Tribunale erettovi mezzo secolo prima. 

— Tolmezzo non è dunque molto antico? osservò 
qui una signora eh' era nostra compagna di viaggio. 

— La città nò, rispose il vecchio ; ma la torre 
è antichissima, giacché la si dice fabbricata da 



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— 12 - 

Tulio Mezio, duce romano, onde la Terra proba- 
bilmente ha preso il nome. 

— Ma la torre non esiste più ? domandò la stessa 
signora. 

— Vedete voi In cima di questo monte? conti- 
nuò il vecchio indicandoci un luogo elevato che 
sovrasta al paese fra settentrione e levante. Se 
guardate bene infra le piante che lo coronano, 
distinguerete ancora le vestigio di quella torre. 
Più sotto poi, da codesta parte, all' altezza del 
campanile, era 1' antico castello, nel quale dimo- 
ravano i Gastaldi patriarcali. 

— Che erano questi Gastaldi? ridomandò la 
nostra compagna. 

— Erano una specie di commissari che pre- 
siedevano agli affari amministrativi e politici della 
Carnia, prosegui la vecchia guida. Vi fu un' epoca 
nella quale i rappresentanti di Tolmezzo presie- 
duti dai Gastaldi avevano diritto di vita e di morte, 
r. trattavano da tu a tu coi duchi di Carintia e d'Au- 
stria, coi re d'Ungheria e cogì' Imperatori Romani. 

Le lettere di quei Principi sono tutte dirette ai 
nobili, egregi, •prnAmiì. e mri abitanti dì Tolmezzo. 

Pare che costoro ci tenessero in alta considerazio- 
ne, o per lo menoche avessero bisogno, o paura di noi. 

Roberto duca di Baviera e re dei Romani, 
volendo far passare nel 1401 dalla Germania in 
Italia una parte del suo esercito, prega i tolmez- 
zini di non impedirglielo, assicurandoli che le sue 



— 13 — 



truppe non avrebbero recalo verun danno al paese. 
E quasi temendo che questi alpigiani gti dessero 
una negativa : ■ Vi preghiamo e desideriamo vi- 
vamente, egli scrive, che permettiate alle dette 
nostre genti di passare « vuvalit) per le. terre e 



— I lolmezzmi che non avevano voglia d i- 
nimicarselo, «li permisero di passare, ma sola- 
mente dopo ricevuta la fede che i tedeschi a- 
vrebbero pagate le vettovaglie e risparmiato agli 
abitanti ogni molestia. 

Dicianove anni dopo, cioè nel 1420, i Bar- 
gelli si diedero volontariamente, ma salvi i loro 
staluti. alla Repubblica di Venezia. 

Questo falto portò l'estrema rovina al poter 
temporale dei paiviarchi d' Aquileja. che da tjuet 
momento non ha più potuto rialzarsi. 

— Speriamo che assisterete alla caduta d' un 
altro potere ecclesiastico -civile, osservò malizio- 
samente uno della comitiva, 

— E perchè ne ? rispose il Nestore della Carni;*. 



il mio voto al nostro deputalo politico, se non 
I' avessi ci'eduto seguace di libertà e avverso a 
un' istituzione ibrida e ormai incompatibile colla 
civiltà eh' essa combatte. 



— E 



tuli: 



dono a qu 
lunque eqi 




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Quando il vecchio aveva finito di parlare ci 
trovavamo sol sito devo sorgeva anticamente il 
castello. Egli vi si era arrampicato con ima leg- 
gerezza giovanile. Avevamo di là da noi la torre 
romana, in luogo eminente, e sotto i nostri piedi 
la Terra. Il vecchio seduto sulle macerie feudali 
mi pareva l'anello di transazione fra il passato e 
il presente: mentre la signora che meravigliando 

10 sogguardava e lo applaudiva poteva darci l'idea 
dell' avvenire . . . 

Dopo un istante di muto rac- 
coglimento, il nostro canuto cicerone si alzò in 
piedi, e protendendo la destra nella direzione del- 
l' occidente ci disse: 

— Eccovi il più largo, e. direi quasi, l'unico 
gran hacino della Carnia. Lo divide a meU il "ra- 
gliamento, fiume regale che, come vedete, viene 
quasi in linea retta fin presso a Tolmezzo. poi 
si ripiega alla nostra sinistra, per ishoceare dopo 
sei o sette chilometri nella valle del Fella, cui 
foglie ingratamente il nome e V autorità, secondo 
V uso dei prepotenti. Da questo punto potete 
farvi un'idea corografica della Carnia, giacché 
tutti i fiumi di questa regione montana portano 

11 tributo dello loro acque al Tagliamento. È 
per questo che lo vedete correre si pieno e si 
maestoso. Il monte a! quale volgiamo le spaile è 
lo Strabul, sentinella avanzata della Mariana che 



— 15 - 

sorge più a oriente. Questa montagna altissima 
la cui vetta conica e brulla È teatro favoloso di 
spinti e di tregende, spesso ravvolta in ampio 
turbante di nubi, colle sue falde sporgenti, colle 
sue valanghe di ghiaie, che avete dovuto girare 
per venire a Tolmezzo, chiude oliasi del lutto 
questo vasto bacino, per modo, che entrativi non 
sapete più per dove siate venuti- Infatti per quanto 
volgiate intorno lo sguardo non vedete nn' uscita, 
e la Gamia vi sembra un piccolo mondo. 

Chi , volgendo il dorso a mattina , da sopra 
Tolmezzo s'affaccia alla gran valle dai Tagliamento, 
vede a sè dinanzi un piccolo inondo; pianure, 
colli, monti, valli, altissime alpi, e spaisi qua e là, 
prati, boschi, ghiaie, frane, brughiere, opera della 
natura e dei secoli, sulla cui scena infinitamente 
svariata sorgono di tratto in (ratio, quali macchie in 
un quadro, gruppi di case-, villaggi, chiese isolate con 
torri, ad attestar (a presenza e I' opera, dell' uomo. 

Il fiume giunlo di rimpetto a Tolmezzo sembra, 
come abbiamo detto , ritorcersi in sè medesimo 
incerlo della via che debba seguire. Non è impro- 
babile che questa conca fosse un tempo un gran 
lago come ve n'è uno più sotto, discinte poro 
più di tre miglia fi). 

Le alpi crmiii'he :xlY età ehi; precedette quelli 
del Trias erano uh' isola (T. Taramela). 



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Assoni nella contemplarne di queir immensi) 
panorama, il borgo di Tolmezzo the ci stava a 
due passi perdeva a' nostri ocelli una gran party 
del suo prestigio; tanto si scolora l'opera umana 
in faccia a quella della natura ! 

Eppure Tolmez/o non è paese da dispreizarsi (l). 
Grosso borgo ili l'orma quadri imi sia. con bella piaz- 
za nel mezzo liancheggiata da case civili, ed anche 
eleganti, lien volta la sua faccia a sera, verso la 
valle da me descritta, conio a respirare a pieni 
polmoni l'aria libera, e ventilala del Tagliamene. 
Tutto il caseggiato in generale ti dà l'idea d'un 
luogo di agiatezza e di pulizia: e (i rallegra la 
vista I' acqua limpida d'un ruscello die gli scorre . 
pel mezzo, sotto e sopra la piazza principale. 

Al sud del paese mirasi ancora la grandiosa 
fabbrica di telerie della famiglia Linussio, erotta 
un secolo e mezzo fa con bellissima simmetria, 
la quale oggidì non serve che ad uso privato e 
al lavoro di pochi telai. 

Il vecchio accennandoci quella fabbrica parve 
assai triste e: 

— Stringe il cuore, ci disse, vedere uno sta- 
bilimento che fu tanto rinomato per quasi un se- 
colo, in bella postura, ricco d' acqua o d' aria 

(1) Il comune ha 10 frazioni (Tolmezzo, Caneva-, 
Casanova, IHcrìo. biporti. Cucimi™, Tm<>. Canaan, Lo- 
reninso, Fnsen), con t.'>:ìr> ;!lìi;;inti, SPS scolari, 35 sco- 
lara (?), e 506 operai emigranti. 



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salubre, fornito a dovizia d'ogni cosa bisognevole 
(ndar sempre più deperendo per la nostra pO' 
;hezza d'animo. 

— Che e' entrate voi coi signori Linnssio? gl 
venne a dir la nostra compagna. 



Mi recenti sistemi, próvve< 
li nuove macelline, accinti 
issoldare artisti e operai , 
:ome se questa fabbrica 
centro dell' operosità e del 



e disporre ogni cosa 
avesse a diventare il 
industria carnica. <cii'i 



zione di piccoli capitalisti |trusict!uta e regolata 
da un uomo di genio, potrebbe non solo ridonare 
alle nostre manifattore, esenzialmente cantiche, 
I' antica lama, ma si ancora portar in queste no- 
stre valli quel benessere ebe da sei a settemila 
dei nostri einieraiHi vanno cercando invano niori 
di slato. 

— Sci o settemila emigranti 1 esetaitrò Giovan- 
nino. E su' quanti abitanti? 

— Su' 46,600; signore: poco meno che una 
sesta parte <St tutta la popolazione. 

— E perchè non si fa questa società? gli 
eh iesi. 

— Perché? Perchè nei nostro paese non c'è 



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— 18 — 

né unione, né fiducia reciproca, signor mio; per- 
chè l' invidia vi dissemina la discordia e il mal 
talento, e perchè gli ultimi avvenimenti politici 
v'accesero inimicizie inestinguibili, sebbene affatto 
segrete. 

— lo sono stato altre volte a Tolmezzo, gii 
dissi, e non mi sono accorto di siffatti guai. Ho 
(rovaio questi abilanli assai ^Militi e cordialmente 
ospitali, né potrò mai dimenticarmene. 

— É vero, è vero, signore; ma sotto la ce- 
nere covano i malumori o le dissensioni. 

— Questo ho trovato in pressoché tutti i 
paesi. Che volete ? Le vicende politiche lasciano 
sempre una mala coda. 61' interessi diversi for- 
mano i partiti, e la malizia dei partigiani vi soffia 
per entro; ma questa è peste comune, special- 
mente in Italia, dove lo straniero ebbe troppo 
tempo da spendere perchè non abbia potuto riu- 
scire a dividere gli animi. Ora però le lividure 
vanno sparendo, e ogni screzio sarà tolto per 
mezzo dell' istruzione. 

— Dio lo voglia 1 replicò il vecchio tenten- 
nando il capo; ma ne temo assai. Che ha fallo 
sin qui la comunità di Tolmezzo per riaccendervi 
la vita? Quali istituzioni di utilità pubblica vi ha 
fondate? Capoluogo e centro naturale di trenta 
comuni, mercato di tutti questi alpigiani che de- 
vono accorrervi da ogni parte, sede di Commisa- 
nato, di Esattorie, di Uffici forestali, abitato da 



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— 19 — 

persone civili ed agiate, Toimezzo s'è adoperato 
assai poco per mettersi al punto di trarre il mag- 
gior profitto possibili: dalla sua posizione e ricon- 
quistare la già perduta importanza. 

Voi mi parlate d' istruzione. Noi non abbinino 
qui che due scuole elementari, una pei masclu e 
una per le femmine, proporzionatamente meschine, 
mai pagate, mal sostenute, poco frequentale, non 
una scuola tecnica, non tina classe ginnasiale. E 
siamo a cinquanta chilometri da Udine, capoluogo 
della nostra provincia ! 

— Sicché la gioventù carnica crescerà sii 
senza coltm-a vegetando come gli aheti delle 
vostre selve? osservò Giovannino, il mio compagno 
di viaggio. 

— La gioventù povera, sissignore, aggiunse 
il nonagenario. Quanto ai signori è un altro af- 
fare. La maggior parte di essi, n mantiene in 
casa dei maestri fatti venir dal di fuori, o manda 
i fieli agli studi fuor di paese: sicché i giovani 
di huooa famiglia si ponno dire istruiti ed anche 
in generate bene educati : la qua! cosa avviene 
specialmente delle nostre figlie, che, quanto a 
istruzione e a gentilezza, non la cedono a quelle 
delle più grandi città. 

È vero, gli dissi. Almeno per questa ragione 
i loro padri meritano di essere iodati. 

— D' iniziativa individuale non mancano, con- 
tinuò il vecchio; ma se questi signori unissero 



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— 20 — 

le loro forze e te dirigessero ad uno scopo co- 
mi! ne quanto più non ne guadagnerebbe il paese'? 
li ai lempo stesso quanti risparmi non si fareb- 
bero ? Ma come vi dicevo dapprincipio v' è uno 
spirito di dissoluzione nella nostra piccola società, 
lì per questo die quella povera fabbrica (e ac- 
cennava .ilio stabilimento Linussioj giace da tanto 
tempo muta ed inoperosa. 

Decisamente il nonno filava sii questa idea, e 
voleva farcene interessare. 

— E con vi arride speranza di rivederla in 
attività? domandò con gentil premura fa moglie 
di Giovannino. 

— Chi sa ? rispose il vecchio. Io sono coi più 
sulla tomba, ma non dispero ancora del tutto. 
Presentemente le idre corrono colla celerità del 
telegrafo e potrebbero appigliarsi a tali die aves- 
sero volontà e mezzi di attuarle, Il nostro depu- 
talo G ha mostratu un grande interesse anche 

per questa Fabbrica. Egli e come privato, e come 
persona pubblica, ha grandi mezzi di poterci gio- 
vare. Chi sa? ... 

Il sole era presso a nascondersi 
e le ombre cominciavano a cadere di là dai monti 
di Ampezzo coprendo tutte le valli. Era uno di 
quei tramonti che raramenle si veggono fuor della 
Carnia. Le nubi somiglianti a lina lanugine tinta 
di porpora e di indaco, cambiavano gradatamente 



— 2i — 

figura e colore, e presentavano un curioso con In- 
sto col verde cupo dei boschi. Le ombre faceva no 
maggiormente spiccare le ossature dei monti che 
vanno abbassandosi fin presso le ghiaia del ra- 
gliamento e disegnavano distintamente le Talli. 
Illuminati dagli ultimi raggi del sole noi eravamo 



tona pianura. Ammiravamo in silenzio quella 
splendida scena, e ci pareva che il maggior astro 
lasciasse a malincuore questa conca erbosa e fio- 
rita, dove' sembrava essersi mollemente riposato 
durante ii giorno da lunghissimo viaggio. 

infantile la nostra amica, salutandolo della mano. 

Ed egli maestosamente avvolto nel suo drappo 
di nubi ch'era allora d'un rosso infuocato, scen- 
deva dietro le Alpi del bellunese. 



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n. 



In po' di eorograGa. 

Eravamo in piedi sul prato, disposti ad in- 
camminarci verso Tolmezzo, quando la nostra 
guida ci domandò se avessimo ancora il pensiero 
di viaggiar tutta la Carnia. 

— Si, e più che mai, gli risposi. 

— Avete fatto il vostro itinerario? riprese. 

— A un (Appresso, ma vi pregherei di vedere 
se meriti la vostra approvazione. E gii consegnai 
ima cwta sulla quale avevo tracciato il progetto 
di quella escursione. 

Come V ebbe letto : 

— Va bene, mi disse. La Carnia, come ve- 
dete, ha pressoché la figura d' una foglia di vite, 
f tre Canali, di S. Pietro, di Gorto, e del Lumièi, 
ne sono le grandi nervature. TI Tagliamento che 
traversalmente divide la Carnia al mezzogiorno,- e 
accoglie l' acqua dei tre Canali, potrebbe essere 



rappreseli lato sulla foglia di vile da una grossa 
linea, un po' tortuosa, che venisse da sera a 
mattina, e dividessi; i suoi lembi inferiori nella lor 
maggiore larghezza per andar poi a confondersi eoi 
picciuolo. In questo figura il fiume Degano che 
bagna la valle di Gorto sarebbe, come a dire, il 
nervo principale, il lìut e il Lumiéi che gli corrono 
quasi paralleli negli altri due canali, i secondari. 

— Si ponno vedere di qui? domandai. 

— Quel ponte che scorgete alla nostra destra, 
a pochi passi fuori di Tolmezzo, è sul fiume Bui 
che scorre pe! Canal di S. Pietro, rispose il vec- 
chio ; onde vedete che la prima grande vallata è 
vicina. L'altra, che si chiama di Gorto , o 
del Degano , è subito di là da quella prima 
montagna , alla stessa mano, e precisamente in 
faccia a quel]' immenso scoglio che come un 
isolotto del Tagliamento si solleva di molto della 
pianura. 

— Quello che ha una chiesa e un campanile 
sul dorso? 

— Benissimo: è la parecchia d' Invidino. La 
terza valle poi, quella de! Lumièi. è di là dal- 
l' ultimo colle che vedete, verso occidente. 

Quasi tutta la C.trnia è dunque a settentrione 
del Tagliamento. Posta essa stessa nell' estremo 
lembo settentrionale del Frinii, è chiosa ad ovest 
dal Bellunese, a nord dalla Carinlia, ad est dal 
Fella e dalla terra dì Moggio. Chi vuol percorrere 



— Si- 
li Carnia con economia di tempo deve seguire 
appunto l' itinerario da voi tracciato, cioè visitar 
prima il Canale di S. Pietro fino a Monte Croce, 
coll'appendice dell' Incanii o, a sinistra ; poi da Pa- 



Degano dall' alto al basso, vi trovate già in faccia 
alla parecchia d' Invillino che sì vede di qui. 
presso il paesello di Villa che giace dietro la vi- 
cina costa. Da Villa poi, seguendo per qualche 
tratto b sinistra del Tagliamene si va per Val 



di scavalcar la montagna por montare a Sauris, 
avrete pressoché Unito it vostro viaggio. 
Così parlava il vecchio, e siccome : 
« Non lasciavam I" andar perdi' ei dicessi ■ 
così eravamo rientrati in Toìmezzo avanti ch'egli 
terminasse di fare le sue osservazioni. 

Quivi, prima di lasciarlo, sovvenendomi del- 
l' istituzione della Banca del popolo, fondata in 
pochi giorni in quel paese l'anno passato: 

— E questa, gli dissi additandogliela, è forse 
opera della discordia cittadina? 

— È un primo passo, rispose; chi sa?... 



Digiuni] by Cui 



IH. 

Une Santi. 

Il di seguente imboccai la valle del Bui col- 
intenzione di recarmi ad Arta. Avevo dato 1' ar- 
rivederci a Giovannino e alla sua signora, che 
insieme ad altri m'avevano fatto passare un'al- 
legra serata all' Albergo d'Italia (1), e pensatu. 
camminando, a una fanciulla savia, beila, e assai 
colta che due anni prima avevo conosciuto a Tot- 
mezzo, e che questa volta non m'era stato dato 
di rivedere. 

— Chi può conoscere a fondo tutti 1 tuoi 
pregi, o fanciulla ? . . . E non finivo di meravi- 
gliarmi die un fiore cosi gentile fosse stato edu- 
cato con tanta cura, fra quelle alpi. Gli uccelletti 
saltellando fra le siepi e le macchie cantavano 
deliziosamente ìe loro ariette mattinali, e il sole 

(1) È albergo da raccomandarsi ai viaggiatori. 
5 Memorie della Cuoia 



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— 2IÌ — 

cke aveva già compitilo il suo viaggio notturno, 
dalla cima della Mariana mandava il buon giorno 
alla natura che s' era appena risvegliata. 

Quanto più m' inoltravo nel seno di quella 
valle, tanto più andavo persuadendomi che la 
Carnia rassomiglia alla Svizzera. Dall'una e dal- 
l' altra sponda del fiume che serpeggia come stri- 
scia d'argento fra i saliceti e le ghiaie, vanno 
sii gradatamente assottigliandosi lungo il dorso 
dei monti fioriti prati e boschi assai deliziosi. 
Alla sinistra del But, sulla cima d' un alto colle 
è la chiesa di S. Floriano, alla destra non molto 
lungi da quella, sulla vetta d'un monte, la par- 
rocchia di S. Pietro, celebre pel suo Capitolo e 
per aver dato il nome a tutto il canale. Le 
due chiese coi tetti acuminati e i campanili ad 
uso germanico par che tocchino il cielo. Perchè 
nel medio evo si costruivano 'le chiese in luoghi 
eminenti, spesso lontane dall'abitato? Io stara 
cercando ima risposta alla mia domanda, allorché 
una donna che aveva deposto sul muricciuoto 
della strada il suo gerlo, forse per vedermi pen- 
sieroso, mi disse : 

— Scommelto, signore, eh' ella non sa chi 
abbia fabbricato quella chiesa lassù, e accennava 
alla chiesa di S. Floriano. 

È facile immaginarlo, risposi ; la gente di questi 
dintorni. 

— OibòI replicò la donna con un sorriso di 



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— 27 — 

compassione. Si vede bene eh' ella è forestiero 
da queste parti. 

— E cbi dunque? Ic domandai. 

— S. Floriano in persona, riprese con aria 
di autorità; o quella là, aggiunse indicando la 
pa mischiale, l'ha costruita S. Pietro. 

— Che, facevano i muratori codesti Santi? 

— SÌ, facevano i muratori, lauto per diver- 
tirsi, e lavoravano contemporanei mente. Il bello 
poi è, che avendo in tati' e dtte una sola caz- 
zuola se la buttavano da un colle all' allro a vi- 
cenda, affinchè uno non facesse maggior lavoro 
dell' altro. Cosicché le due fabbriche furono ter- 
minate quasi allo slesso punto. 

— La storia è curiosa, osservai ; ma e i vostri 
antenati che cosa facevano intanto? 

— Conducevano il materiale. Tanto è vero 
che un giorno, mentre un nostro paesano se 
n' andava sù sbadatamente pel dirupo guidando 
un paio di buoi che traevano un carro di pietre, 
questi messo il piede in fallo precipitarono dalla 

a, e ... . 

— Chi s' ha visto, s' ha visto, le feci. 

— Piò, chi s'ha visto, s' ha visto, soggiunse 
tosto la donna ; che' c' era il Santo di mezzo. 

— Ali! c'era il Santo? 

— E come! Egli si fece subito dal carradore 
eh' era rimasto li sud' orlo del precipizio sbalor- 
dito come uno stupido, e: va, gli comandò, a 



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ripigliar le tue bestie. Si figuri lei, se le bestie 
cadule da tanta altezza avrebbero dovuto esser 
virel Eppure . . . 

— Eppure? 

— Eppure, quando corse giù dalla costa le 
incontrò belle e sane eh' era una gioia a vederle. 
Si traevano dietro il loro carro e risalivano l'erta, 
come se niente fosse nato. 

— Le gran belle cose succedevano a quo' 
tempii biascicai fra me stesso; peccato che non 
abbiano più a rinnovarsi! 

— Che le ne pare eh? domandò !a donna. 

— Mi pare che S. Floriano era un gran Basto, 
le risposi ; ma un santo burlone, giacche faceva 
i miracoli così per giuoco, tanto da far restart 
un villano con un palmo di naso. 

— S. Floriano veramente, proseguì !a me- 
schina, è sopra gl' incendi, e ci difende dal fuoco. 
É per questo che lo dipingono con una brocca 
in mano in atto di versar t' acqua sopra una città 
in fiamme. 

E avrebbe continuato a parlarmene chi sa fino 
a quando, se non me ne fossi andato pe' fatti 
miei, persuaso che ì pompieri oggidì gli hanno 
tolto il mestiere. 



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IV. 

Z tiglio. 

lo seguiva sempre !a via.che per Aria e Pa- 
luzza molte poi sui confini delia Carinlia ; e giunsi 
in breve a Zuglio(I). 

È questo un paesello di umile apparenza, 
sulla destra del But, le cui poche case sono sparse 
lungo la strada, -e alle radici dei monti sovra uno 
strato protuberante di terra e di ghiaia, appiè di 
S. Pietro. Nessuno direbbe, al vederlo, che questo 
villaggio è l' unico erede legittimo della citta ro- 
mana di Giulio Carnko tanto un dì celebrata, 
sulle cui rovine egli sorge. 

È l'ironia della sorte. 

Ho veduto, molte rovine di città celebri sulle 

(1) Comune; d'i quattro Fruitimi luglio, Formeaso, 
Sena, Fielisj con 1212 alitanti, 130 scoi n ri , 102 
emigrati. 



— 30 — 

quali cresce l' erba o qualche solitario cespuglio 
di ginestra; ne ho veduto altre sulle quali ven- 
nero sovraposte città nuove, piccoli villaggi, o 
gruppi di meschini tuguri. Nel sito dove fu Car- 
tagine nulla esiste che possa attestare la gran- 
dezza passata della polente emula di Roma, tranne 
qualche cisterna rovinata. Di Alba Fucenso non 
rimangono che alcune mura pelasgichs, perché 
indistrulibili, e una chiesa costruita colle reliquie 
di tre civiltà. Sulle macerie di Marruvio, antica 
citta dei Marsi. fu costruita Valeria, e caduta 
quella, S. Benedetto, piccolo borgo presso le spon- 
de del Fucino. 

In Sardegna sparì senza quasi lasciar vestigio 
di sè la citta di Nora che, come Alba, fu temuta 
capitale di un popolo; e quella di Tharros, nella 
slessa isola, che lascia solo indovinare la sua esi- 
stenza e la sua passata opulenza dalla quantità e 
preziosità artislica dei gingilli d' oro, di perle, e di 
diaspro, che vanno scoprendosi nella sua bella 
necropoli. 

E non parlo di Pompei, di Ercolano, e di 
altre città famose distrutte dal Vesuvio, o dai 
Barbari, nè specialmente di Coma, or povero al- 
bergo di miseri pescatori ; le <juali tutte al primo 
vederle mi strinsero il cuore d'infinita pietà. 

Ma quelle rovine, quei torrioni in parte pre- 
cipitali, quelle mura ciclopiche impossibili a scas- 
sinare non che a distruggere, quel terreno guer- 



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— bi- 
nilo e misto di cocci d' urne, e musaici, que' 
luoghi stessi, e queir aria che li ravvolge hanno 
un iihe di solenne, di misterioso, di desolato, che 
ti parla il linguaggio dei secoli, ti trasporta e 
solleva al di sopra dell' età presenta. 

Qui, nel sito di Giulio Carnico (dello anche 
in seguito Mima Costruiate) nulla di simile. 

Non voglio già confrontare questa città, sentieri 
fondata da Cesare, colle altre da me accennate; 
che non ebbe mai nella storia una grande im- 
portanza ; ma vorrei vedervi almeno uno spazio, 
sul quale portandosi la mia immaginazione potesse 
evocare le memorie romane, e le agguerrite le- 
gioni di colui che qui, forse, pronunciò il famoso 
dello: meglio primo qui, che secondo in Roma. 

Questo spazio però non esiste, giacché la valle 
del But è cosi angusta in tiueì punto da raccor- 
ciar io ali alla più fervida fantasia. E se la scoperta 
di lapidi, di musaici, di monete, e persino di due 
coni, uno de' quali colla testa di Augusto, e 
molti altri argomenti, non ci attestassero che 
quivi appunto fu Giulio Carnico, si sarebbe ten- 
tali a non crederlo. 

Ma il dubitarne, come dissi, non è permesso, 
tanto più che lo stesso Antonino descrivendo nel 
suo Itinerario la via militare che da Aquileja riu- 
sciva in Germania, pone Giulio Carnico a trenta 
miglia da Tricesimo, la qual distanza corrisponde 
perfettamente a questo luogo. 



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Il nome stesso dell' attuale villaggio, sebbene 
corrotto, richiama quello dell' antica città, e i vi- 
cini paeselli di Formeaso (Formia), Sezza (Seni) 
ecc. ricordano pure dei nomi romani. 

Giulio Carnico ebbo diritto di ei.tadinanza ro- 
mana e volava con Aquileja nella tribù Velina. 

Come è sparita questa citta ? 

Pare che ciò avvenisse per opera dei Barbari 
verso il principio del seicento in conseguenza 
d'una vittoria che costoro ottennero sn Gisiilfo. 
duca del Friuli. P. duce degli Avari dopo la morte 
di Gisulfo, perito valorosamente in battaglia, s' im- 
padroni a forza di Cormons, di Artegna, di Ge- 
nuina, di Osoppo, d' Invillino, e investì poco dopo 
col suo esercito vincitore questo Jiilium Castrense, 
dove sapeva essersi rifugiata co' suoi tesori in- 
sieme ad aitre nobili longobarde Romilda, la ve- 
dova dell'ucciso Gisulfo. 

Nè sarebbe stato agevole il prenderlo, essendo 
fortemente munito, se la curiosità femminile non 
avesse fatto di Romilda un'altra Eva, adescandola 
con un frutto assai pericoloso, ch'ella volle gu- 
stare a prezzo della libertà e della vita. 

Un dì il re degli Avari andava cavalcando intorno 
le mura, come a diporto. Era bello, si reggeva ben 
sulle staffe, e scuoteva al vento una magnifica 
chioma che cadeva scherzando sulle sue larghis- 
sime spalle. Il di lui vestito era splendente d'oro 
e di perle, e tutta la sua persona spirava grandezza. 



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— 33 — 



Romilda che per combinazione si trovava sulle 
mura al passaggio del principe, lo vide 'cara- 
collare e . . . 

« E solo un punto fu quel che la viuse. » 
De-mandò subito di capitolare in tutta l'estensione 
della parola, e la capitolazione fu accettata. Ma 
i patti non le vennero mantenuti da! Barbaro. Dopo 
averla degnala de' suoi amplessi, !a consegnò ad 
altri, e secondo quel che ne scrive Paolo Diacono 
rifereiìdo lo slesso fatto cerne successo a dividale, 
fu mandata a finire, come s'usa dei malfattori 
in Turchia. 

Ella aveva capitolalo troppo presto 1 
Il duce degli Avari dopo averla fatta cosi 
ignominiosamente morire, diede la città al sac- 
cheggio e alle fiamme; e non contento di questo. 



in tempi non molto remoti fu sede di 



Ita, non 



e fondamenta, 
isda riedificata, poi di nuovo di- 
fi tuttavia un falto, che anche 



e d' un capitolo, e che la chi 
quale dall'alto domina Zugli 
nella storia ecclesia si ica. La q\: 
che di luoghi eh' ebbero in 
importanza. 



ini 



i li orna lìss ima 
non avviene 
una qualche 



Ho volut 

ftiesa per - 



r quella 
qualche 
cchè un 



segno di vetastà ; ma rimasi 
antico messale gotico e altre 



memor 



ie che mi si 



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— 34 — 

diceva esistere lassù, hanno preso congedo, e sono 
partite chi sa per dove. Vi si conserva tuttavia 
tuia pianeta di velluto ricamata in oro, di qualche 
pregio. Una tribuna, o pulpito, lavorata in una 
sola pietra farehbe ancora bella mostra di sè, se 
l'anima grossolana di non so quale vicario non 
l'avesse fatta imbiancare, come il muro nuovo 
d'una casa di contadini, il resto della chiesa è 
in disordine, e se la si lascia andare, fra non 
molto r umidita il vento e i topi la renderanno 
inservibile. 

Notai il mio nome accanto a quelli di parecchi 
amici, che vidi con istupore sulle pareti dell' atrio, 
e ridiscesi verso Zuglin. 

Prima eh* io partissi, il eappellano di Fielis 
mi additò poco lungi dalla chiesa un praticello, 
sul quale il Preposto dei canonici anticamente giu- 
dicava le lili. 

Formano ora il capitolo, che si raduna una 
sola volta I' anno, i parrochi di tutta la valle pre- 
sieduti da quello di Zuglio. 



V. 



Poche centinaia di passi di !à da Zuglio si 
trova il fiume But e vi si passa sopra per un 
ponte di legno. Chi da questo ponte guarda a 
tramontana si vede innanzi i villaggi di Aria e 
Piano, ha dietro a sè, a destra, il paesello di 
Cedarcìs. e a sinistra, in alto, ia chiesa di S. Pietro, 
già nominata, che semhra sospesa a perpendìcolo 
sopra le ghiaie del torrente. É una veduta che ha 
dei pittoresco. Di quinci ad Arta è una passeg- 
giata di venti minuti. 

Quando giunsi all' Albergo di Peìlegrini non 
ci trovai che degl'invalidi: tutta la gente che 
possedeva due gambe sane se n' era ita alla Fonte. 

— Che fonte? dirà qualcuno de' miei lettori. 

— Chi non conosce Arta? rispondo io. Ma 



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.-' ha chi non la conosca gliene farò in due 



Danno virtù prodigiose. Ricche ài magnesia e di 
zolfo tornano assai giovevoli alla salute di coloro 
che hanno il sangue sovra hbondante. o malattie 
di pelle, o ingorghi, o croniche infiammazioni. 
Ho veduto un uomo che pareva un lebbroso gua- 
rir perfettamente in un mese. 



(1) Comune rii 8 Frazioni (Arto, Arosncco, Cabbia, 
Oiìm-is, l'imiti. Rivalilo, Vidfp, Lovorr ron 2384 abi- 
tanti, 5 scuoio, 183 scolari, 306 emigrati. 



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— 37 - 

Quanto è bello sparire ad ud tratto dalla scena 
pubblica e anfanata della gran società, e trovarsi 
come per incanto fra le braccia della verde na- 
tura, con persone nuove, attiratevi esse pure da 
un pensiero identico al nostro! 

Là, in quella valle, cadono le convenzioni ipo- 
crite, i cuori si espandono, e le simpatie lietamente 
si manifestano. In pochi giorni ci sentiamo rinvigoriti 
il corpo e lo spirilo; e le nuove forze ci basteranno 
' fino ali' altro ritorno. 

É per questo che molti forestieri accorrono 
da ogni parte alle Acque di Aria, le quali hanno 
già acquistato una meritata celebrità. 
. Mi diressi tosto verso !a fonte, dove, speravo 
di vedere un po' di movimento. Infatti appena 
lasciai la strada maestra per calar sulle ghiaie, 
vidi a poca distanza il nuovo stabilimento erettovi 
l'anno scorso, e intorno ad esso, e in una mac- 
chia vicina, gruppi d' uomini e di signore che an- 
davano passeggiando; e poco più discosto, alcune 
vispe fanciulle saltare e correre folleggiando, ch'era 
un piacere. 

Appena giunto alla fonte, senza pagare il tri- 
buto del primo bicchiere (1), colsi dell'acqua e 
la mandai giù a larghissimi sorsi . . . Lettrici mie, 

(1) Chi fa la cura delle acque, ba da pagare cinque 
lire alla consegua ihì (.rimo Iiktìiutc. Sono esenti ria 
questa tassa i viaggiatori, e chi uou vi si ferma che 
uno, o due giorni. 



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è un fetido gusto quello delle acque pudìe. Se 
noti l'avete provato, figuratevi di mangiare ora 
putride, e n' avrete un' idea. 

Ma i sensi a tutto s'ausano; e chi continua 
a nere di quelle acque tanto più le gusta quanto 
più appestano ii palato. Onde molti bocchini di 
belle e delicate signore giungono a berne dai di- 
ciotto ai venti bicchieri in una mattina. 

La sala terrena della trattoria presentava un 
quadro curioso. Molte persone disposte intorno' 
a parecchi tavoli si davano a esercizi diversi. Chi 
mangiava delle bistecche e le umettava con vini 
generosi, chi 'si frullava dei tuorli d' uova con zuc- 
chero e panna e domandava il cane da versarvi 
sopra, chi leggeva i giornali, chi ammirava i fi- 
gurini giunti allora allora, chi giuocava, e chi se 
ne stava commodamente conversando. 

Dopo tre buone ore di cammino io mi sen- 
tiva un'appetito da twrisie e feci un'abbondante 
colazione. 

Ripreso fiato, mi diedi a esplorare i dintorni. 

Dissi poco inanzi che alla riva sinistra dol 
-But scende il declivio della montagna fin presso 
la fonte; or devo aggiungere che quella riva è un 
luogo deliziosissimo. 

Cento passi sopra uu ciglione coronato di ce- 
spugli e d' arbusti sormontati qua e colà da alte 
piante, s'apre un verde praticello coperto di fine 
erbetta e seminato di fiori. Tutto circondato di 



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— 39 - 

abeti e solcalo d' amono vallette, accoglie a pie- 
coli intervalli macchie d'arboscelli assai pittore- 
sche a vedersi, tra lo quali non osano penetrare 
i raggi del sole. 

lo mi aggirava estatico in mezzo a tanta ver- 
zura tutto raccolto in dolci pensieri. Le curo o lo 
brighe della città non potevano penetrare in miei 
paradiso; mi sentivo rinato, e mormoravo fra 
me Stesso: 

« Un di sol Hi sì nlai-idn vita ■ 
« Val cent' nnni di torbidi dì. » 
E sedutomi all' ombra Sopra un rialzo del prato, 
co' piedi in una conca erbosa formala delle on- 
dulazioni del terreno, trassi l'album per diso- 
gnarvi un nbonzo del paesello di Piano che mi 
stava quasi davanti, quando dal vicino boschetto 
odo prorompere uno scroscio di pazze risa. Vol- 
turni da quella parte scorgo venirmi incontro un» 
hrigatella di signore e Ira queste, due di mia 
conoscenza. 

— .Ohi anche voi qui ! dissemi una di quelle. 

— Si: risposi levandomi in piedi, e son ben 
contento ohe voi animiate colla vostra persona 
questa helbssima scena. 

La mia giovano amica mi presentò allora a una 
graziosa signora colla quale pochi giorni prima 
aveva stretti amicìzia. Quella signora bionda fresca 
e gentile aveva un'aria di grande malinconia. Inna- 
morata dell'Italia, entusiasta de' suoi grandi scrittori 



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amica di parecchi de' nostri migliori ingegni, essa 
viveva sotto Governo straniero. Mi parlò come di 
cari amici di Dall' Ongaro, d' Aleardi, del Prati e 
di Giacomo Oddo, ed era amicissima di Giuseppe 
Occioni-Bonaffons, mio collega ed intrinseco; onde 
facilmente incontrammo subito quella specie di 
relazione che germogliata da sentimenti comuni 
non ha bisogno di tempo e di complimenti sdolci- 
nati per maturare. Ahimè! un mese dopo quella 
delicata esistenza era franta, ed io non dorava più 
rivederla ! . . . 11 giovane marito piange ora incon- 
solabile la perdita della virtuosa compagna, pianta 
prima dalle amiche e dall' eco pietosa delle verdi 
vallate della Carnia. 

Ella si piegò, colse tra i molti un ciclame, e 
me lo diede in ricordo della contratta amicizia. 11 
ciclame bello e vivamente odoroso si e dissecato, 
ma la memoria è qui dentro nel cuore, più viva 
che mai... 

H bosco di aheti che riveste tutto ali' ingiro 
il dorso del monte risuonava ancora di chiassose 
grida e di canti e vi si vedevano tuttavia per 
entro vesti svolazzanti dì diversi colon, quando 
noi ricalammo alia sorgente. 

Io mi recai allo Stabilimento di Piano. É una 
magnifica fabbrica, mobiliata e tenuta secondo le 
esigenze del più fino buon gusto. Olire le com- 
modilà, i conforti, e gli agi della vita, ci si trova 
il lusso, come io una capitale. Trattoria, caffé 



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— 41 — 

albergo, bagni semplici, docde, tutto vi trovi; 
non esclusa la farmacia e il sevizio medico. La 
cucina e la bottiglieria meritano encomi, e ti as- 
sicuro, lettrice mìa, che dopo certi effetti im- 
mancabili delle acque pudie, e una buona pas- 
seggiata, alla tavola ci si fa onore, anche senza il 
solletico della musica che pure di tratto in tratto 
va a rallegrare il convi.Uo. 

finito il pranzo, chi andò di qui e chi di là; 
alcuni però rimasero fermi al loro posto, decisi 
ad equilibrar col vino tutta l'acqua bevuta. Mi si 
disse che taluno resta a tavola dall' ora di pranzo 
fino a quella d'andare a letto, por non avere l'in- 
comodo di tornarvi all'ora di cena. É un me- 
todo curioso di far la cura delle acque, ma che 
spesso riesce in bene. Mi ricordo a questo pro- 
posito del parroco d'un certo paese, che, essendo 
malaticcio, fece una colletta per poter andare alle 
acqua di Recoaro. I suoi parrocchiani gli sì mo- 
strarono generosi e parli dai monti con un buon 
gruzzolo di denaro. Io non so se egli avesse 
proprio intenzione di andare alle acque , o se le 
acque gli servissero di prelesto per la colletta, ma 
fatto sta che giunto a Breganze, e sentito che là 
c' era del vino eccellente, vi si fermò, e in pochi 
giorni mangiando bene e bevendo meglio si senti 
perfettamente ristabilito, e tornò alia parrocchia 
bianco rosso e tondo come una mela rosa. I suoi 
fedeli corsero tosto a rallegrarsi con lui degli effetti 

3 »f motto della Gamia 



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sorprendenti delle acque, e non finivano mai di 
lodarne la virtù, ma stanco finalmente di sentir 
tante lodi usurpate, spiattellò il fatto, e da quel 
giorno allargò un po' la manica nel confessare i 
bevitori abitudinari. 

Non è impossibile che le cantine di Piano, e 
di Arta, ben provvedute dei vini di Bulton e 
Compagni, non compelano colla fonLe delle ac- 
que pudie. 



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VI. 

Lis Villottis. 

Sul far della sera mi misi a girare iì paese 
che è al di sopra del lo Stabilimento, e mi fermai 
dì tratto in tratto presso qualche casa, ammaliato 
da certi canti che scendevano all'anima. In quei canti 
villerecci (villottis) c'era tanta malinconia, tanto af- 
fetto, tanta parte di anima, che è impossibile non 
rimanerne colpiti ; specialmente se l' inflessione e la 
dolcezza della voce vi aggiungono dell' espressione, 
specialmente se l'eco della valle mestamente va ri- 
petendone le cadenze. 

Di che si trattava f Ascoltai. Una voce di 
donna cantava : 

Ufii(l) preà(2) la bielle stelle 
Dugg (3) i sanz del Paradis 
Che il Signor fermi la «èrre (4) 
E '1 mio ben resti in pais. * 
(1) Voglio - (2) pregne - (3) lutti - (1) guerra 



Jò doman partis voi vie 
Povenn disfortunat: 
Il miò cur a ti lei doni 
E tu tènlu conservai 

Prima voce: 

Scloppecur(J), passiona peDOsis 
Slan tai curs innamoràz, 
A vai (2) nuje(3) no zove(4) 
Nè muri da d i sperà z. 

Uomo : 

Di sospir di che (5) bocciate 
Distaccai propri dal cur 
Ti sòi grat, o bambinutte, 
Ti sòi grat infìn che mur. 

Donna : 

Jò no puèss parale vie 
Jò no puès parale tur 
Cheste gran malinconie 
Penetrade tal mio cur. 

Uomo : 

Mi dìress un deprofundis 
Quan che senlires a di, 
Che sarài sul ciamp de uèrre 
Tra lis armis a muri. 

♦ 

(1) Crepacuore, amarma — (2] piangere — (3) 
— (4) giova — (&) quella. 



— ig- 
lò pensava che queste villottis a botta e ri- 
sposta si cantassero per diietto, ma seppi dappoi 
che erano l' espressione di una passione vera di 
due cuori che statano per dividersi, forse per 
sempre. Il giorno prima era venuto un ordine 
di partire a tutti i soldati in permesso, anche a 
quelli che credevano di non esser più richiamati. 
Eravamo ancora sul principio del gran dramma 
guerresco, e si bucinava che il nostro Governo 
avesse già impegnato la sua parola coli' Impera- 
tore Napoleone di mandargli centomila uomini. 
La notizia non aveva aspetto di verità, ma la 
voce ne correva, cosicché i giovani partivano a 
.malincuore. Perciò il prossimo distacco del sol- 
dato del quale avevo udito la voce ispirava d' un 
sentimento profondamente malinconico la prima 
strofa della fanciulla: 

Uèi preà la bielle stelle, 

Dugg i sanz del Paradis, 

Che il Signor fermi la uérre 

E 'I mio beo resti in pais. 
Prega, prega, fanciulla, e ti esaudisca il cielo I 

Il fiore della gioventù s' incalza verso lo scan- 
natoio senza sapere il perchè, e ve la spinge 
l' ambizione dei potenti. Il suono della banda, il 
fragor dei cannoni, e ÌI calpestio de' cavalli, co- 
priranno le grida strazianti di cento e più. mille 
feriti e gì' impediranno di chiedere perché siano 
caduti. Prega, o fanciulla ! 



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Quando si combatte per la Patria, l'entusia- 
smo ci trascina al campo come se a festa si mo- 
vesse. È bello iì morire, bello ancbe il pensare 
alla morte, quando s' ha a difendere il luogo na- 
tio, i vecchi parenti, la sposa, le sorelle, l'amante, 
l'onore. E vile e infame sarebbe l'uomo che non 
volesse dare la vita per sottrarre i cari suoi ai danni 
e all' onta dell' invasione straniera. 

Ma essere cacciali alla guerra come un branco 
di pecore per servire di sgabello all' ambizione 
d' un conquistatore è cosa tale che ripugna alla 
ragione, e a ogni senso d' umanità. Maledizione 
a chi abusa della forza per cacciare i popoli al 
macello ! 

Mi allontanai da quella casa per la via di 
Avosacco che è tra Piano ed Arta, paesuccio di 
centoquarantadue abitanti. Avevo sempre nelle 
orecchie il suono delle meste cantilene udito 
poco innanzi, e quell'eco mi faceva osservare 
che tutti gli abitanti della Carnia sia nel canto 
che nel parlare hanno una eerla cadenza somma- 
mente triste, che sembra il ritornello secolare 
d' una grande sventura e che mi veniva voglia di 
paragonare ad un ahimé t 

Questo modo ereditario d' inflettere la voce 
difficilmente si muta anche per chi abbia com- 
piuto gli studi, e sia passato sotto altro cielo. Il 
figlio delle alpi carniche si conoscerà dovunque 



i 



— 47 — 

per siffatta cadenza, e più ancora pel suo modo 
di pronunciare col palato ì! d invece che coi 
denti. La pronuncia di questa lettera s' accosta 
di molto a quella del doppio dd siciliano e sardo, 
ma si fa sentire con meno di forza. 



Il Sindaco dì Aria. 



Facevo tra me e me queste considerazioni quan- 
do, seduto su d' un muricciuolo presso il ponte 
di Avosacco, trovai il Sindaco di Arta, che stava 
godendo i! fresco di quella magnifica sera rischia- 
rata dalla luna. 

— Guardate, mi disse, quella chiesetta laggiù 
fra i campi. 

— A mezza strada tra lo stabilimento Seccardi 
ed il Bùt? 

— Appunto. Non vi pare che sia pittoresca 
così lumeggiala a tratti dal chiaro della luna? 

Infatti la luce andava a sbalzi, e si perdeva 
in diversi punti fra l' ombra cupa degli alberi 
che circondano la chiesuola. 

— Oh, sì! Ma perchè 1' han fatta laggiù quella 
chiesa? gli domandai. 



- 49 - 

— Sembra che il villaggio fosse più basso 
allora, e presso gli iirgini dei fiume: Unto è vero 
che la chiesetta si chiama tuttavia S. Nicolò de- 
gli Aneti. 

— Oli curiosa ! 

— Più curiosa poi è la storia di questa 
chiesa. Essa apparteneva ai Cavalieri di Malta 
che lì presso avevano un ospizio. Il volgo crede 
ancora di vederli vagolar dì notte pel campo, 
avvolti nelle loro bianche vesti. In quel piccolo 
piano che sta davanti alla chiesa si teneva pe- 
riodicamente il mercato, e secondo la tradizione 
essi ne facevano di belle. 

; — Cose da feudatari, osservai. 

. — Dicesi che s'impadronissero a forza delle 
più belle donne e delle più belle bestie; e che 
a chi ne incresceva facessero dar delle busso. Si 
racconta pure che profittassero senza scrupoli del 
jus -prima noctis. 

Io non poteva rinvenire dallo stupore pensando 
che in quelle gole di monti fossero andati ad 
abitare que' cavalieri. 

— E, fino a quando, durarono? gli chiesi. 

— Il loro monastero fu distrutto per un de- 
creto del Concilio di Vienna nel 1312, mi rispose, 
ma venne poi restaurato e abitato dagli Spedalieri 
di S. Giovanni, che ne godettero le rendite fino 
agli ultimi tempi. Non è molto però che la chiesa 
di S. Nicolò cessò di pagare trentasei lire annue 



a un Commendatore di Malta per certi beni che 
erano annessi a! sopraccennato Ospizio. 

Appressatomi a quella chiesa vidi che é molto 
bassa e con una specie, non dirò di atrio, ma di 
porticato sul davanti, come sono in generale tolte 
le chiese antiche della Carnia. 

Passando di discorso in discorso mi accorsi, 
lettrici mie, che il sindaco dì Atta la sa ben 
lunga, e che è una vostra e mia vecchia cono- 
scenza. Vi sovviene di certe Novelle che si leg- 
gono di tratto in tratto nella Ricamatrice di Mi- 
lano, come, per esempio, il Savorgnam, e la 
Negra? Ebbene, sono lavori suoi; sono produzioni 
d' un bello ingegno che vive modestamente lon- 
tano dall'umano consorzio, fra queste montagne, 
senza ambizione, senza desideri, senza vizi; il 
che è un raro vanto per chi sul fior degli anni 
ha già corsa l'Italia come emigrato politico, ed 
è stato giornalista in una delle sue città princi- 
pali. Per quanto si studi di vìvere ignorato non 
ha potuto però rifiutare la rappresentanza del 
suo comune e del suo distretto, come sindaco e 
come consigliere provinciale. 

Quando cala a Udine per assistere alle pub- 
blichi; sedute voi lo distinguete fra tutti i consi- 
glieri per la sua toaleita d'una semplicità ricer- 
cata. Qui, come a Milano, come ad Arta, indossa 
un giaccheltone alla cacciatora, e gli copre il capo 



— o'| — 

un cappello da vero alpigiano. É giovane robusto 
di corpo, cogli occhi cilestri, e una fisionomia 
virile, assennato, gentile, e poeta. 

Egli è Giovanni Gortani. Studia la storia e i 
costumi della piccola Patria, ed ha raccolto in un 
volumetto lo più scelte canzoni del dialetto friu- 
lano. Ma più ancora ha diritto di aspettarsi da lui 
il suo paese. 



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Vili. 

Le mie compague di viaggio. 

11 dì dopo dovevo partire da Arta per Pa- 
tulla e aspettai in casa del sindaco, ad Avosacco, 
la diligenza; ma ahimè! l'aspettai senza frutto. 

La diligenza di Paluzza è una specie di carro 
lungo e stretto con due o tre panche per tra- 
verso e due scalari per lungo a guisa di sponrte. 
La panca di mezzo è imbottita di pelle ed offre 
i posli distinti; le altre nude e grossolane ser- 
vono per la gente ordinaria. Questa gente però 
ha il diritto di porre le sue scarpe ferrate e le 
sue ginocchia contro le tue, e di appoggiarsi 
confidenzialmente in caso di folla sulle tue spalle. 
In giorni di pioggia o di canicola la diligenza è 
coperta ad arco da una grossa stuoia. Come la 
vidi venire a stento trascinata da due cavalli, 
piena zeppa di persone, in modo che non ci si 



vedevano che teste, spalle, e gambe penzolanti, 
ne rimasi contrarialo, e senza speranza di tro- 
varci una nicchia. Infatti il conduttore mi disse 
tosto die non ci capiva più un grano di miglio. 
Onde fatta di necessità virtù decisi di proseguire 
il cammino a piedi. 

Passavano in quel momento per Avosacco tre 
donne armate le spalle dell' indivisibile gerlo: 

— Andate a Paluzza? dissi loro. 

— Ja, twin Herr; mi rispose l'anziana. 

— Volete portare la mia sacca da viaggio? 
ripresi. 

— Ja, tool, mein Herr, 

Feci portar la valigia, e gliela posi nel gerlo 
con sòpravi il mantello, e il cache-nez (Dio mi 
perdoni il vocabolo). Quanto all' ombrello non mi 
dava più noia, essendomi stato destramente in- 
volato da Tolmezzo ad Aria. Ed è* appunto di 
questo arnese che sentivo la mancanza in quel- 
l' istante, giacché il cielo era nuvoloso e minac- 
ciava la pioggia. Goriani, che s' accorse del mio 
bisogno, me ne recò uno di suo; ci demmo un 
bacìo, ed io mi posi in cammino. Le tre donne, 
che dovevano essere la mia scoria, ridevano tra 
loro con una certa aria di malizia ch'io non sa- 
peva comprendere. 

— • Che avete? dissi loro salendo la riva di 
Piano. (La riva di Piano? É un antitesi, ma vat- 



tela a pigliare con chi diede il nome di piano ad 
un' erta , o lettore, che io non ci ho colpa). 

— Ridiamo, rispose ia bella Calme che si 
fece interprete delie compagne, perchè Hot avete 
baciato il signor Zannilo. 

— E che, c'è male in questo? domandai. 

' — Oh, non e' è male, riprese, ma tanto e 
tanto baciarsi fra uomini è poco gusto. 

— E baciarsi fra uomo e donna f 

— È peccato, osservò la vecchia. 

— Secondo; aggiunse furbescamente la gio- 
vane. 

— Perchè, secondo?, le chiesi. 

— Non la sapete, la villotla? riprese. 

— Che villòtta, di grazia* 

— Volete che Te la canti? 

— Eh cantala, che mi farai piacere. 

Le due giovani s' accostarono 1' una all' altra, 
si posero (é mani sovra le spalle, e così tenen- 
dosi e guardandosi cantarono : 

0 ce bie! lusor di lune 

Che 'I Signor nus ha mandat . . . 

A bussà(l) fanlatis(2) bieliis 

No l' è frega! (3) di pecciat. 
La loro voce armoniosa si ripercuoteva in un 
bosco di abeli che andavamo rasentando, appena 
scesi in una valletta di là da Piano ; ond' io in- 

(1} Baciare — (2) rigane — (3) bricciolo. 



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— ss — 

voglialo di sentirle più a lungo le pregai di can- 
tarmi qualche altra cosa. 

— Ebbene ; quella dell' Amore I sclamò Caline. 

— Sì, quella, ripetè l' altra. 
E cantarono : 

Se savessis, fantacinìs(l), 
Ce che son sospirs d' amor! 
É si mur(2) si va sottierre (3) 
E anciemò(4) si sint dolor. 
E ripeterono: 

0 beaz(S) ehei che no pco?in 
Ce che son sospirs d' amor l . . 
E' si mur si va sottierre, 
E anciemò si sint dolor 1 . . . . . 

— Via via, ragazze, consolatevi, disse la vec- 
chia, alla quale pareva che la canzone fosse ai- 
quanto malinconica, o scappò fuori ella stessa con 
una voce di baritono, cantando: ]. , 

E' no jè mai stado ploe (6) 

Che bon timp noi sei tornai; 

Nancie (7) un cor di malavòe (8) 

Che noi sedi (9) consolàt. 
E la ripeterono in coro mentre si traversava il 
bosco, e s'era giunti quasi in faccia a priola. 

Se qualcheduno de' miei amici m' avesse ve- 
duto , alto come un gonfalone , andar innanzi 

(1) Domelette — ffi) muore — (3) sotterra — 
[4) ancora — (5) felici — (6) pioggia — (7) neppure 
— (8) malincouico — [9) sia. 



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— 56 — 

con quelle donne di razza equivoca, e godere in- 
gcnuamenle dei loro tanti, ne avrebbe fatte le 
matte risa, e per verità ne rideva io stesso, pen- 
sandolo; ma che vuoi, mio caro lettore? Fra i 
boschi della Gamia non ci sono ne etichette né 
certi riguardi sociali, e ciò che piace senza of- 
fendere la dignità umana, si fa. 

Pioveva dirottamente, e ci riparammo fra una 
macchia, sotto un gruppo di pini. Di là dal But, 
sulla sponda destra, in faccia a noi, e un pò più sii 
dì Nojariis era il paesotto dì Priola, umile frazione 
del comune di Suttrio che giace dalla slessa parte 
un miglio più sopra, non molto lungi dal fiume. 

Priola è quasi nascosta fra gli alberi, e i co- 
perti delle sue capanne rivestiti di paglia e di 
$canMe{\) le danno una meschina apparenza. 

— Che paese miserabile ! esclamai. 

— Miserabile? È ,una delle più ricche fra- 
zi oni della Carnia, rispose Catine. 

— Come è possibile? ribattei. 

— Vedete voi quella chiesa che sorge sul 
collo tra Priola e Suttrio? 

— La veggo. : " ' ' ' ' p 

— È la chiesa di Tutti i Santi. Nel sito do- 
v' è fabbricata v'era anticamente un castello appar- 

(1) Parola latina liei documenti medievali, ohe s'usa 
nel dialetto beli un tic imi h-.i ma italiana. Sono tegole 
di legno a guisa di assicelle. 



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— 87 — 

tenente ai Conti Priola. L'ultima contessa di questo 
nome è morta, non é gran tempo, lungi di qua, 
ed ha lasciato una gran parte de' suoi beni agli 
abitanti di Priola. 

— In che consistono questi beni? ie domandai. 

— Consistono in boschi, rispose. Quest' anno 
i priolesi ricavarono da un solo taglio da circa 
trentamila lire, ch'essi ponno dividersi; notate 
che non ci sono a Priola più di trenta famiglie, 
e che i tagli si ponno ripetere. 

— Perchè dunque vivono in quelle catapec- 
chie? osservai 

— Hanno intenzione di rifabbricarle più belle a 



all' Italia, nel quale si parla il peggior tedes 
de! mondo. Ve ue riparlerò iu seguito ; per o 
andiamo a Paluzza. 



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Pullula e il su» farmacista. 



Seguendo sempre la strada lungo la sinistra 
del fiume, il viaggiatore si vede aprir dinnanzi 
un largo bacino, nel cui centro si formano a croce 
tre valli. Il braccio più lungo di questa croce è 
rappresentalo dal canal di S. Pietro da noi seguito, 
il destro dalla valle della Pontaiba che mette nel- 
P lncarojo, il sinistro oltre il But che lo spartisce, 
dalla Giadega di Yalcalda. Quel bacino è circon- 
dato da diversi vaghi paeselli, tra cui Rivo, Pa- 
luzza, Castions, Treppo a destra di chi va a ri- 
troso del fiume, Sutrio e due Cercivento, a si- 
nistra. E in faccia, di lontano, verso Timau, a 
destra, si vede Rocca Bertranda (o Moscarda). 

È un hel colpo d' occhio. 

Raimondo della Torre patriarca di Aquilcja, 
uomo di grande animo, potente e ambizioso, fu 



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— Sg- 
allettato dalla bellezza di questa posizione, e rite- 
nendola molto opportuna alle sue mire a te va 
deciso di fabbricarvi una nuovi Milano, dio s'ap- 
pellerebbe dal suo nome. Ma la morte gli ruppe 
in niente i progetti. 

Quando i miei lettori sappiano che questo ar- 
dito prete strappò colle armi Trieste alle branche 
del Leone di S. Marco, ond' era protetta, non si 
maravigleranno s' egli osasse concepire il disegno 
di costruire delle città. 

Paluzza(l) è un vago borgo posto in pianura 
alla sinistra del But, bagnato in parte dal torrentello 
della Pontaiba. Capoluogo un giorno di distretto, 
e quindi sede d' un Commissariato e di altri 
Uffici, era pieno di vita; ora non tanto. Ha però 
case signorili e ben costruite, un buon albergo, hei 
negozi, farmacia, e ufficio postale. Un po' di mo- 
vimento c' è. 

Giunto alle prime case presso un noce, il più 
grande eh' io m' abbia veduto in vita mia, licen- 
ziai le ragazze che per la pioggia sempre cadente 
avevano ancora le sottane rovesciate sul capo, e 
dalia vecchia mi feci accompagnare all' albergo 
dello Posta, dove fissai per qualche di le mie 
tende. 

li paese non offre nulla di raro. 

(1) Paluzza oolle sue tre frazioni di Rito, Cleulis, e 
'fimaii c un comune di 2<)2ii :ìni:;:i:, ha quattro scuole 
con 339 scolari, <: olii (Vi emigranti. 



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— 60 — 

Verso sera, recando 1' ombrello del sindaco di 
Arta al farmacista che gli è compare, entrai nella 
sua bottega e ini parve di trovarmi in una specie 
di gab inulto di storia naturale. 

Tulli gli animali indigeni della Carnia, tranne 
i domestici, vi figurano, compresi i volatili e i 
lepidopteri. Tu li vedi bene imbalsamati, in bel- 
l'ordine, e disposti quasi in azione di vita, dal 
camoscio fino al piccolo topo, dal falco reale Ano 
all' ultimo degli aligeri. Io non pensava che tanta 
varietà e ricchezza zoologica nutrissero le nostre 
terre, e mi sorprese più di lutto la vista dei 
zibellini, e degli ermellini, la cui pelle è d'una 
candidezza abbagliante. Tra gli uccelli è imponente 
per grossa mole il Cedrone della famiglia dei gal- 
linacei, poco conosciuto in Italia, che raggiungo 
il peso di diciollo, o anche venti libre; per bel- 
lezza poi si distinguono il corvo reale ed i falchi. 

La raccolta delle farfalle è completa. Quante 
varietà 1 quanti colori ! L' Apollo e una delle 
più rare. 

11 farmacista con molta pazienza mi mostrò e 
mi chiamò a nome ogni bestiuola. E rallegrandomi 
io con lui dell' aver egli formato la sua collezione 
di animali lutti indigeni, perchè più facilmente 
gli sarebbe riuscito di completarla: 

— Così feci anche per le monete, mi rispose, 
limitando le mie ricerche e il mio studio a quelle 
dei Patriarchi. 



— 61 — 

— Anche numismatico? gli dissi. 

— È mia cosa da nulla, riprese. Ho voluto 
raccogliere tutte le specie deile monete coniai» 
dai sedici Patriarchi sovrani (I) del Friuli, da Voi- 
cìierio che regnava nel 1204, a Ludovico di Teck, 
il cui principato civile cadde Del 1420. 

W introdusse allora in un gabinetto più an- 
gusto, e tirati da vino scrittoio alcuni cassetti™, 
mi pose dinnanzi tutte quelle monete d' argento 
schierate in ordine cronologico. 

— E d' oro e di rame non ne coniarono? gli 
domandai. 

— Nò, mi riSpete; non coniarono che de- 
nari d'argento. Questi qui corrispondono pel va- 
lore a 25 dei nostri centesimi. 

— E Si contava tutto per denari? 

— I conti grossi si facevano per monete ideali, 
quali erano la lira e la marca. La lira compren- 
deva venti denari e corrispondeva al nostro pezzo 
da cinque franchi, e la marca che ne conteneva 
centosessanta, a quaranta lire. Cosi il ducato, 
zecchino, o fiorino, equivaleva a sedici lire ita- 
liane. V'era pure una marca adusato Curia' pei 
conti maggiori e si ragguagliava ad ottocento <ìi 
ijueite monete, pari a duecento franchi. 

— E dove li avete acquistati questi denari ? 
gli domandai. 

(1) La sovranità dui Patriurclii era moderata dal 
Parla mento, e dai feudatari. 



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— Molti furono trovali qui in Carnia, mi rispose, 
e parecchi dei più rari sullo rovine ili Aquileja. 

10 presi in mano alcuno di quelle leggerissime 
monete e mi diedi a considerarne le due faecie. 
Il denaro patriarcale ha sul diritto un vescovo 
in pallio, con pastorale nella destra, libro al- 
zalo nella sinistra, e il suo nome in giro. Nel 
rovescio si scorge un frontone di tempio con cu- 
pole e torri sormontato dalla croce, o una parie 
di città colle parole Crètto Aqvilrjp. In alcuni c'è 
io stemma gentilizio dei patriarca, come ad esempio 
in quelli di Raimondo della Torre. 

11 signor Milesi, che tale 6 il nome di quel 
1 ;avo farmacista, m' avrebbe dalo una lezione di 
numismatica e di zoologia, se la signora alberga- 
Iriee non m' avesse fatto avvertire che le trote 
enao all' ordine.. Al qua! proposito devo dirvi, 
lettori miei , che non si può andare a Paluzza. 
senza mangiarvi le troie di Timau, giacché pochi 
pesci hanno il sapore squisito di questo. 



Da l'iilunii a LigosaHo. 



La mattina seguente lasciai Paluzza per fare 
un' escursione nell' Incarojo , e m' avviai per la 
valle della Pontàiba. Sulle ghiajc di questo pic- 
colo torrente scórsi un monello che piangendo 
e bestemmiando correva alla disperata con un vin- 
castro nelle mani. Egli gridava di tratto in tratto: 
mostre di vaece, eia» da Dio di vacce ! 

Domandai a una donna ebe veniva cof gerlo 
che cosa avesse quel biricchino: 

— Co/ii 7 nance malamente, sior, mi rispose 
quella passando, 'l nasce de triste piante. 

Poco dopo il fanciullo cantava e zuffolava con- 
tento come una pasqua. Che era stato? Aveva 
raggiunto una mucca che prima gli era fuggita. 

Percorso appena un chilometro di strada mi 



— 64 — 

vidi innanzi, a sinistra, il grazioso villaggio di 
Treppo, e più lontano, su! dorso dei monti, Tati- 
sia e Ligosullo. 

Treppo (i) ha case commode e beile, onde tra- 
spira il benessere e l' agiatezza degli abitanti. 
Prima di giungervi m' incontrai in una lorosetta 
che guardava l'armento, e: 

— Dove abita il sindaco? le domandai. 

— Passata la prima contrada, mi rispose, di 
là dal Rio, alla vostra destra. 

— Che, si deve ancora ripassar la Pontaiba? 

— No no, replicò, noi chiamiamo Rio V acqua 
d' un ruscelletto che passa a mezzo il villaggio e 
ci serve di fontana, 

— Ben detto] pensai. 

In tutta la Carnia ho trovalo poi bene appli- 
cata questa parola, cioè nel vero senso italiano, 
tanto eli' è divenuta quasi il nome proprio di 
tutti i ruscelli. 

Ho conosciuto nel Sindaco di Treppo una per- 
sona intelligente seria e beneducata. È un ex - 
negoziante che ha vissuto a lungo in Germania, 
a Milano ed a Como. Ritiratosi nel paesello natio 
dopo aver fatto fortuna, dedica parte del suo 
tempo, i suoi lumi e le sue cure all' amministra- 

(1) Piccolo comune diviso nelle frazioni di Siajo. 
Taosia, Zeoodis, eoa 1236 abitanti, 135 scolari, e 359 
emigranti ! 



zione del comune che sotto si buona scorta va 
ognor più prosperando. 

Anche I" istruzione vi ò curata, giacché sa 
circa 1200 anime, cmtoventiciinfwì fanciulli dei 
due sessi ranno alla scuola. 

Ho sempre veduto in tutti i paesi da ma vi- 
sitati, che dove c' è un sindaco istruito, onesto, e 
senza pregiudizi religiosi, le cose del comune 
vanno bene e si tengono a livello della civiltà. 

L'emigrazione dei lavoratori, e dei mercaniinì 
girovaghi di questa valle raggiunge il maximum , 
nudando all' estero !a quarta parte degli abitanti, 
onde non m' imbattevo camminando che in donne, 
fanciulli, e vecchi. 

Le ragazze di Treppo hanno una freschezza 
e un' aria di salute eh' è un incanto a guardarle. 

Ripresi via costeggiando la destra della Pnn 
taiba fino all' erta, per cui si sale a Tausia. Appiè 
della costa m' incontrai in un signore che aveva 
l' apparenza d' un gastaldo di campagna, e la fa- 
vella corrotta di oltre Isonzo... Appena mi vide 
Si tolse del capo un cappello di paglia a larghe 
falde e mi salutò. Avendogli io corrisposto : 

— Và a Val d' dira? Mi chiese. 

— Che dice? risposi, 

— Le domando se va a Val d'aira? replicò. 

— Non ho mai sentito nominare questo vil- 
laggio. 



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— Non è un villaggio, riprese il buon uomo: 
è una villetta alpina della signora Cr . . di Trieste. 

— Chi è la signora Cr . . ? 

— La vedova d' un Console eh' era nativo di 
Ligosullo. Ella abila colla sua famiglia per tre o 
ijuattro mesi dell' anno a Val a" arra, e siccome 
riceve molte visite, cosi credevo che anche lei . . . 

— E do»' è questa villa ? 

— Un'ora e mezzo di salita sopra Ligosullo. 

— Grazie tante delle sue informazioni, gli 
dissi; ma la signora è troppo in alto. 

E salendo la costa mi tornava a mente l' In Alto 
di Auerbach, e la povera Irma che è andata ad 
espiarvi un bacio reale. Seppi dappoi che la si- 
gnora Cr . . e il modello delle buone madri di 
famiglia, e m increbbe di non averla conosciuta. 



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ligasullo e la bielle jnt. 



Da Tausìa, dove giunsi tutto trafelato, passai 
inventi minuti a Ligosullo(i), capoluogo di sè stesso, 
e centro della parrocchia. Non avendovi trovatoli 
sindaco, la donna di lui mi condusse dal curalo, 
assicurandomi che questi più che il marito avrebbe 
potuto fornirmi certi dati statistici che diman- 
davo. 

Entrato in casa del prete, una sua nipote, 
gentile oltre la portata del paese, m' introduce in 
un bel gabinetto e mi prega d' accomodarmi ci, 
quando il curalo apparisce in sul!' uscio e mi do- 
manda, che cosa io voglia, e chi io mi sia. 

— Che m'abbia preso per un brigante? pensai. 

(1) Piccolo comune sema frazioni, ili 53S anime con 
71 scolari, e 120 emigranti, tutti arrotini, tranne due. 



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— 68 — 

E gli dissi il nome e l' ufficio, e lo scopo delle 
min peregrinazioni; 

tOod'ei lavò le ciglia un poco in soso» e: 

— La prego, mi disse, d' assettarsi, che sarà 
stanco. 

E soddisfece alle mie domande con tale cor- 
tesia da non parer più V uomo di prima. Intanto 
eh' egli andò in cucina per dare non so quali or- 
dini, girando gli occhi per le pareti, ci vidi ap- 
pesi, fra i ritratti di sua famiglia, due magnifici 
quadri, 1* ano rappresentante il Re, l' altro Gari- 
baldi. Il che bastò per darmi la chiave della se- 
conda fase della nostra conversazione. 

Vedendolo tanto umano, lo pregai di farmi 
trovare una guida per poter continuare il cam- 
mino senza errori pei boschi, e giungere per la 
più diritta nella Valle dell' Incarojo. 

— Volete andar pel Durone, o pei prati? 

— Per la più breve, risposi; pel Durone ci 
tornerò. 

È da notarsi che il monte Durone sorge di 
riscontro a Ligosnllo al di là della valle, e pre- 
senta in certi punti i fianchi scoscesi, e la vista 
di orrendi burroni. La sua cima, coronala un di da 
forte castello, diede il soggetto a una leggenda ver- 
seggiata da Dall' Ongaro, il cui contenuto vi raccon- 
terò fra poco. Ora bisogna sndare, poiché a furia dì 
pescare per tutti i dintorni mi s'è trovato una guida. 

Volete conoscerla? 



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— 69 - 

È un nano sciancato, colla testa d'un algerino 
d" una bruttezza assai rara. Era tutto ciò che si 
potè trovare dì meglio a Ligosullo, fra i maschi 
poveri, non emigrati: un campione! 

Quale contrasto colle eleganti e snelle figure 
delle giovani che strappavano il canape, dai campi, 
o rastrellavano il fieno pei prati ! Che graziosi tipi t 

— Sono tutte così belle le vostre ragazze? 
chiesi al mio nano. 

— Si, e anche gli uomini sono lutti belli; 
riprese. 

— Davvero? dissi guardandolo ben fìsso. 

— In verità, ripigliò; tutte biella jnt (i) a 
Ligoml. 

— Eccetto (e, povero il mio scorpione, mormorai. 

Si camminò molto per boschi e per prati 
sempre salendo fino allo sparti-acqua che è a 
guisa di sella tra il monte Durone e la Costa 
Robbia. Lasciato il versante che guarda il Canal 
di S. Pietro si cominciò a scendere verso est, 
per quello dell' lucarojo , finché inoltratici nel 
mezzo d' un folto bosco di abeti e di larici, ci 
trovammo sul Piano degli Angeli. È questo un 
bel praticello rotondo un po' sollevato nel mez- 
zo e contornato di alberi , guardato da un 
gran Crocefisso di lagno. V erano ancora sparse 
per la verde erbetta delle fragole, e sulle pianti- 
li) C-ente. 



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— 70 — 

celle dei mirtilli spiccavano tuttavia dei neri co- 
rimbi. Il mio inoro si diede a raccogliermi di 
questi piccoli frutti, e parecchie manate ne rac- 
colsi io stesso, avendoli trovati d'un sapore 
.issai gustoso. In quel sito era giugno quando 
il calendario metteva agosto! 

Riposandomi sii quel praticello alla fresca om- 
bra degli alberi mi pareva di veder passare so- 
gnando tutte le illusorie fatuità della vita cittadina, 
e mi semhrava che non valessero quelf ora di 
riposo gustato in seno della natura. Aprii gli 
ocelli, e continuavano a passare variopinte a mille 
colori. Che era mai? L'n nugolo di farfalle che 
gironsavano e carolavano per l' aria, burlandosi 
del mio sciancatelo che le inseguiva col parasole 
e non poteva pigliarle. 

— Il sogno piglia corpo, esclamai. Le farfalle 
sono le illusioni, lo sciancatello è l'uomo!* 

Quando inseguiamo una felicità che ci sfugge, 
quando vorremmo raggiungere le dolci illusioni 
che Ci accarezzano, non ci sentiamo noi, tutti, 
zoppi o sciancati? 

Ma ripigliamo la via. 

Per eaìar sulla valle è d' uopo seguire uno 
stretto sentiero assiepato d'alberi e di cespugli, 
poi il letto d'un torrentello pieno di ciottoli e 
massi enormi; onde il mio povero strambo mi 
faceva gran pena. Alla fine, giungemmo per Villa- 
mezzo a Paularo. 



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Paularo e l' eremo del cav. Sassi. 



P;iularo (Ij è un bel borgo, posto ne! fonilo 
o" una conca naturale, alte radici di due catene 
di montagne, che quasi quasi s' incontrano. É sede 
degli uffici comunali e della parrocchia. Pas- 
sagli per mezzo un' acqua che i paesani chia- 
mano il Rio. la quale non è altro che il Ctiiarso, 
quella stessa che in faceia a Zuglio, presso Ce- 
darcis, va a entrare nel But. La valle come si 
disse, è angustissima, e i monti lutti coperti di 
boschi e di prati vanno a finire in nevose vette 
presso i confini della Cariolia. Vi sono in paese 

fi) Comune ili 2089 abitanti sparsi nella Fraiimii 
<]. CusiiH:!. Y;ll:imezzo, Dierieo, Salino, Trelli e Chianlis. 
Tutta la valle non ha die tru meschine scuole col nu- 
maro complessivo di 69(!) scolari. Emigrano annual- 
mente 180 persone. 



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— 7-2 — 

delle case di bella apparenza, e perfino due pa- 
lazzi di buona architettura, io uno de' quali è 
l'albergo. Quesla valle sembra il nido della pace. 
Fuori del monda, senza vie di comunicazione, è 
solamente ridestata di tempo in tempo dal pas- 
saggio del'e mucche forestiere che vanno in estate 
a popolare i pascoli delle sue montagne, e dai 
minatori (i). Questi vi passano a più riprese, sia 
per fare la Serra, sìa per condurre il legname. 
È curioso il modo con cui vien fatta la Serra, e 
terribile quello ter cui si fa la menata. 

L' acqua del Rio è scarsa e di poca forza, 
insufficiente a spìngere innanzi una gran massa 
di legni ; onde si pensò al modo d' accrescerne 
il volume e l' impeto. E fu trovato. 

Nelle partì superiori dei monti il ttumicello deve 
correre fra strette e altissime sponde rocciose, dopo 
essere uscito da ben ampi bacini. Ora chiudendo per 
mezzo di provvisorie dighe infra quelle sponde 
la via all'acqua, questa s'allaga per entro a que 1 vasti 
bacini e se ne fà un gran serbatoio. Levate a 
un (ratto le serre, esce poscia da quello con 
forza indescrivibile facendo tremar le rive e 
portando a sè dinnanzi lutto quello che incontra. 
I fusti d' immensi alberi, e i grossi ceppi, get- 
tati prima nel fello del torrente, vengono traspor- 
ti) Nel dialetto feltrino si dicono mena'lnss, a sono 
i (-(induttori rial Ictmume per acqua. Pereiù chiamati" 
menada una condotta (li legname fatta per acqua. 



— 73 — 

tati con mirabile celerità. G. Gortani in una sua 
novella descrivo con molta verità questo fatto. 
■ i ceppi d' abete, egli dice, accatastati appiè della 
serra la gli solleva come fuscelli turbinandoli fu- 
riosamente lungo l'angusto suo calle; e qua spu- 
meggia e arrabbia contro un macigno che 1' ai- 
traversa, colà spagliando in un letto più ampio, ora 
li ammonta, ora li strata e distende pari pari come 
una travata, menando un fracasso di cozzi e spin- 
toni, un tramenio assordante da fare spavento.» Guai 
a chi si trovasse allora presso il letto del Ch'arso !... 

Per evitare una qualche disgrazia si costuma di 
far prevenire dall' altare lutti i valligiani del di 
e dell' ora che s' hanno a togliere le dighe ; ma 
non sempre vi si riesce. 

Pranzai all' albergo, poi salii con un signore 
alla chiesa, posta in silo eminente. 

— Questa fabbrica fu restaurata, e abbelliti! 
dal parroco, di cui potete leggere il nome in quel- 
1' epitafio là, mi disse il compagno additandomelo. 

— È stata una grande impresa, risposi, le- 
vandomi i) cappello davanti l' urna. E ai poveri 
ci pensava? 

— Oh sii Divideva con essi il suo pane, eii 
è morto più povero di loro- 

— Ma compianto? osservai. 

— La sua morte è stato un lutto generali 
nell' incarojo. 



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— 74 — 

— Se tutti i preti fossero cosi, farebbero be- 
nedire al cattolici amo, gli dissi. 

Attraversato 1' elegante atrio delia chiesa so- 
stenuto da colonne d' ordine corintio, s' andò a 
vedere il cimitero. Quivi presso scorsi dei gelsi: 

— Oh! dei gelsi! sclamai. — • Mi pareva di 
veder in essi dei conoscenti, lassù, a stianto ot- 
tanta metri di altezza. — E attecchiscono? chiesi. 

— Molto bene, rispose V altro. Anzi que- 
st' anno a Paularo se ne fecero bozzoli da poterne 
trarre della buona semenza. 

Oh, ve'I E chi s'è pensato a piantarli? 

— I primi? Gli ha fatti venire e piantare il 
Bassi. Sono questi qui eh' ella vede. 

— Qual Bassi? domandai. 

— L' Ingegnere, quello che poco fa è stato 
fatto cavaliere. 

— lo conosco un Bassi, ingegnere o professore 
emerito che abita un elegante casino, a S. Margherita, 
presso il caste! di Moruzzo, gli dissi, sarebbe quello? 

— Quello appunto, rispose il mio interlocu- 
tore; -è notissimo per aver con una sua memoria 
leita Bn dal 1829 -nel!' accademia di Udine, risu- 
scitalo l' idea della canalizzazione del Ledra, che 
dormiva da circa duecento anni. 

— Ma quando é venuto da queste parti? 
.— Quand' è venuto? Ma c' è slato per anni 

e anni. Vede ella quella capanna? 

E mi additò una casèra di là dal Rio, sopra 



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— 73 — 

le case di Paula ro, in mezzo a uno sterile cam piceli o. 

— Quella, continuò, si chiama l'Eremo del pro- 
fessor Bassi. 

Mi disse dappoi che venendo questi a passar 
buona parte dell'anno nell' Incarojo acquistò quella 
microscopica tenuta per avere il diritto di essere 
eletto, come fii, consigliere del comune. Da qual- 
che anno però non ci veniva più n Paularo, poi- 
ché, morto il vecchio parroco, di cui era l' intimo 
amico, si è tentato di ucciderlo. 

— Come I come I Ha fatto egli qualche male 
al paese? gli domandai. 

— Oibòl rispose quel signore; egli non ci ha 
fatto che del bene. Ma che vuole? fra i tanti buoni 
vi è sempre qualche tristo. Bassi ha avuto il torto 
di dire la verità in un discorso funebre che fece in 
morte del parroco defunto. Le lodi giustamente e 
moderatamente da lui distribuite ai morti, offesero 
i vìvi, e pochi giorni dopo, da mano ignota gli fu- 
rono fatte contro le fucilate. Fu un miracolo se non è 
caduto trafitto. Da quel giorno parti e non è più tor- 
nato presso di noi che pur l'amiamo sempre di cuore. 

— E non si fece nessuna indagine circa quel- 
l' attentato ? . • . : 

— Se n' è fatto qualche cosa ; ma poi Bassi 
stesso mostrò desiderio che si sospendessero le ri- 
cerche. Ohi egli non ha il cuore de' suoi nemici ! 

Le stesse cose mi furono più tardi ripetute 
in un' osteria del villaggio. 



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Storia di una strada. 



Il di seguente corsi la valle fin sotto a Salina 
dove comincia una strada nuova che dovrebbe 
riuscire a Cedarcis. 

Chi volesse avere un' idea di certe spese che si 
fanno dai comuni oda la storia di quella strada. 

Giunto a Salino, piccolo paesello distante una 
grossa ora da Paularo, chiesi a un contadino dove 
fosse la nuova strada. 

— Un poco avanti, signore, mi rispose. Vo- 
lete che venga a insegnami a ? 

— Venite pure. Ma dite: perché non la s'è 
cominciata proprio da qui? 

— Non lo so. Signore, mi disse ; forse perchè 
questo vecchio sentiero si reputa sufficiente. Ma 
io credo che la strada nuova 1" abbiano fatta per 
le fepri. 



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— 77 — 

— Perchè dite questo? 

— Perchè s' è lavorato e speso tanto senza 
che alcuno ne possa profittare. 

Ho voluto percorrere questa via fino a Pie- 
diro, e l' ho trovata magnifica, con un ponte, che 
deve costare un tesoro, sopra un fiume che non 
c'é(l). Il conladino mi disse e me lo ripeterono 
altri che si spesero in quella impresa da circa 
ducente mila lire, e la strada non giova ad al- 
enilo, perchè non avendo né principio nè finii 
razionale, giace perduta nella solitudine senza 
scopo, come le rovine degli acquedotti antichi 
che veggonsi tuttavia nell'agro romano, k meno 
clie non la si ritenga fatta per le 900 anime che 
abitano i tre paeselli di Salino, Chiaulis, e Trelli. 
Davvero che percorrendola, e vedendo che quà 
e colà cominciava per le ingiurie delle stagioni, 
a deperire, mi domandai seriamente, se quelli 
dell' Inearojo fossero earnielli. Giacché ognuno sa 
che i earnielli hanno testa fina, e non gettano inu- 
tilmente il denaro in lavori d' equivoca utilità. 

Quindici giorni più tardi mi fiì detto a Tol- 
raezzo che !e Autorità tulrici se ne sarebbero in- 
teressate; ma, e prima perchè non ci si è pen- 
sato? o perchè, cominciali i lavori, non furono 
sollecitati gl' inearoiani a finirli? E si poteva far 
senza scrupolo e con grande loro vantaggio, es- 
sendo il comune di Paularo assai ricco. 

[1) Panni che sia il Rio Refosco. 



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Partendo da Aria e venendo sino a Piedini 
io avevo girato i quattro quinti di un 0, onde 
mi sarebbe riuscito più commodo per evitar nuove 
salite, rimboccar la Strada già percorsa fra S. Flo- 
riano e S. Pietro; ma volli tornare a Paluzza per 
la via del Durone. 



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Il Dnrune e Paol« il Crnmaro. 



Infatti risalita la valle fino a Pàularo, e fallo 
rinfrescare con un buon bicchiere il mio scian- 
cateli, cominciai a montare per le falde orientali 
di questo monte seguendo sempre il mio campione 
di Ligosullo. Ma le spaile del Durone sono aspra- 
mente selvose e vi sì faceva per di più il taglio 
degli abeti, onde il passaggio era difficile, sbar- 
randoci i lunghi alberi recisi la via. Quando giunsi 
alla forcella del Durone, che serve di sparli - 
acqua ira l' Incarojo e la valle Giulia, (S. Pietro), 
non avevo più un capello di asciutto e mi sedetti 
sui prato, appiedi del crocifisso per riposarmi, 



80 



avvolgendo in un ampio scialiti tutta la mia 
persona fi). 



— Di Ligosullo, risposero. E si misero a 
scherzare col mio compagno, canzonandolo e chia- 
mandolo coi più dolci nomi, e dicendogli in- 
namorate e domandandogii se voleva sposare ana 
di loro. 

— Vuoi mei diceva Y una. 

— 0 me? soggiungeva 1" altra; deciditi, bello! 
Il povero nano tentava di schermirsi dalle 

frizzanti richieste, e menava la lingua per bene ; 
ma ci voleva altro 1 

Pensando eh' era crudeltà lo starmi neutrale 
intervenni per sua difesa, sicché giunsi a salvarlo. 

Le giovani vennero a sedersi senza ritrosia 

(1) Se ho toccato due volta del crocefisso non I* ho 
fatto a caso, o mia devota lettrice, ma per forti sapere 
clip ii povero Cristo si trovi piantato por tutta la Carnia, 
anche nei luoghi più alti o più solitari ; la qual cosa ho 
osservato pare nelle valli del Tirolo tedesco, dove lo 
si appende anche alio muraglie interne delle osterie, 
e gli si mette appiedi la piletta coli' acqua santa, 

(2) È il termine tecnico del dialetto bellunese per 
indicare i mucchi di fieno ; perebà no» si potrebbe in- 
trodurre nella lingua f Non e forse parola italiana t 



st 



Si 



due versanti collo 
matta risa di al- 
d dall' aver messo 



fieno disseccato, a 
— Di dove siete' 




— 81 — 

presso di me e mi domandarono chi fossi, d'onde 
venissi e che facessi da quelle parti. Avendo 
soddisfatto alle loro domande con risposte ge- 
nerali : 

— E voi, dissi loro, per dove tornale ai vo- 
stro villaggio? 

— Per di là, rispose una, additandomi la via 
dei prati. 

— Bisogna andar presto, altrimenti si fa notle 
osservò un'altra, e non vorremmo sentire la voce 
del Cramaro {l). 

— Cornei La voce del Cramaro' 

— Si, la voce del Cramaro che fu precipitato 
da! conte di Siajo ilei burrone, che è dietro 
quel colle. 

E mi additava il cocuzzolo del monte eh' era 
a cento passi da noi. . 

— Che, c'era un Conte, qui? domandai. 

— Si, un Conte, e un famoso castello: di eui 
se tirate bene gli occhi, vedrete tra .le frasche 
ancora le rovine. Non la sapete ia storia di Paolo, 
il Cramaro? . ,; ,. 

— No, le risposi, ma vi prego di raccontarmela. 

— Si, ripigliò la ragazza, ve la racconto, per- 
chè è bella e pietosa. 

Il moro cominciò a fregarsi le mani, contento 
che la diversiona l' avesse sottratto ai motteggi 
delle giovani. . . : -, 

(1) ingollante girovago. 



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- 82 — 

E la giovane mi raccontò questa triste leg- 
genda che io vi presento sotto spoglie un )>ò arti* 
stielie, ma ben meno preziose dell'aurea e toccante 
semplicità con cui fu raccontata. 

Paolo il Cramaro s' era innamorato d' un* 
genti! fanciulla, la più bella di tutta la valle, e 
questa amava lui, più che la pupilla degli occhi 
suoi. Egli era grazioso e bello e s'era dato agli 
studi oltre la sua condizione, suonava il mandolino 
con grande maestria, e sposava al suono di quel- 
!' istromento la sua dolcissima voce. Esso slesso 
era uo trovatore, e andando girovago pel mondo 
veniva spesso chiamato nei castelli e perfino nelle 
corti dei principi. 

Ma la gioia dell' amore è breve. Pare che gli 
Dei invidino ai mortali questa suprema felicità, 
che innalzerebbe l' uomo ai loro supremi godi- 
menti. ■. '.' , ■ 

Un dì Paolo fu chiamato da una lettera lungi 
dal suo. paese. Recatosi dalla sna fidanzata le 
disse addio; ed ella a piangere a sospirsre a di- 
sperarsi;: che lo amava davvero. Ma non zoov(V), 
direbbe la mia interlocutrice, gii fu giuocoferza 
partire. Le promesse i giuramenti e le altre te- 
nere dimostrazioni che si fecero i due amanti 
avrebbero fatto piangere i sassi E mai più fini- 
vano di staccarsi come se i loro cuori s'avessero 

(t) Giova. 



— 83 — 

a spezzare in quella separazione. Gli è che pre- 
sentivano ciò che doveva accadere. 

Paolo aveva assicuralo alla giovane che sa- 
rebbe tornato fra un mese. Ma ahimè 1 Passa un 
mese, ne passano due, ne passano dieci, e non 
si vede a tornare, e non se ne può avere no- 
vella. Rita intanto, che cosi si chiamava, piangeva, 
e si struggeva d' inconsolabile amore. 

Un giorno il conte di Siajo passando dalla 
casa della Fanciulla (a vide tutta mesta, ma più 
bella clie mai. Informato della virtù di lei non 
andò per tentarla, ma si fece a racconsolarla. 
Non era cattivo e prepotonte e forse non aveva 
fini perversi. La giovane vedendolo si rispettoso 
e compassionevole, cominciò a smettere la diffi- 
denza, e a mostrargtisi grata. Frattanto sia per arte 
dei cortigiani, sia perchè se n' abbia avuta falsa 
notizia, si sparse la voce della morte di Paolo, 
e tutto cospirava ad accreditarla, pel che Rita 
n'ebbe quasi a morire. Il Conte dopo qualche 
di ripassò cacciando d'accanto alla di lei casa, 
ed entratovi, con modi umani e pietosi si studiò 
di confortarla condolendosi con essa defla toeeata 
sventura. Alla meschina parve d' aver trovato un 
consolatore veli' infortunio, e lo pregò di ve- 
nire di tratto in tratto a confortarla. Fra sè 
si stupiva che ai alto signore si piegasse fino 
a lei, e avesse un cuore come la povera gente: 
ma dava fede all' eloquenza del fatto, giacché il 



— 84 - 

Come non le aveva mai parlalo uè di sè nè del 
suo amore. Le lagrime di Rita però si facevan 
sempre piii rare, e coli' andar del lempo, se il 
Conte mancava di venire se n' affliggeva. 

— Gli è vero che i signori, quando vonno 
esser gentili, osservò la mia narratrice, hanno 
maniere che incantano. 

11 fatto sta che la giovane si lasciò prendere 
a questo ama ; giacché il signore di Siajo essen- 
dosi accorto dell' affetto che Rita gli aveva, le 
propose di farla sua sposa. Ella in sulle prime 
gli rifiutò la sua mano, dicendogli che suo primo 
ed unico amore era Paolo; ma poi batti e ri- 
batti, la ripulsa andò sempre più indebolendo 
. finché cessava del tutto. Cosi che dopo alquanto 
lempo furor fatte le nozze, e tnlta ta valle dalla 
Por.taiba, e il castello di cui mi stavano dinnanzi 
le macerie, avevano risuonato di lieti evviva per 
le feste che se ne fecero. Molti ospiti erano ve- 
nuti dai vicini castelli, a molti pellegrini venne 
offerta ospitalità in quella occasione. I,a giovane, 
più stordita che contenta, lasciava fare, assórta 
com' era in un pensiero malinconioso che non 
poteva strapparsi dal cuore. Venuta la sera, e 
vedendola il Conte pallida e sconsolata d' infra t 
canti e le. danze, non «apea darsi pace, quando 
ad un tratto ' 3' udi fuor del castello il dolce suono 
d'un liuto al quale s'accompagnava una voce 
tristamente soave. 



Era !a voce d'un [foratore sotto l'abito di 
pellegrino ; e nel)* udirla Rita avea Insalilo. Chi 
è mai quel pellegrino? Quando entrò nella saia 
tutti lo rimirarono, ma nessuno lo riconobbe. 
D'onde era venuto? Che voleva? 

Il conte di Siajo gli fé dare una tazza e lo 
pregò di cantar le sue nozze. II pellegrino ripetè 
un' preludio che scese al cuore di tutti e fece 
venire i brividi alla novella sposa. Era il lamento 
dell'amarne tradito, il desiderio e il presentimento 
della morte vicina. A un certo punto gli occhi del 
trovatore s' incontrarono con quelli della donna 
che cadde tosto svenuta. Fu un lampo che rivelò 
al signore del castello una storia d' amore e co- 
minciò a fremerne. Ma il canto del poeta, die 
vide la donna svenuta, toccò il sublime d' un li- 
rismo disperato, imprecò all' infedeltà dell' amante 
e chiamò i fulmini del cielo sulle nozze male- 
dette del Conte, il quale non potendo più frenare 
I" impeto della collera piombò sui finto pellegrino 
e con voce cupa e tremante: 

— Chi sei, gli tuonò, tu che vieni a funestare 
i tripudi d'un banchetto nuziale? Chi sei? 

— Sono Paolo, il Cramaro, riprese il giovane 
gittando lungi la cappa, e quella donna è mia' 

— Maledizione) gridò il conte, non lo ripe- 
terai piò a persona vivente. 

E chiamali i masnadieri fò aprire il verone della 
sala, e lanciar giù nel profondo di un abisso il poeta. 



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— 86 — 



A Rita riscossa da lanto fracasso pam di 
comprendere ciò eh' era accaduto, senza poler 
darsene ragione. 

lì Conte non gliene fece parola, prese colle 
sue mani il liuto di Paolo, e lo getto dietro il 
corpo dì lai. Pare però che l' istromento musi- 
cale impigliato fra i cespugli che sporgevano 
dalle fenditure del precipizio si fermasse a metà" 
e che una mano misteriosa lo suonasse per latta 
quanta la notte. 

Da quel dì canti e suoni arcani s' udivano 
da quella parte, e una notte mentre il vento 
fischiava e il mandolino faceva udire i suoi ma- 
linconici snoni più vibrati dell' ordinario, spari 
dal castello la moglie del conte di Siajo, e nes- 
suno n'ebbe più nuova. Solamente fu notato che 
il . verone ond' era stato precipitato i! Cramaro 
era aperto, e che due voci invece di una si fe- 
cero dappoi sentire dal fondo del burrone. Anche 
oggidì quando più cupa è la notte, quando più 
forte l'uragano imperversa i pastori dei dintorni le 
odono, fanno i! segno della croce e scappano via. 

Giovani innamorati, dice la leggenda che chi 
manca alla fede giurata sari per sempre infelice i 



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li Re d) Plebea. 



Tornalo al quartier generale di Paluzza e 
divoratimi i giornali e ledue solite irole, mi posi 
a letto, cui le fatiche di due giornate di cam- 
mino mi fecero trovare assai morbido. Ho pro- 
vato nella mia vita che l'insonnia amica delle 
città, e più speciaiuiente deli' ozio, rare volte ac- 
compapia il viaggiatore. ' «' ■ 

Avviso ai medici e agli ammalati di nervi n 
di spirito. 

Alio spuntar del giorno partii alla volta di 
Monte Croce «Olì' intenzione di toccare i confini 
della Carintia, e mossi verso settentrione lungo 
la sponda sinistra del But. 

Da quella parte, un chilometro fuori di Pa- 
luzza, c* é un luogo che si chiama Infrmrri da 
due rocche, erettevi un di, l' una di qua l' altra 



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di là daìl' acqua. Quella di quà esiste tuttavia 
quasi intera, in cima un' altura, sopra la strada, 
a perpendicolo d" un dirupo. Questa si chiama 
indifferentemente Torre Mostarda, da un rivo che 
le scorre appiedi, o Torre Bertrando dal Patri- 
arca che 1' ha fondata per guardar la valle di S. 
Pietro dai carintiani. 

Ho detto fin da principio che la memoria dei 
Patriarchi s' intoppa dovunque in Carma ; ma al 
nome di Bertrando va legata anche molta parte 
di storia. 

Ecco ciò che ne dicono gli Scrittori : 

« A Pagano (della Torre) succede Bertrando 
di S. Genesio, decano di Angoulème e uditore 
di Boia (1334), buon politico, valente capitano, 
pio (?) e zelante pastore.' 

Le gesta militari di questo principe della chiesa, 
e le opere e le istituzioni civili da lui condotte 
.1 termine sono molte e varie. Sconfisse nizzardo 
da Camino, ricuperò Yenzoue dai Goriziani, cinse 
d' assedio Gorizia stessa, nella quale la notte di 
Natale, armato di ferrea armatura celebrò ponti- 
(lealmente la messa assistito dall' ahate di Moggio, 
ugualmente armato, ricuperò coli' armi il Cadore, 
prese i castelli di Villalta, Pinzano, e Bragolino. 

A Udine eressse il presbiterio della chiesa 
maggiore, e vi fondò monasteri, a Cividale istituì 
uno studio, a Gemona ajulò la rifabbrica delle 
mura. 



— 89 - 

Iq occasione d' una terribile peste manteneva 
del suo duemila noveri , e quando cessò, fece 
fare in Udine pubbliche feste, delle quali si con- 
tinua ancora la tradizione nel ballo che si In 
dai contadini al palazzo civico, la seconda tetti 
di Pentecoste. È adorato dalle fanciulle friulano 
per aver egli istituito dei baili pubblici. 

Ed è forse colpa di questo santo Prelato, so 
la gioventù udinese è follemente appassionata 
per la danza. 

Bertrando però favoreggiando il Connine di 
Udine e i Savorgnani, s'attirò l'odio di dividale 
o di una fazione polente, alla cui lesta era il 
conte di Gorizia con alcuni dei Torriam, dei 
Villalta, dei Varmo, dui Portis i quali nelle pianure 
di Richenvelda l'assalirono, e scompigliata la sua 
scorta di duecento elmi, l'uccisero. ; 

Di Nicolò di Lussemburgo che gli successe, e 
che vendicò la di lui morte, parlerò in altro luogo. 

Due miglia più su di Roeca Bertranda giace 
appiè della Creta il paesuccio di Timau pressoché 
sepolto fra ie montagne. A mela della strada che 
vi ci mena, ho passato le misteriose ghiaie della 
Muse, ramo del rivo Moscardo, che scende. sot- 
terraneamente dal Monte Pauìaro, Le dette ghiaie 
con grossi massi, con cespugli di salici e arbusti, 
in certe occasioni si movono e fanno viaggio seti?:' 
scomporsi, come se fossero poste sulla tolda di 



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— W - 

no bastimento. Questo fenomeno avviene spesso 
dupo molte, a improvvise pioggie, ma talvolta 
anche in bellissime e calde giornate. La super- 
stizione che non sa spiegare le cagioni nascoste 
di tal fatto, s' impossessò di quel sito e lo fece 
teatro di apparizioni, e di lavori sopranaturali, 
come più tardi vedremo. 

Tra il Moscardo e Timau è una specie di 
stagno, che fu da tempo un laghetto della lun- 
ghezza di sette ad ottocento metri, del quale gli 
storici parlano come ti' un vivaio di eccellenti 
pesci. Ora questa steppa in miniatura va natural- 
mente prosciugandosi e diventa nn buon pascolo 
pei cavalli, in capo ad essa dopo esser passalo per 
mala via cominci a entrar nel villaggio. Questo è 
un pugno di catapecchie la maggior parte coperte a 
scandole. Difficilmente puoi trovare un paesello die 
abbia l'aria meschina al pari di questo, e al quale 
le angustie del luogo non lascino, come qui, il re- 
spirare. La gente poi sembra creata apposta pel 
sito. È in generale timida e selvaggia : e le donne 
all' appressarsi del forestiero o fuggono, o si guar- 
dano la punta delle galosce trattenendo il fiato, 
come se avessero a correre, guardandolo, qualche 
serio pericolo. Povere zoltiche! 11 linguaggio che 
vi si parla è un tedesco corrotto ; e d' italiano 
credo non ci sia altro che la croce di Savoia 
appesa sulla porta della dogana. . 



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- 91 - 

Timau è nome corrotto di Tinnivo. 

Il paesello lo deve alla sorgente d' un' acqua 
che appena sboccata e precipitatasi dalla rupe é 
simile a fiume. Il quale, "cosi com' è improvvisalo 
dalla natura, poto sopra l' abitalo sulla via che 
mette a Montecroce, entra nella valle, e va a in- 
grossare il Bui. La visla del Timavo è siala per 
me nna sorpresa, non tanto per la sua singolarità, 
quanto per la somigliala che ha nel volume, 
nella fona, e nel nome, col Timato di Monfatcotie, 
descrittoci da Virgilio; e con nna grossa corrente 
della stessa natura, la quale sbocca appiè di Ce- 
lano nella MarSiCa, gira seghe e ruolini, e mette 
dopo breve corso per la campagna, nel lago Fucino. 

Il raffronto di tali masse a" acqua, che escono 
con tanto impelo da (re roecle diverse, ha pur 
qualche cosa di strano, e penso che gli studiosi 
delle cose naturali saranno del mio parere, e 
vorranno occuparsene. 

Sulle sorgenti di queslo Timavo corrono (Ielle 
tradizioni curiose, giacché perfino i santi sembrano 
essersene immischiali. Nel leggendario di S. Afra 
sia scritto che in ilio tempore nessuno poteva 
bere dal fiume delle acque delle Alpi < non uomo, 
non bestia, non alani fiore, ■ perché era custo- 
dito da un drago il cui fiato toglieva la vita a 
tutto ciò che s' accostava alla fonte. Il vescovo 
S. Narciso si dava gran pensiero di questo fatto 



e vedendo che gli uomini non potevano lottar 
contro il drago, immaginò di cercare un alleato 
nel diavolo. Fece dunque una convenzione con 
esso e gli promise un' anima, se riusciva a libe- 
rare la fonte. 11 diavolo si leccò i mustacchi per 
ghiottornia al solo pensiero dì farsene un grosso 
boccone, e fidando bonariamente nella parola de! 
vescovo, andò all' impresa e spense il drago. Po- 
vero diavolo, che giuocava di furberia con un 
vescovo I S. Narciso che non gli aveva fatto ve- 
runa scritla, gli negò la promessa, ed ci rimase 
scornato. 

Quando mai l'Italia manderà la sua luce a 
dissipar le tenebre di Timau e dar migliore opi 
nione di noi ai limitrofi carintìaniì 

Quando mettendovi un maestro laico illumi- 
nato e onesto esso vi spargerà idee di civiltà vera, 
a i semi d'una buona educazione popolare. Ma 
questi quando sono ancora due incognite. 




Miiiileeroce. 



Oltrepassato il villaggio m'avvidi che s'apre 
a sinistra, a modo di zanca, un orizzonte meno 
angusto di quello ove si trovano presentemente 
le abitazioni. L' antico Timau doveva esser qui. 
giacché presso il letto del fiume esiste ancora fa 
vecchia chiesa, che, raso dalla piena delle acque 
il paesello, continua a sussistere da più secoli. 
È in essa che si adora un Crocefisso, oggetto di 
frequenti pellegrinaggi e di divozione, al quale il 
volgo ignorante attribuisce molli miracoli. 

Salendo 1' erta di Montecroee per la via 
Giulia pervenni a un luogo che si denomina 
Mercato vecchio. Qui dev' essere un' iscrizione ro- 
mana, pensavo; e ne chiesi ad alcuni boscaiuoli 
clic tagliavano delle pianto. 



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— 94 — 

— L' iscrizione è iassù, dissemi uno di quelli, 
additandomi una roccia che a un certo punto 
sembrava scalpellala e segnala da grosse Iutiere. 

— Non si può leggere, gli osservai. 

— Le parole sono mangiate dal tempo, ri- 
spose ; ma ci sono. 

Mi sforzai indarno di leggere la famosa epi- 
grafe dedicata a Cesare che aveva aperta in mezzo 
le alpi una via carreggiabile. Gli storici che l'hanno 
veduta assicurano esser questa : 

Julius Cmsar hane viam invimi 
Rotabile (Kit. 

fi cielo che per tutta la mattina era stato co- 
perto e nebbioso cominciava a lasciar cadere una 
pioggia poro cristiana, massime per un viaggia- 
tore senza ombrello. Ma che farci? Non bisogna 
mai darla vinta agli ostacoli; ed io proseguii 
tranquillamente il mio cammino. Poco dopo com- 
presi di non esser solo nella molle impresa ;. poiché 
presso ta sella del monte, e quando la pioggia 
veniva giù più dirotta che mai, m' imbattei nei 
signori Smitb, marito e moglie, figli della bionda 
Albione. Pareva eh' essi pure andassero cercando 
in mezzo a que' boschi la pietra filosofale. 

La signora, in età ancor fresca, di fisionomia 
distinta, un po' grassetta, e di lietissimo umore, 
si pigliava l' acqua col sangue freddo d' un sol- 
dato di re Guglielmo, con tutto che avesse dei 



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— 9-1 - 

piedini aristocratici da disgradarne le belle pa- 
trìzie udinesi. 

Scambiati i franchi saluti, eom' è costume tra 

— Che cercate? dissi loro. 

— Cerchiamo una lapida, rispose il signor 
Smith, in francese. È indicata nella nostra Guida 
e non possiamo trovarla. 

E mi tradusse dall' inglese un brano di quella 
guida che dava minuziosi dettagli e precise indi- 
cazioni de' nostri monti bellunesi e friulani, con 
cenni storici e topografici da far salire i! rossore 
sulla fronte d' un italiano. 

Povera Italia ! pensai. Dopo dieci anni di li- 
bertà lu hai ancora bisogno di una guida inglese, 
o d'uno storico tedesco che vengano a dirti: 
cerca in questo punto, e troverai un dwtemento 
della tua passata grandezza. 

Quel di, io rappresentava, mio malgrado, e 
assai male, l' Italia. 

Scoperta la iscrizione, non ci riuscì di deci- 
frarla, se non pel nome d'un Augusto che vi si 
può leggere. 

Intanto il cattivo tempo si faceva sempre più 
minaccioso, e i nostri vestiti grondavano comi.' 
panni bagnati. Fu però deciso di scendere agli 
Staulis di Pleken, territorio della Carintia, sul 
versante della Drava. 



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Il Re di Pleken. 



Eccoci in una vasta prateria sparsa qua e la 
di cascine, animata nella state da pastori ed ar- 
menti. Che lusso iJi vegetazione! che bellezza di 
sito! La casa che sorge nel mazzo a uso di pa- 
lazzina coi tetto acuto, col mastio sporgente è 
ima specie di ospizio. Il proprietario fa l'alber- 
gatore per diletto. Gli è un uomo à' una quaran- 
tina d'anni, di statura erculea, di tipo tedesco, 
(li modi un po' bruschi; ed è tanto ricco che 
possiede prati, boschi, malghe (1), campi e case 
in tutu la valle della Gaila. A Pleken egli è re, 
che nessuno gli può comandare ed ei comanda a 
tutti. La sua reggia è comodissima, mobiliata con 

(1) Nomo tecnico onde s' appella sulle nostre mon- 
t.igna unii cascina, intorno a cui si raccoglie al pascolo 
in eslate un dato numero di mucche. 



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eleganza, e. con lusso. Il servizio da tavola, di 
porcellane posate e biancheria, è iì' ottimo gusto. 
Tulio spira là dentro agiatezza e pretesa. 

Quel!' alberga Uve ha nome Giuseppe, e noi lo 
chiameremo Giuseppe I, avendogli conferito il ii- 
lolu di Re. A prima vista dislingue il più delle 
volte un inglese dal volgo degli altri uomini, e 
rame Ule Io traila. Alto delia persona, un po' 
duro ne' movimenti, colla barba di color fulvo, 
colla fisionomia alquanto originale, era facile ch'io 
pure venissi scambiato per inglese, ciò che av- 
venne di fatto, come più tardi ebbi a provare. 
Ma, pazienza! Sarebbe ingiustizia lagnarsene. Giu- 
seppe [ sarà sempre una maestà carissima: non 
perchè faccia pagare un caffè venti soldi, e gli 
altri generi in proporzione; ma perchè, guai a 
noi. se calando da Monlecroce in giorni piovosi, 
e con una fame da lupi non avessimo I; sua 
magnanima protezione! 

La mia guida però vuol sapere che Giuseppe I 
è un despota da farne impallidire lo Czar di tutte 
le Russie. Figuratevi, che avendo egli contribuito 
a fare una strada che deve attraversare il suo 
regno, vi ha posto un pedaggio, sbarrandola con 
una stanga, come lascia far tuttavia l'Imperata 
d'Austria in alcuni Stati. Il Governo austriaco, forse 
geloso della concorrenza, gli fece delle rimo- 
stranze, ma Giuseppe I, duro; più duro ancora 
del suo vicino. Fortuna pe' suoi sudditi che non 



ci sirà un Giuseppe II, nel quale s'abbia a tra- 
smettere il suo dispotismo ; giacché per ciò che ne 
dice I' Almanacco della Galla, egli non ha succes- 
sione maschile, e quanto alla figlia, è a sperare 
che sia ancora in vigore la legge Salica. 

Bisogna confessar tuttavia, che, malgrado le 
gravose tasse, che forse (!' intelligenza con tutti 
i governi à' Europa, egli fa pagar nel suo regno, 
■rispetto al mangiare, al bere, al fumare, sopra 
tutto al fumare, ci si vive benissimo. 

To voglio che la fatica e 1' appetito ti facciano 
trovar più gustosi che non sieno, i cibi e le 
bevande di Pleken; ma ti assicuro, -lettore, che 
son gustosi davvero. 

La regina di Pleken, dama compita per istru- 
zione e per educazione civde, tt fa colle sue 
stesse mani dei pasticci che non invidiano un 
cuoco francese. 



Diqitizsd by LoO^ ] 



I contrabbandi. 



Finito il pranzo, si cominciò a fumare. Ah 
Bugia t... È mollo virtuoso colui che trovandosi 
a Pleken, dove si vendono dei buoni sigari a 
buon mercato non se ne fa una grossa provvista . . . 
pensando ai tuoi, che sono sì cari e sì attossicati. 

Lascia almeno che involto in una nube di 
fumo straniero intanto che la pioggia stroscia 
di fuori, io ti scagli da queste alpi carintìane i 
miei fulmini. É lo sfogo d' un giusto sdegno troppo 
a lungo represso, giacché pagandoti io otto soldi 
il giorno in tanti piccoli Cavour, tu non dovresti 
mirare ad avvelenarmi co' tuoi narcotici. 

Ma anche parlando sul serio, io dico, che 
Giuseppe I e tolti i dispensieri di privative che 
vivono di là dal confine italiano, faranno una dan- 
nosa concorrenza alle finanze del nostro Stato, 



— 100 — . 

finché i sigari e il tabacco del Regno d' Italia 
siano a prezzo si alto e cosi cattivi. 
E il sale! 

Se il signor Ministro Sella sapesse quanto sale 
entra di contrabbando in Friuli e pel Veneto, con 
(scapito dell' erario, malgrado gì' infiniti pericoli 
di chi lo porta, penserebbe forse a ribassarlo di 
preizo, aumentando invece altre lasse. 

I confini dell' Italia verso gli Slati austriaci, 
da Aia di Rovereto fino a Cervignano, riescono 
si difficili a guardarsi che non basterebbe un 
esercito dì doganieri, e I' utile non ne franche- 
rebbe la spesa. 

Ho visitato le stazioni doganali di Ala, di 
Valdastico, di Primolano, delPontet. del Cadore, 
di Sappada, di Timau, del Pùtfaro, di Cepletis' cis, 
di Prepotto, di Manzano, di Strassoido, e altre, e 
vi ho trovato guardie attive e perfino troppo ze- 
lanti: ma che giova? Il contrabbando del sale si 
esercita su vasta scala, notoriamente. Se le guar- 
die fossero raddoppiate, si eserciterebbe lo stesso. 
Se si uccidessero i contrabbandieri che lo im- 
portano il sale, entrerebbe ugualmente ; giacché 
quando i poveri ponno risparmiare un quattrino 
sui generi di prima necessità, io fanno anche 
a pericolo della vita. , ; , 

I confini polilici mal delimitati nel 1866 fa- 
voriscono l'audacia dei frodatori. In certi punti i 
confini o non sono stali segnati o non si distin- 



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— iOt — 

guuno. Fra Strassoldo e Caslion nel distretto di 
Cervignano, il passeggere può esserti mezzo in 
ano Stato e mezzo in un altro seguendo una 
stessa strada. È tocento anche a me di camminar 
per qualche tratto con un piede in Austria e 
P altro in Italia. 

Com'è possibili! di guardar siffatti confini? 

Abbassate i prezzi, migliorate i generi, licen- 
ziate la metà delle guardie, e troverete il vostro 
conto. 

A queste sole condizioni ia concorrenza di 
Giuseppe I, e di tutti i suoi; alleati confinari non 
sarà da temersi. 



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XIX. 



la Muse. 

Eccomi di ritorno per Monteeroce verso Pa- 
luzza alla tarba di measer Giove pluvio che non 
s' era ancora stancato di risciacqua rei. Io era 
fradicio da strizzare, ma siccome sono un po' 
lettereccio e non mi lascio imporre dagli uomini, 
cosi e tanto meno dal tempo. 

Rifacevo dunque il cammino senza badare alla 
pioggia, accompagnato da una Maria Deìlziotli 
che mi faceva da guida. Sceso sulle ghiaie de! 
But poco sotto a Timau, m' avvidi che la donna 
era molto preoccupata, e il suo passo meno franco 
di prima: 

— Siete stanca ? le chiesi. 

— Maria Deliziolti non é mai stanca, rispose, 
domandatene a tutti i viaggiatori. 

— Che avete dunque? insistei. 



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- 103 — 

— Ho paura che mastro Silverio stia picco- 
narici», rispose. 

— E cho fa a voi? Lasciatelo picconare. 

— E se non ci lascia passare? 

— Oh bella! Perchè non ha da lasciarci 
passare? 

— Eh, Io so ben io il perchè 1 

E tirava innanzi come chi sospetta di un 
qualche agguato. 

Giunta in faccia a Cleulis, presso il Moscardo, 
si alzò sulla punta dei piedi, si fé visiera della 
mano, e fissando gli occhi in un punto deter- 
minalo: 

— Si muove! si muove 1 esclamò spaventata. 

— Cos'è che si move? le chiesi. 

— La Muse, continuò. Non vedete voi la terra 
che cammina lentamente colle pietre, colle zolle, 
coi cespugli, colla stessa strada sul dorso? 

Per quanto fossi stalo prevenuto, d di prima, 
dello strano fenomeno del Moscardo, non potei 
tenermi dal credere che la donna avesse dato 
volta al cervello, specialmente quando la vidi cor- 
rere in giù verso il But. Onde temendo eh' ella 
non andasse a precipitar vi si le tenni dietro, e: 

— Fermatevi ! fermatevi ! le gridai. 

— Correte, correte I mi rispose ella, saltando 
di pietra in pietra, o non siete piìi a tempo. 

Disperato di non poterla tosto raggiungere la 
seguii i! più da vicino possibile e passai con essa 



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— IOÌ — 

il Ietto del torrente, nel finale non v' era che 
pochissimi! acqua. Come appena sali sulla spon- 
da che guarda Rocca Berlranda, si volse verso 
di me, e: 

— Siamo salvi I mi disse; 

— Abbiamo forse corso pericolo? le domandai 
sto p e fatto. 

— Sì. replicò; osservale mó, come va. 

E m' indicava la ghiaia che in effetti andava 
in fiiù senza punlo scomporsi. 

— È la Musei mi disse. 

— Ma perchè si muove? le chiesi. 

— Lo sò io il perché, rispose segnandosi ; 
ma non è questo il luogo di parlarne. Venite, 
venite. 

La seguii. 

Ecco ciò eh" ella m'ha raccontato a voce som- 
messa, cammin facendo. 



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lastre Silverio. 



Visse qualche secolo fa a Paluzza un uomo, 
di nome Silverlo, molto avido di denaro, e senza 
nuore pei poveri. Costui avendo preso in affitto 
ia montagna di Primosio, eh' è sopra il Moscardo, 
pensava al modo di poter divenirne padrone con 
un colpo di mano. Carte non ne aveva fatte al 
proprietario, testimoni al contratto di finanza non 
ve ne furono, e da lunga pezza la possedeva; 
onde facilmente si persuadeva di poterla dir sua 
senza timore del carcere. Ma gli dava pensiero il 
giuramento, e vedeva a malincuore appressarsi il 
giurilo, nel quale secondo i patti doveva restituire 
la montagna. Il diavolo però andava tentandolo, e 
stuzzicandone in tutti i modi l' avidità per mezzo 
della sua donna. Infatti apertosi un di con essa 
sul proposito del gmramento, questa molleggian- 
dolo gli disse: ' " 

1 Memoria della Ciraia 



- 106 - 

— Bighellone! e non puoi giurare la verità? 
Metti ne' tuoi calzari della terra dei tuo orto, e 
Sgambatili, va col giudice e i testimoni sul monte, 
e giura che la terra sii cui cammini è tua, tutta 
tua. Non è questa !a verità ì 

Mastro Silverio ben lontano dal credere che 
il diavolo parlasse per bocca della mogìiera, cadde 
nella rete. Persuaso dalla speciosità del consiglio, 
quando venne da TolniBZto la Cavalcata andò col 
Giudice e col proprietario di monte PHmosio. 
alla montagna io- questione. Là , alla presenzi) di 
testimoni affermò con giuramento, dopo aver corso 
in lungo e in largo i prati ed i pascoli, che quella 
terra era sua. Ma iì Signore che bacia correre e 
non trascorrere, colpì di morte, improvvisa mastro 
Silverio, appena sceso a Pafuzza, e il diavolo che 
gli era stato consigliera se ne portò l'anima al- 
l' inferno . . . cioè ... nò all' inferno ... sul dorso 
di monte Primosio. 

— E chi Io sa? dissi alla Deliziotti. 

— Noi lo sappiamo, rispose. E continuò: sul 
far della sera di quello stesso giorno due ragazze 
scendevano dal monte Paularo, e incontravano 
presso il Moscardo mastro Silverio. Egli era vestito 
a nero, pallido, e in aria assai malinconica. An- 
dava in su adagino adagino col piccone sulla spalla 
e cogli occhi bassi. 

I.e giovani en' erano un po' burlone: 

— Addio, mastro Silverio, gli dissero. 



P i & i i i ze d- by-G eegk 




E una gli gridò: che pensate? ■: . J — 
E l'altra: andate pensando ai vostri zecchini" 
Ila egli nè rispose, né si volse verso di 
loro, della qual cosa molto si maravigliarono e 
chiacchierarono. Senonché giunte infra Torri- sen- 
tirono suonare a morto la campana di S. Daniele, 
e incontrate delle compagne chiesero per chi 
suonassero la campana. 

— Per mastro Silverìo, rliposero, il quale è 
morto mezz' ora fa, :,- 

— Che dite mai! se T aHiiamo incontrato ap. 
punto mezzora fa sul Moscardo!, osservarono le 
montanine. ■'. " 

— Vi sarete sbagliate ; sarà stato un altro, 
disse an popolano. 

— Eli no I replicò una di quelle, ché t abbiam 
veduto dappresso, ed io l'ho salutato per nome. 

— Ed io gli ho detto che penserà a' suoi 
zecchini. 

— Infatti è morto, aggiunse un terzo, e gli 
sta bene, perché ha giuralo il falso. 

Le due ragazze si sentivano rizsare sul capo 
le chiome a tali parole e cominciavano a battere 
i denti per la paura. .... 

— E che vi disse? domandò, loro un- bel 
giovanotto. -\ ■:- < 

— Niente affatto, rispose la piò coraggiosa ; 
teneva la testa bassa e pareva assai addolorato. 



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— 108 — 



— Lo credo io, replicò il giovane: è andato 
all' inferno. 

lo chiesi a questo punto a Maria, come c'en- 
trasse mastro Silverio colla Muse da noi passata. 

— C entra, c' eDtra, mi disse, attendete e 
vedrete. 

Qualche tempo dopo la morte dello spergiuro, 
uno della famiglia di mio marito, un Deliziotti, 
calava dal monte Primosio con un tempo indiavo- 
lato come quello d' oggi. A meta dell' erta s' in- 
contrò in mastro Sflverio che co! piccone stava 
franando il terreno, conio se volesse levare si 
monte la cuticagna. V antenato di mio marito 
era un uomo coraggioso, e In scongiurò: 

— Che fate voi qui, dalla parte dì Dio ? gli disse. 

— Lavoro a disfaro ciò che ho male acqui- 
stato, rispose il dannato che non poteva resistere 
allo scongiuro. Dio m'ha condannato a picconar 
la montagna e con me i miei discendenti Ano alla 
settima generazione, continuò ; guai agli spergiuri I 

E si dileguò. 

Da quei momento la terra di sotto principiò 
a muoversi come un isolotto nuotante e la Muse 
divenne oggetto di meravìglia e di arcane paure 
in tutti i dintorni da secoli e secoli fino a' giorni 
nostri. Ognun sa che i Sii ve rio, pei peccati di 
messer Agostino, questo loro antenato, furono pre- 
destinali fino dal nascere ali" infernale lavoro, e 
si cercò dì evitavi! come gente appestata. 



Digitlz ed by Cook ie " 



— 109 — 

Ciò rhp deceva la Defizkttti è tenuto per vero 
anche olirli. 

È tanto viva questa credenia a Paluzza che 
l' ultimo dei Sifreri. morto qualche anno fa, nnn 
volle mai assasgiare dei trulli della montagna 
maledetta, non latte, non cacio, nnn altro. 

Due sole donne sopravivono ancora nel vil- 
laggio, di quella famiglia, morie le quali, son fl- 
uita le sette ette (etìì. 

Povere infelici ! Esse virono separate ila 
tutti, sotto l'mrofci di una paura fatala, vittime 
d' una cieca superstiztone'l ' ' 

Siamo umana nel secolo dell' ignoranza. 



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.X3U. 

Le r«dc. 

Hiduitumi al snliio mio quartier generale, e 
riunitali i restiti, <ìfi|io le solile ciarle coli' eccel- 
lente padrona dell' albergo, coli" speziale, e le 
sue signore, ini posi a tavola colla solita cena 
davanti . una trota lessa e nna in guazzetto 
Tulli i gusti son gusti u quello era il mio. Non 
avevo ancora Unno di mangiare die sentii fer- 
marsi un carro (lavanti I" albergo, e quasi subito 
dopo salir te sedie e aprir l' uscio della sala i 
nuovi arrivali. Erano i signori Smith orrìbilmente 
fradici p inzaccherati. 

— Come! dissi loro, questa sera anche voi" 

— Vedendo che il tempo è ostinato, rispose 
il signor Srmih. abbiamo deciso di calare al piano 
anche noi. 

— Come siete venuto? Mi domandò la signora. 




— Ili — 

— A piodi, madama. E voi, di graziai 

— Sii d'un carro; ma vado a farli un po' di 
toaletla; perdonate, in dieci mintili saremo qui. 

Infatti scorsi appena L dieci minuti, la signora 
rientrava, eambiata d' abito, netta, asciutta, e ac- 
commiata i capelli. . ! ' ; = 

. Non ve ne maravigliate, lettrici mie, perchè 
quella dama era inglese, e viaggiatrice. Un'ita- 
liana non sarebbe stata sì lesta,, n' è vero?... 
Intanto olle questa signora traeva da un piccolo 
baule la macchina e V apparecchio pel tè, iì di 
lei marito mandava alcuni uomini sui Moscardo 
alla pesca d' una valigia, della Guida, e di Alcune 
carte, perdute nel passaggio della Muso. Il carret- 
tiere che avevano trovato sotto Ttrna» adendosi 
dell'apparente tranquillità del perfido torrentello, 
entrò coi ■ camalli sofia ghiaia nuotante, 0 poco 
mance ebe il carro e i viaggiatori non andassero 
a tuffarsi nel Bui. Per buona sorte il pericolo 
più grosso era cessato, e dopo moltissimi sforzi 
fu trascinato il carro alla rimi. 1 

Non s' accorsero ime all' albergo d' aver per- 
duto in quei trambusto il forzierino e gli altri 
oggetti, pe» oui stavano in pensiero. 

— Sono i lotti dei viaggiatori, diceva poi 
scherzando la dama. Mi dispiacerebbe di perdere 
la mia roba, specialmente le earte, ma ci tengo 
d'aver provato te insidie del Moscardo. Peccalo 
che- non fosse di gìorno-tj ■ :;iv; 



- 112 - 

Indi fece bollir l'acqua, trasse le tazze, ac- 
costò il fior di latte ed il rhum, e si venne a se- 
dere presso di me. Intanto dal rubinetto aperto 
della macchina spicciava l' acqua bollente sui 
bottoncini disseccati del tè d' Olanda , deposti 
prima e umettati nel fondo d' un ampio bricco. 
Il pane fresco di Paluzza eri stato tagliato a lar- 
ghe fette e accatastato sù d' un capace vassoio, 
presso il quale si trovava un pane di burro ma- 
nipolato quel giorno stesso. 

— Ecco la nostra cena, disse mi graziosamente 
la signora Smith, volete approfittarne ? 

— Grazie, madama, risposi. Ho già mangiato 
cibi più sodi. 

— Una tazza di tè non guasta la cena, so- 
giuose versandomene dal bricco una gran chic- 
chera. Lo piglierete con zucchero e rhum. Quanto 
a noi non ci contentiamo d' una sola tazza. Cre- 
dete pure che dopo il viaggio fa bene. 

— Ne sono persuaso, risposi, ringraziandola; 

10 sono amante del tè. 

Il signor Smith cominciò a darci l'esempio 
pigliando una grossa fetta di pane, distendendovi 
sopra dell'eccellente burro di Gamia e immer- 
gendola sempre più rimpicciolita nella sua tazza ; 
e noi l' imitammo. i .»■■■ 

Quel tè era squisito. 

Durante ita cena il signor Smith mi disse che 

11 dimani sarebbe partito per Udine, e poco dopo 



— 118 — 

fece chiamare il padrone di casa eh' era anche il 
maestro di Posta. 

— Avete dei cavalli ? gli chiese. 

— Quelli della posta, signore. Se parte do- 
mani mattina può servirsi dì quelli. 

— Non ne avete altri? ■ ji ■ ■■ ■ 

— No, signore. 

— Ebbene, partiremo con quelli. A che ora 
si giunge a Tolmezzo r 

— Verso le otto. 

— E la corriera di Udine a che ora parte di là ? 

— Prima delle sette. 

— Come?! Avanti che ci arrivino i passeg- 
geri e le lettere di Paluzza ? 

— Si, signore. 

— Non comprendo... Vi sarà almeno un'al- 
tra corriera che partirà un poco più tardi ? 

— Nò, signore, nessuna, in via ordinaria. 

— Ma dunque le lettere che mandate domani 
mattina a Tolmezzo... 

—•Partono per Udine vmtidae ore dopo, cioè 
posdomani. ■ ir, ■ .: m ■ ! - ■■! 

— E i passeggieri . . . 

— Se non trovano qualche mezzo straordina- 
rio, devono fare altrettanto. . '■ 

GÌ' inglesi, che tengono il tempo: per moneta, 
non sapevano darsi pace, e rimasero per un i- 
stante come due smemorali; poscia riprendendo 
il sangue freddo usuale il signor Smith replicò : 



— ni: — 

— Voi potrete perà anticipare l' andata, se vi 
conviene ? 

— Nò, signore, rispose il maestro di Posta. 
Noi abbinino l' obbligo dì partire sempre alla stessa 
ora, la quale ci viene ufficialmente prescritta. 

— Ito capito, mormorò fra i denti l'inglese, 
i carnielli sono un secolo indietro: ci vuol pa- 
zienza t Domattina andrò coita vostra posta tino 
a Tuiinezzo, e la cercherò io d' accomodarmi alla 
meglio. 

E licenziò M signor Craigrtero. 

Io riteneva che siffatto 'man veniente nascesse 
solo per la .posta del Canal di S. Pietro ; ma 
dopo aver corsa lulta la Oarbia , mi convinsi 
che la stessa cosa succedeva negli altri due Canali, 
di Gorto, e Soucbieve, i cui dispacci giungono 
quotidianamente * Totmeaze- una o dee ore dopo 
la partenza della posta pel capoluogo della Pro- 
vincia. Forse fra qualche tempo: bì stenterà a cre- 
derlo, ma per ora è cosi(l). 

É da Stupirsi però che fò autorità locali, e 
quelle della provincia, non si sieno ancora avve- 
dute di siffatti disordini, o nou vi abbiano ri- 
mediate. ■ . ,■ ■ — 

Ma la storia dei paradossi postati non. finisce 
qui, per la Gamia. Im port» dì Udine ehe va a 
Tolmezzo parte dir quà un'ora cirta prima co» 

ti) if i&tìavmv>. i; v v- ..;'•. 



— II". — 

giunga il convoglio delle ferrovie italiane per ar- 
mare a Tulmezzo a un' ora pomeridiana. Ora 
domando io , quale inaio veri ieri le ne nascerebbe 
pel pubblico, se la diligenza invece di partire da 
Orline alle selle, partisse alle min 4 K se invece 
■li giungere a Tolmezzn a un' ora culle notizie ilei 
giorno prima, vi giungesse alle due con quelle 
della sera e della notte precederne ì 

Non so per verità te «i aleno ragiooi se- 
grete. 0 superiori alla mia povera intelligenza, 
perchè delibasi lasciar correre siffatto sconcio, 
ma sembrami eli' e' baiai agli occludi chi che sia. 



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Pre lartino. 

La mattina del di successivo levai le lenite da 
Paluzza per movere verso d Canale di Gorlo. 
Della croce rappresentata dalla valle del Bui 
avevo già percorsi Ire rami, resistami ora il 
quarta formatn dalla Valcalda. Per guadagnar que- 
sta valle rinveniva ritrarsi raeaso chdomelro in 
giù e passar sulla destra del fiume. Stretta 
la mano ai nuovi amici di Paluzza, e dato i 
buon viaggili ai signori Smith, mi posi in caffi* 
minu. La Delizkilti mi precedeva cui gerlo por- 
tando i bagagli. 

TI primo villaggio cbe incontrammo di là dal 
Bui, è Cercivenio (1) che sia di riscontro a Pai- 
luna ed aSutlrio, quasi vertice d' un angolo retto. 

(1) Comunello di due frazioni dello stesso nome con 
930 abitanti, 98 scolari, 141 emigranti. 



- H7 - 

— Che e' è di bello a Suttrio? (1) chiesi alla 
donna. 

— Due o tre case, mi rispose. 

— ■ C è qualche persona di proposilo ? 

— Ve n' ha qua [eh ed un a, signore, ma io non 
conosco che il medico Moro che è veramente una 
persona di «psfo. 

— È medico del comune ? 

— É medico di quattro comuni, e lo chia- 
mano eziandio medico distrettuale. É distinto nella 
sua professione. 

Sopra il primo Cercivento ve n' ha un altro clic 
si chiama Cercivento di sopra. I due paeselli sono 
distesi ai piedi di amenissimi poggi, in faccia al 
sole di mezzogiorno, difesi alfe spalle dalle mon- 
tagne contro i venti nocivi. Tutta l'apertura della 
valle sembra fatta a loro vantaggio ; sicché alli- 
gnano in quella plaga alberi fruttiferi in grande 
abbondanza che ho veduto piegarsi sotto il peso 
di bellissime frutta. Vi si veggono sopra tutto 
noci mele e pere, in copia straordinaria. Questo 
per postura e fertilità è il miglior silo della vaile 
di S. Pietro. È probabilmente fino a Cercivento 
di sopra che si sarebbe estesa la città concepita 
da Raimondo della Torre. 

Quel patriarca aveva buon naso. 

(1) Comune di tra frazioni (Suttrio. Priola, Nnjfiriif) 
eoa 1T)9!> anime, eon tre simula, con 17,1 acciari', e 124 

.eniiemitt. '.. . . ... 



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m - 

Dopo due ore di salita si giunse a Ha va sei elio 
capoluogo del comune che volgarmente si chiama 
di Munàio (I). 

Chi ha dato il nome di Val Calda a questo 
passaggio eminente che dai canale del Bui mette 
in quello del Degano, deve essere slato un uomo 
faceto, e che non pensava punto al pentametro 
di Ovidio : 

t Conoeniuni rebus nomina mpé Strisi"; 
giacché difficilmente si può trovare una plaga 
verde e fresca come questa. 

Appena' arrivato nel villaggio, domandai d'un 
prete, del quale avevo sentito dire mirabilia. Era 
un maestro notissimo a tolti, Pré Martino de 
Crignis. Mi fu detto, che, essendo festa, era oc- 
cupato nel dar lezione a' suoi discepoli. Mi recai 
tosto alla scuola col desiderio di conoscerlo, e 
pregai una donna che sembrava fa padrona dì 
casa a volermigli annunziare. Dopo alquanti mi- 
nuti Prè Martino Scese la scala e venne sulla 
porta di strada, dove m' avevano fatto fermare. 
I pochi istanti ch'ei s'intrattenne con me pareva 
inquieto e desideroso di tornarsene a' suoi sco- 
lari. Io non sapeva comprendere la cagione di 
quell'imbarazzo che somigliava a timore, quando 
udii nella stanca di sopra una specie di mormo- 
ni Comune di quattro frazioni (Ravascletlo, Campi- 
volo. Manilio, Zovelloj con 1125 abitanti. 13fi scolari 
in due scuole, e 180 emigranti. 



— m — 

rio prolungato che aveva l' aria d' una energica 
disapprovazione. . Per la qua! cosa volevo salutarlo 
e partire. Egli però, sebbene continuasse a mo- 
strarsi inquieto: 

— Vada, mi disse,- nella vicina osteria: la 
raggiungerò fra un quarto d' ora. 

Aveva appena finito di parlare die un giovane sa- 
cerdote venne abbasso, e con piglio di malcontento: 

— Non s' ha da laseior piantati Unii per un 
furesl'tero, gli feoc, squadrandomi. 

Prè Martino non fiatò, e io segui, ' . 

V aspettai qualche poco all' osteria, ed ebbi 
occasione di godermi qualche scenetta. La mia 
guida scandotezaata di ciò che m'era accaduto 
borbottava contro l'orsaggine degli scolari di Prè 
Martino, pretendendo che una persona del ma mp- 
ritn avrebbe dovuto essere accolla da loro con de- 
ferenza e rispetto. ; ■ 

— Se lo conoscessero ! diceva con mille smor- 
fie a un Vicibo. 

— Sia chi si vuole, osservava un vecchio, la 
scuola non dev' essere tiè interrotta né disturbata, 
ne anche se venisse l' Imperatore. (Era per modo 
di direi. 

La Delizìotti che s' era già bevuta una mezzina 
di vino stava quasi per provargli «ti' io era più 
che l'Imperatore, ma Prè Martino chf enlrava 
e mi veniva a stringer la mano, la interruppe 
sul più bello. 



— 110 — 

Prè Martino è un uomo alla buona, semplice, 
disinteressalo, e senza prclese. Mi disse che 
la fondazione delia sua scuola, che È libera e 
gratuita , data da molti anni. Egli insegna, più 
praticamente che le ori carneo te, la lingua italiana, 
l' aritmetica, il disegno, l'igiene, e la morale, a 
lutti quelli che vogliono frequentare la sua scuola; 
e mira più che altro a fare de' suoi discepoli 
tanti capomastri muratori, imprenditori di favori 
pubblici, direttori di officine meccaniche, o di 
negozi. È già riuscito da solo, senza compensi, 
senza incoraggiamenti, senza che il comune gli 
passi pur I' olio per illimitmre la scuola, a farne 
qualche centinaio di tali maestri. E in certe sta- 
gioni dell'anno, quando ritornano dai lavori a ri- 
posarsi per qualche settimana nella patria valle, 
egii la soddisfazione dì vederseli attorno come 
tanti figli, e di sentirsi dare mille benedizioni. 
Per unirli poi in vincolo fra tei lev ole, e per offrir 
loro l' idea dell'associazione, ha istituito in paese 
una Società, per cosi dire, accademica, alla quale 
non possono appartenere se non quelli che si 
diportano in tutto da galantuomini. Le diverse 
arti si distìnguono nei di solenni dalla diversità 
del nastro che gtì affigliati portano al braccio. 
Non appartenere alla società sarebbe segno di mala 
coniloita. Cosi Prò Martino non perde mai d' oc- 
chio gli scolari, che va: educando, e anche lontani 
trova il modo di conservarli onesti. 1 ' ■ 



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- 121 - 



Per circondare poi questa Società di un qual- 
che prestigio, (chè un pò di polvere negli occhi 
è pur Sempre necessaria in ((iiiwlo povero mondo), 
Prè Martino pensò di ascrivervi, a titolo di onore, 
qualche persona che pel suo nome o per le sue 
benemerenze verso la Patria, in qualche modo 
la onori. E per ciò sotto il Governo Austriaco la 
scuola di questo educatore alpigiano era guardata 
con occhio assai sospettoso. Ora la politica n' è 
affatto sbandita, e nei soci onorari non si bada 
punto al coluro; cosi che accanto al nome di 
Garibaldi c' incontriamo quelli di Sella, di Giaco- 
melli, e di altri, d' opinioni diverse. 

In occasione del mio passaggio per Ravasclettu 
corsi io stesso il risico d' essere affigliato alla So- 
cietà di Monaio. 

Ed ecco come, Prè Martino che non sapeva 
ancora il mio nome, venne a parlare con so- 
verehia lode di qualche mio scritto pubblicali 
nelle appendici del Giornale di Udine, come, ad 
esempio , della 'Repubblica di S. Marino , della 
Colonia di S. Lentìa, della Grotta di Adehbero 
ecc. onde io per troncare un discorso che offen- 
deva giustamente la mia coscienza: 

— L' autore di quegli scritti sono io, signor 
Pievano, gli dissi, e la prego a non voler dar- 
mene lode, chè davvero Don ne merito. Sono leg- 
gerissimi schizzi buttati giù senz'.acte, e come 
viene, viene. 

a atonie dtiu Canna 



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Ella é dunque il signor A . . f 

— In persona, signor Pievano. 

— E non vuole che io lodi i suoi scritti che 
sono tutli naturalezza e semplicità ? 

— Naturali o semplici sono: ecco tutto, risposi. 
Io mi studio a tutl' uomo di copiar la natura e 
la società quali mi si presentano , e senza arti- 
fici. Il più delle volte per dar la vera immagine 
d' un paese, ne tolgo il ritratto alla bocca d' un 
popolano, a rischio di dirne spropositi, perché 
ritengo che la voce della gente grossa sia per 

10 più un esatto barometro dell'aria che vi si 
spira, massime quanto alla civiltà e alla morale. 

— Ben pensato 1 disse Prè Martino. 

— Nelle coso serie però non limito le mie 
osservazioni a questo barometro che potrebbe 
essere mal sicuro, ma cerco di penetrare più 
addentro e investigar sino al fondo. Sono poi im- 
parziale e inesorabile nel pubblicare il bene ed 

11 male che trovo nei luoghi da me visitati, colla 
speranza che la verità sia feconda di buoni frutti. 

Prè Martino a questa mia chiacchierata avrà 
pensato nella sua ingenuità d'aver dinnanzi un 
boccone grosso, e mi propose l'arruolamento ono- 
rario alla sua Società. La di lui modestia gì' im- 
pediva dì pensare che P azione è da più che la 
parola, e che un' ora di scuola pratica, come la 
fa lui, vale assai più di tutte le nostre letterarie 
lucubrazioni. 



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Camegliìns. 



A Bawcletto s' era già oltrepassalo lo sparti- 
acqua della Valcalda. Ora si trattava di scendere 
per una china tutta erbosa e circondata in parte 
da boschi, nel canale di Gorto. Era il cammino 
di due ore. Mi accommiatai da Pré [Martino che 
non potendomi accompagoare m' aveva dato una 
guida, e mi feci a correre giù pei prati. Quant' è 
delizioso il camminare sull' erba I Uomini adulti 
e fanciulli vi trovano lo stesso piacere. 

Correva appresso di me a gran salti un mo- 
nellino dai dieci ai dodici anni trascinandosi dietro 
un bel cane da ferma legato per la catena, ed 
era in quella di passarmi via. 

— Dove corri? gli dissi. 

— A Comeglians, mi rispose. 

— E perchè così lesto 1 gii replicai. 



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— 124 — 



— Perchè ho promettuto al Francese di giun- 
gere prima di notte. 

— Che, c'è un francese laggiù? 

— Lo chiamano il Francese di sopranome, ina 
è un mio zìo, italiano di Comeglians. Egli ha messo 
vendita di vino, e di birra, e va pazzo per !a caccia. 

Questi erano affari che non mi riguardavano. 

— E alberghi ce ne sono a Comeglians? gli 
domandai. 

— Ve ne sono due, tre, rispose. 

— Ma il migliore qual è? 

— ■ Quello della Caterina, soggiunse, poi tiene 
lineilo di Ferrigo. 

— Dove hai imparato a parlare italiano? 

— Alla scuola di Povdlaro. 

— Perchè non vai alla scuola di Comeglians? 

— A Comeglians non ci sono scuole maschili. 

— Perchè mò non ce ne sono? 

— Perchè il prete che fa la scuola ai fan- 
ciulli abita' a Po voi aro, essendo là cappellano. 

— Mancano forse locali a Comeglians? 

— Nò, signore; ve ne sarebbero anche in 
casa de' miei parenti. 

— Ho capito. È dunque per comodila del 
maestro che Si fa la scudla a Povolaro? 

— Si, signore; ma è un bravo maestro. 

— E la maestra dove abita? 

— La maestra abita a Comeglians. Anche la 
scuola dello frutte (fanciulle) è a Comeglians. 



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— 125 — 

— É naturale. Ce ne sono molte? 

— Ce ne sono pochissime; anzi forse noi; 
Ir» ! asci. ino più scolare (fare la scuola) la maestra. 

— Perchè mai? 

— Perchè « n'è un anno che s' è maritata. 

— E chi ha preso per marito'' 

— Ha toletta mio zio. 

— I! Francete? 

— No, un altro. 

— E per questo non vorrebbero che conti- 
nuas3e a fare la scuola? 

— Sì, signore, per questo (1). 

— Poveri maestri I pensai. 

E mi duole di non poter fare qualche cosa per 
migliorarne la condiziona. 

La valle di Gorlo che eorre quasi paralleli a quel- 
la di S. Pietro, è in alcuni punti molto più ampia, 
Cimeglians(2) che è la sede di Mandamento, 

(1) Tutto il dialogo, e il fatto cui si allude, « sto- 
rico. Piiì tardi la maestra domami» un aumento di sti- 
pendio, che non arrivava a 300 lire. Le si promisn 
t' aumento, purché facesse gli esami e riportasse il di- 
ploma di approvazione. La maestra face con buon esito 

' Ì e presentò l'attestati), perchè le venisse 

a la promessa; ina le fu risposto che se non 
sparii incarnente all' aumento promessole, 1' a- 
vrebbero mandata via ! 



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— 136 — 

come lo era un giorno di Commissariato, giace a 
mela della valle presso la riva sinistra de! Degano, 
ed occupa a un di presso ia stessa posizione di 
Paluzza, colla differenza però che a Comeglians 
il canale è strettissimo. Questo capoluogo dèlia 
valle del Degano è un piccolo borghettino di 
quindici o venti case di aspetto civile, e molto 
polite. Una di queste é vasta simmetrica e fatta 
a palazzo. 

La Caterina non aveva stanze libere, sicché 
ho dotato andar da Ferrigo. Gii alberghi, rispetto 
alla cucina, lasciano molto a desiderare; ma ci 
vuole paciencia, corno direbbero i comeglianesi, 
che con dolcezza inaudita par che mutino nel 
molle ci lutti !e z del mondo. 

Girando il paese ho scoperto, che, come cen- 
tro naturale dell' antico Distretto si trova in una 
condizione assai curiosa. Vi basti sapere ch'esso 
giace nel fondo di un piccolo catino, appoggiato 
a settentrione ad un enorme scoglio, senza un 
ponte stabile sul vicino fiume, senza una buona 
strada a mattina, a sera, a tramontana, separato 
per l'acqua dalla sua stessi chiesa parroi'ctniile 
che è di là dal Degano in cima a un altissima 
rupe. 

Mi recai alla posta per vedere se gli amici si 
erano ricordati di me, e mi fu detto che alcuna 
lettere a me dirette, erano state spedile a I 



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— 127 - 



lato, in casa del sindaco, dose da qualche giorno 
mi si aspettava. Questa notizia mi rallegrò, perchè 
sentivo un gran bisogno di trovarmi la per tu 
con degli amici dopo aver errato per tanti giorni 
per monti e per valli. 

Presso P ufficio postale trovai i pedoni di cin- 
que o sei comuni che avevano mandalo a pigliare 
le loro corrispondenze, il che si fa ordinariamente 
due volte per settimana ; e mi consolai quando 
uno di essi che faceva il letterato, spiegò un 
giornale e si poso a leggerlo. Vedendo eh' egli 
era un pò imbrogliato , gli domandai se .voleva 
che lo leggessi io, per lui. 

— Mi fa piacere, rispose ; e me lo consegnò. 

Lessi allora le notizie di nuove battaglie vinte 
dai Prussiani, e che volete? n' ebbi piacere, perchè 
le vane insolenze, e le millanterie dei Francesi 

lo non credeva, come una parte da' miei com- 
patrioti, chela divina Provvidenza si facesse com- 
plice di delitti politici associandosi con re Gu- 
glielmo, mentre la storia m'insegnava che i fran- 
cesi, anche repubblicani, si sono sempre ingeriti e 
minacciano stoltamente d' ingerirsi ancora nelle 
cose nostre... tutti... da Thicrs a de Chareltte. 

Ma già uni caduta sii C<!n teglia ai la nolto cin- 
qui è più tetra che altrove, ed lo mi ritirai solo 
solo all'albergo, dove mi attendeva una cena molto 



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frugale. C erano tuttavia per frutta delle grosse 
ciliegie allora allora spiccate dall' albero, polpose 
fresche nere e d' un sapore squisito ; fruito che 
certo non sì trota in quella stagione per le città 
della penisola italica. E credevo d' aver finito, 
quando una bella biondina entrò nella stanza e 
mi domandò se volessi i! caffè : 

— Dammelo pure, le dissi; e mi posi a . 
versarlo. 

— E che? mi chiese maravigliala ; lo prende 
lei cencia bucchero? 

— SI, le risposi, contento d'essermi confermato 
nella certezza che a Comeglians hanno definiti- 
vamente esiliato la z . 



XXIV. 

L'Asia». 

Il dì seguente mi alzai mattiniero e passai il 
Degano su due travi mal congiunte per salire alla 
Parrocchia, n sentiero che vi conduce è tanto 
erto da stancar la divozione d'una beghina, ma 
non la mia, giacché mi recavo lassù come artista. 
Postomi sui sagrato della chiesa , colla (accia ri- 
volta a mezzogiorno, la parte più pittoresca iti 
tutta la valle mi stava dinnanzi. Il mio sguardo 
si portava giù giù , in linea retta, fin sopra In- 
villino. Quanti paesetti seminati qua è là per la 
costa delle verdi montagne, infra i prati e gli 
abeti ! 

Il più lontano che si disegnasse nel cielo, 
sul dorso del monte, a destra del fiume, era Mione. 
un pò più basso verso di noi, Luint. nn pò più 
presso ancora e quasi sulla pianura Luineìs. Ovaro 



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— 130 — 

è rimpelto a questi due sulla sinistra del Degano. 
Alquanto più sopra, un chilometro da Comeglians, 
e precisamente subito di qua da Luincis, alla 
nostra destra, si vedeva il fiume Pesarina sboccar 
dalla valle di Pesàriis ed entrar fra bianchissime 
ghiaie nel Degano. Quel contrasto di colori, quelle 
tante varietà di vorde, miste all' azzurro del cielo 
con cui si confondono, quei cretti, quelle chiese, 
quei campanili, e le seghe e le calaste di tavole 
che si veggono lungo il fiume, danno un' idea di 
vita che ti consola.. Dalla parte di settentrione 
invece la valle che si restringe offre un aspetto 
assai diverso. 

I boschi, le montagne, gradatamente più alte, 
e le vette, brulle, o nevose, che ai scorgono dietro 
a quelle, fanno il sito malinconioso e silvestre. 
Se poi cerchi l'orrido in tutta la sua artistica 
bellezza non t' è duopo di fantasia. Accostati al 
muriCciuolo dei sagralo, getta uno sguardo sui 
burroni sottoposti e fra le roccie sfracellate dal 
tempo, contro le quali s'infrange romorosamente 
spumeggiando il Degano, e se non ti senti per 
un istante poeta o pittore, conchiudi pure che la 
natura è muta per le: vàtti a fare trappista. 

Scesi della rupe colla mente piena di fantasie 
che andavano mano mano lumeggiandosi ai raggi 
del divino sole, apparso in tutta la sua bellezza 
a illuminare quella splendida scena. Ripassai il 
ponticello e montai per V unica via del villaggio 



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- 131 - 

fino alla posta, senza quasi avvedercene; e avrei 
seguilo il corso di quei dorati pensieri, se il raglio 
sonoro d' un asino non fosse venuto improvviso 
a [armi cadere dalle nuvole. L' asino che si ficca 
tra il poeta ed il sole I La commedia accanto alla 
lirica, il ridicolo presso il sublime; ecco la vita I 
— E perdonami la sfuriata, lettrice mia, poiché 
spesso in me lo spirito si 'ribella alla materia, e 
non so contenerlo. Ti basti sapere che poi a 
mente fredda confesso il mio torto e piglio il 
mondo come viene. 

Questa volta richiamato alla realtà delle cose 
* Di me meciesmo meco mi vergogno » 

d'avermela presa contro quella povera bestia, 
della quale nei di passati avevo Unto desiderato 
la presenza. Era il primo asino che incontravo 
nella Carnia ed è stato anche l'ultimo in tutto 
il mio viaggio, malgrado la statistica del signor 
Antonio Dall' Oglio, che ne nota sessantun/) ; e 
avrei dovuto abbracciarlo per tenerezza. Cosi avrei 
riparato in parte al torto che hanno i carnielli di 
tenere in pochissimo conto animali di si grande 
utilità. 

C'è un paesello di duemila abitanti che si 
chiama Atsiè neh' ultimo lembo meridionale della 
provincia di Belluno, e' in quel paesello vivono 
unissi e tondi, secameli come il cavallo del- 
l' arabo, da circa duecento somarei|i. 



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— Quello c un paese di ciuchi I esclamerà 
qualche bello spirilo. 

— Quello è un paese di persone civili, ri- 
spondo io. 

Infatti dirò cosa che parrà strana, ma vera. 

Se la civiltà si misura dal rispetto che s' ha 
per la donna, io credo di poter affermare elio in 
molli luoghi la si può misurare dal numero dei 
somari, e precisamente nella diretta, come direb- 
bero i matematici. In Arsiè non e' è donna che 
rechi pesi pei campi, o sulle montagne; in Carnia 
non e' è soma, che non venga portata dalla donna 1 

Perchè sì enorme differenza ? 

Perche laggiù il sobrio animale coli' austera 
compitezza di ono spagnuolo viene in aiuto del 
sesso debole e gli fa usar dei riguardi, qua per 
l' incuranza degli uomini, manca alla donna questo 
innocuo ausiliario, ed essa langue affranta e sola 
sotto intollerabili fatiche. 

Considerato sotto 1' aspetto umanitario 1' a- 
sino è dunque il più nobile degli animali, e 
se viene a posare fra il poeta ed il sole, gli 
è per dire al poeta: canfora*/ io sono elemento 
di civiltà. 

Chi ricercasse poi la ragione, per cui l'asino 
in Carnia non sia debitamente apprezzato, la tro- 
verebbe in questo, che ì carnielli essendo in ge- 
nerale uomini assai dediti all' interesse, non s' in- 
ducono a comperare, e a nutrire una bestia che 



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— 133 — 



non dà riè lane, né lana, né carne, reputandola 
quasi una spesa e una bocca inutile. Onde tutto 
al più ve n'ha due per ogni comune. Noti si 
comprende lassù che sarebbe invece un' economia 
V averne uno per casa. 

Che se per troppo lavoro si sformino alla donna 
i bellissimi fianchi, se si sfiori sugli anni ancor ver- 
di la sua venustà, se le manchino rapidamente le 
forze, e tuttavia giovane abbia l'apparenza e gl' in- 
comodi della vecchiaia, il carnìello non sembra 
darsene per inteso. Le procura con affettuosa sol- 
lecitudine medico e medicine se gli cade malato, 
spende per curarla tutto ciò che ha, e piange 
sconsolato sulla morte di lei s' eli' abbia a man- 
care; ma alla stentata vita che la ridusse alla 
lomba, ei non ci pensa. Il ciuco l' avrebbe forse 
salvata : o che per ciò ? . . 

Spesso ho incontrato pei monli uomo e donna 
che tornavano dal campo, questa oppressa e tra- 
felata sotto enorme peso, quegli affatto libero che 
colle mani in tasca la seguiva zufolando. Ne' ho 
mai visto nel mio viaggio un uomo portare il 
gerlo, mentre questo incomodo arnese sembri 
essere parte integrante della donna, e crescere 

Al qual proposito ho sentilo dire a molti che 
il earniello non ama la sua compagna ; ma questa 
conclusione non mi par vera, perchè ti complesso 
dei falli mostra il contrario. 



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E qui m' accorgo u" aver tessuto le lodi del- 
l' asino; ma ben allri asini furono spudoratamente 
a ti nel mondo con aperta offesa de) buon 
3 e della giustizia distributiva! 



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XXV, 



ttigolato. 

La sera di quello stesso dì partivo per salire 
a Rigolato, paesello che godeva da qualche temp» 
delle mie simpatìe. Il tratto che divide Rigolato 
da Comegtians non è lungo, né sarebbe gran che 
faticoso: ma la strada che vi mena par fatta ap- 
posta per allontanarlo e renderlo uggioso. Appena 
uscito di Comeglians mi convenne montar in sii 
per una costa alla sinistra del nume, poi ancora 
più sù per un'altra, per poi ricalare, e pas- 
sare un ponte snllo stesso fiume , dal quale la 
strada senza nessuna ragione al mondo , s' era 
troppo scostata. 

Quando giunsi a meta del ponte e mi rolsi 
indietro a guardare, m' avvidi che dopo un ora 
e mezzo d'un cammino da cani mi trovavo ap- 
pena a mille metri del punto della mi» partenza. 



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— 136 — 

e quasi allo stesso livello. Nè, per quanto a me 
pane, ci sarebbero difficoltà straordinarie ad ef- 
fettuare una via carreggiabile e piana che di là 
per la destra sponda, corresse lungo il Degano, fin 
dove tirava il mio sguardo , giacché la roccia 
eh' è sotto la chiesa di S. Giorgio, si potrebbe 
agevolmente aprire con mine; impresa da privati, 
non che da Comuni. La quale se rimano tuttavìa 
intentata palesemente fa vedere, che, o i tre co- 
muni che vi avrebbero interesse, oon apprezzano 
debitamente i vantaggi che recano le facili co- 
municazioni, o non sono affatto concordi noi vo- 
lere il bene dei loro paesi. La questione della 
«pesa è un nulla, se si badi al prò che ne ri- 
trarrebbero. 

Di là da Trento, fra il lago di Toblino e la 
cittadella d' Arco, e' è un sito che si chiama il 
Pome delfe Sarche. Ila questo luogo sorge una 
roccia altissima a perpendicolo che va diretta- 
mente a ferire il cielo. Sopra quella roccia, 
(la quale non è. altro che il lato orientale delle 
Alpi Giudicane) ci souo i primi villaggi di quella 
popolosa vallata che ha per capoluogo Tione, e 
va a finire col lago d' Idra, pressò 1' ormai .cele- 
bre ponte del Calfaro, poco giù di Castel Lodrone, 
onde le Giudicarle, .lungo il Chiese, hanno per 
buona via, I' .adito aperto alla ricca terra lom- 
barda. Ma i comuni dì Tione e di Stenico non 
si tennero paghi a quesl' .unico sfogo, persuasi 



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- 137 - 

che quante più strade fossero aperte, tanti più 
sensali avrebbe i! loro commercio. Perciò accoz- 
zatisi con uh altro comune che aveva gli stessi 
interessi fermarono di aprire una magnifica via 
per quella rupe, che dal ponte delle Sàrche a alza 
fino a toccare le nùvole, tra le quali essi vivevano. 

— Stolta impresa! dicevano gli uni. 

Gli altri li deridevano, perchè li sapevano po- 
veri. Ed essi ? Moli, e, avanti . . . 

lo sono passato in carrozza di Posta per quella 
strada, che fu disputata dall'audacia umana" ai 
falchi e alle 3quile. 

La via che da Val di Ledro attraversa le" rupi 
del Ponale, e tenendosi sospesa sul Lago di Garda 
riesce a Riva , è un altro miracolo dell' arte , e 
della costanza unanime di pochi Comuni. E il 
paese di cui parlo, è assai meno ricco della Carnia ! 

Tutte queste cose io richiamava alla meh'e 
nel salire a stento per .un sentjeraccio, ijipsl' 1 
impraticabile pei giumenti, la costa destra ilr! f: ;- 
me, allorché sentii d' improvviso dèlie voci allegre 
e dei canti ferirmi l'orecchio. Aguzzai io sguardo 
attraverso le frasche e ii fogliame del bosco, per 
vedere onde provenissero, e scòrsi di fatto pa- 
recchie fanciulle di età diversa che dandosi la mano 
e' tenendosi a catena, venian giù correndo e 
danzando. Altre più indietro camminavano posa- 
tamente e cantavano in modo che tutto il bosco 
parea che avesse la voce. Una sola giovane era 

S Memorie delia Caruiii 



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— 138 — 

niest» e taciturna e veniva dopo le compagne 
senza prender parte alle loro gioie. 

Era Topsi che io aveva conosciuto qualche 
anno prima fuori della Carnia, e che ora si tro- 
vava lassù, per ragioni che dirò poi. Mi balzò il 
cuore di contentezza al primo vederla, e accelerai 
il passo. 

— Ah, finalmente 1 mi disse quando mi rav. 
viso. E presentandomi alle signore dell' allegra 
brigata ; 

— É lui, disse ; il migliore de' miei amici, 
quello che aspettavamo. 

— Come, anche loro ? 

— Si, si, rispose la mamma di due vispe fan- 
ciulle, l'attendevamo. Topsi ci aveva avvertito della 
sua venuta, e già da due giorni abbiamo a casa 
delle lettere per lei. 

— Scusi se mi son preso la libertà di racco- 
mandar le lettere alla sua famiglia, le dissi ; ma 
ne incolpi Topsi, cbe mi fa abusare in tal guisa 
della loro bontà; è stala lei che me l' ha suggerito. 

— E ne la ringraziamo, rispose la gentil signora, 
gettando le braccia al collo di Topsi, e baciandola. 

La bella compagnia tornò indietro con me. 

La strada cbe poco prima m' era parsa tanto 
faticosa, e silvestra, ora mi sembrava il sentiero 
d' un vago giardino. E facendomi a riguardare 
attentamente quella costa la trovai stupenda- 
mente bella. 



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— 139 — 

— Che ve Ile pare 1 ? Mi chiese Topsi. 

— È un incanto, risposi. 

— Se vedeste di primavera I mi disse : è un 
paradiso. Ora non sentite che il fringuellìo di 
qualche uccelletto; in quella stagione esce dalle 
novelle frondi un' armonìa di rosignuoli , e da 
lutti i fiori un profumo, da lasciarci li cuore. 

— Noi veniamo qui a ricrearci in sulla sera 
dai calori e dalle fatiche della giornata, aggiunse 
la padrona di casa. 

— Questi luoghi solitari e pur pieni di vita, 
dissemi a bassa voce Topsi , m' hanno restituito 
la salute, e la pace dei cuore. Quanto vi sono 
grato, amico mio, d' avermi fatto amare lo studio! 

Chi è Topsi? Nominandola ho contratto col 
mio lettore il dovere di fargliela conoscere. 

Topsi è una bella giovane, di carnagione bruna, 
d'occhio nero e vivace. Le sopracciglia bene ar- 
cuale e la capi gli a tura' fotta e mozza, danno risalto 
alla sua faccia regolare. 11 naso, io labbra, ed il 
mento che sono tra loro in perfetta armonia, an- 
nunziano risolutezza e forza di carattere. 

Nata da genitori di condizione civile, ma non 
troppo agiati, dopo tre o quattro de' suoi fratelli, 
la sua prima educazione venne assai traSnurafn, 
ond' ella visse per qualche anno come la Cene- 
rentola tra il focolare e 1' anticamera. Come co- 
minciò poi ad accorgersi che i suoi fratelli e la 
sorella maggiore si assorbivano tutte le cure e 



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— 140 — 

gli alititi dei parenti, ne senti non invidia, ma 
stizza, e principiò a mostrarsi un pò bisbetica e 
maligna. Tutti i piccoli dispetti, tutte le piccole 
vendette che avesse potuto fare in casa, le faceva, 
e con un ingegno ammirabile. I rimproveri e i ca- 
stighi a nulla valevano, che anzi se ne rideva; 
cosicché i suoi parenti ohe ne erano disperati, le 
diedero il sopranome di Topsì.(i) 

La fanciulla però non aver» il carattere del- 
la negra, e lo provò coli' andar del tempo, 
quando la sua famiglia si trovò in angustie per 
l'emigrazione de' suoi fratelli, e per improvvise 
disgrazie che la colpirono. Topsi aveva allora se- 
dici anni. Guardandosi attorno e vedendo che ella 
non aveva fatto mai nulla pe' suoi genitori, senti 
d'avere un cuore j e dei doveri da compiere. Per 
lo passato aveva conosciuto un giovanetto della 
sua età che, meDtre altri poco si curavano di lei, 
l'amava già coli' ardore d' un'anima vergi-ie. Ella 
che s' era rassegnata sino a quel dì all'indiffe- 
renza generale, gli dimostrò viva gratitidine e 
in seguito grande affetto. Ed è forse per questo 
che si riscosse da quella specie di letargia morale 
che fino allora le aveva impedito di vedere le 
cose sotto il loro vero aspetto. Ella trasali nel 
considerare lo stalo in cui si trovavano i suoi, e: 

(1) Donna maligna drscritta nella Capanno rfW Zio / 
Tom. 1 



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— Tutti lavorano, pensò, ed io... Ma che 
potrei fare per tornar utile a' miei cari ? 

E si consigliò con un vecchio Dottore, amico 
di casa, umanitario per la vita. 

— Fatti maestra, le sussurrò egli. Colla bunna 
volontà ci riuscirai presto. 

E offratlilolesi per primo istitutore, ella con 
ardor febbrile si pose allo studio, e ili poco tempri 
da lui, da me, e da altri amici che ne ammiravano 
l' ingegno e il rapido profitto s'ebbe tutti que- 
gl' insegnamenti che valsero a farle passar ■ con 
lode gli esami pubblici di maestra. 

Quando ebbe in mano i! diploma di abilitazione, 
le parve di essere rinata, e si sentì un' altra 
donna, tanto più che i parenti dopo 'averla ve 
data all'opera, le aprirono il cuore, e palesemente 
le dimostrarono slima e grande affezione. 

— Tanto poco ci voleva, mi disse un dì, per 
guadagnarsi gli animi di tutti I 

Topsi sarebbe stala felice del suo trionfo, se 
guardandosi attorno avesse veduto fra i plaudenli 
quel caro giovane che in tempi meno belli le 
era stato conforto e dolce compagno. Ma egli 
era- partito 1 (1 di luì genitore accortosi delta pas- 
sione che il giovane aveva spiegalo per lei ne 
io fece allontanare bruscamente, per impedire che 
la sua famiglia, ricca e potente, s'avesse a impa- 
rentare con quella di Topsi, civile e ben educata, 
ma povera e di poche relazioni. 



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Fu un colpo terribile pel cuore della fanciulla; 
ma in quel carattere di ferro i forti propositi non 
vennero meno. Tuttavia una tremenda lotta era 



l)i;kìTi;ito aliti niente, il di che intese la partenza 
del giovane; ma vinse alfino in quella battaglia 
l' amor figliale. 

— Se io morissi , pensava, che sarebbe de' 
miei genitori e della mia sorellina minore? 

Scosse il capo, e ne cacciò le torbide idee. Indi 
saputo che in un villaggio della Carnia era aperto 
il concorso per un posto di maestra vi mandò le 
sue carte, e vennevi nominata. Non vedeva l'ora 
di poter abbandonare la città per immergersi a 
capo fitto nelle occupazioni scolastiche e dimen- 
ticarvi il passato, aia le riuscì assai doloroso 1' ad- 
dio ai genitori. 

Neil' alpestre paesello pero ehbe la fortuna di 
trovare una ■signora istruita e gentile die l'accolse 
in casa coma sorella, e la pregò di voler esser 
anche maestra di doe sue angiolette. Da quel mo- 
mento la buona Topsi si dedicò intieramente alle 
i ure del suo nuota Impiego, e l' occupazione non 
le par*e inai eccessiva, oltre la scuola che fa nei 
giorni feriali alle fanciulle del villaggio, ella da 
lezioni nei di festivi alle adulte. Ordiuarlamemo 
impiega nella scuota dalle sei alle ottu ore il gior- 
no. Rientrala io casa ricomincia il lavoro culle 



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— 143 — 



bimbe della sua amica, e non ne esce, che per 
fare in loro compagnia la passeggiala del boschetto, 
in cui la trovammo. 

Cosi passa il tempo da qualche anno; così 
quelle alpigiane ch'erano affatto digiune 

« à' ogni virtù ciic ctfil saper deriva > 

hanno ormai appreso , quasi tutte , a leggere a 
scrivere a far di conto, e, cosa notevole, a tenersi 
pulite. Onde tutti la benedicono , e le hanno ri- 
spetto come a un essere sovrumano. Topsi inlatti 
è un angolo. Domandatene a' suoi genitori, a sua 
sorella minore, e agl'infelici del comune in cui 
vive, e tutti ve lo diranno. 

Ma qui mi domanderà una giovane letrice : 
perchè parlarci tanto di Topsi in questo libro 
sulla Carnia* 

Perchè 1' ho trovata sulla mia via, e perchè 
io nolo ciò che può servirli di scuola, o fanciulla...- 

Entrammo in Bigolalo che cominciava a im- 
brunire (1). Gli è un curioso paesetto, di là d' un 
piccolo altipiano, che sembra incunearsi nel!' e- 
stremo lembo della valle. Montagne altissime sor- 
gono a destra, a manca, a settentrione, e troppo 

(1) Cornane n"i otto frazioni (Risoluto, Givigliana, 
l.mlarì;!. t'iimpiut, fi rnnco.Viilpi retto, Magnanins, Vueraisj 
con 1443 abitami, [-cri due sniole maschili, c una fem- 
minile, popolalo da 193 fra scolari e scolare. Emigrami 
dal paese da 249 persone. 



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vicine, gli mormora ai piedi t' irrequieto Dogano. 
La chiesa parrocchiale ci^lnuU in alto sull'orlo 
d'ima rupe, come a guardarlo, gli dà un'aria 
piuttosto artistica. La casa in cui venni a capitare 
era quella del Sindaco, e l'amica di Topsi, la di 
Ini moglie. 

Quante graziose ospiti, e quanta allegria in 
quella casa! Come è dolce per un pellegrino che 
va ramingando, trovarsi a un tratto fra le como- 
dità della vita, in mezzo a lieta e vivace con- 
versazione 1 

Qui s'era accolta da Venezia, da Udine, da 
Tolmozzo, una nidiata di vaghe e gentili signore 
che gareggiavano di spirito eolla loro spiritosis- 
sima ospite. E volavano molli e frizzi e franche 
parole, che un sussiego artificiale e ma! compas- 
sato sbandisce dalla città. 

Il secondo giorno il Sindaco mi trasse a visi- 
tare la scuola, secondando così il mio desiderio 
di vedere Topsi in attualità di servizio. Appena 
entrato nella sala, dove stavano radunate le nu- 
merose fanciulle, m'accorsi ch'esse area no profittato 
delle lezioni della loro buona educatrice. Perfino 
le bambine da sei a sette anni, dopo qualche mese 
di scuola, sapevano leggere e scrivere corrente- 
mente. E tutte erano vestita con proprietà e ave- 
vano il volto e lo mani nettissime. Per sopra più 
sapevano fare un saluto senza esitanza e goffag- 
gine. Era i! miracolo di Orfeo rinnovato da gra- 



— 143 — 

zio&a e blanda giovane educala agli usi cittadini, e 
ritemprala nei nobili alleili, la quale con rara ali- 
negazione, sacerdotessa della titilla, sacrifica con 
generoso proposito il Core degli anni suoi alla 
cultura intellettuale e morale della novella gene- 
razione. 

Quanta virtù ignorata! 



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XXVI. 



I Boschi 



1! di dopo accompagni 



Si 



passai 
i. Che 
edar- 



carrozzella da Rigc 



Vi 



deliziosa stradai Ffancbegp 
busti, essa va tortuosa [ 



rat 



pini, di abeli, e di faggi, 
poi, passato un ponte, lun; 



imi 



Di 



(1 lettore comprenderà che una vettura fra 
quelle piante e col saliscendi di quel terreno ine- 
guale, è un lusso fuori di proposito e veramente 
sprecato, giacché oltre alle scosse che ne ricevi, 
ti mette compassione la bestia che ti trascina. 
In que' luoghi l' uomo sta bene in piedi, ritto 
come il larice della selva. 

Questa parte delle Alpi carniche è quasi tutta 
coperta di boschi. Ne lasciammo uno foltissimo 
alla destra del fiume Degano, il quale appartiene 



all'Erario. Molli abeli secolari v' eran caduti per 
veluslà e per insolenza degli uragani, e giacevano 
■ a terra canuti, fracidi, non curali. È rara cosa il 
vedere un bosco vergine a questi tempi, in cui 
la mano sacrilega deli' uomo è penetrata dovun- 
que, e nessuna onestà lascia intatta. Al qual pro- 
posito il pensiero si spaventa nel portarsi a non 
lontano avvenire, quando procedendo di questo 
passo, mancherà agli usi necessari della vita il 
combustibile; giacché oggidì una rabbia stermina, 
trice par che siasi impadronita dell' uomo per i- 
spingerlo a strappare del lutto alla Natura la sua 
bella chioma, di selve, onde l'economia pubblica, 
il clima, e l' igiene avranno iu breve a soffrirne 
gravissima alterazione (1). 

La Carnia segue con leggerezza Imperdonabile 
P andazzo degli altri paesi, e continua a denudare 
oscenamente !e frondose spalle de' suoi monti, 
senza darsi mollo pensiero dell' avvenire. Il cav. 

(1) L' infaticabile scrittore Jacopo Facèn, che da 
quaranta anni esercita la medicina, attribuisce al di- 
sboscameli» I' ori Rine o la molli])] it'ii/ i. di rai'civliio 
malattie e specialmente della tisichezza polmonari, che 
ai osserva appunto più frequente da mi secolo in fina. 
« Gli squilibri repentini della temperatimi, «irli die», 
un'aria pili elastici!, più !>«s.i^i::iiiin. più acuta, ii dominio 
di venti più risiili e. furimi, uh' «lettrici d'i pili accu- 
mulata, sriiìfi elicili ilei ^.sboscamenti montarne.... 
cause della tÌ£Ìciici/;i i>i>]n:on;i:'o. die è sempre più 
frequente sui monti elevati e liberi. 

(La selvicoltura rispetto all'igiene di /. Facèn). 



Giovambattista Lupieri, il Nestore della Cernia, ha 
già «ovato ila qualche anno in una dotta Memoria 
intitolata Osservazioni mi boschi della Carnia. il 
deterioramento dei boschi camici, e indicato il 
mezzo di ripararvi. Guai se gì si dorme sopra! 

t La Gamia, egii dice, non ha che due fonti di 
vita, i Boschi ed i Pascoli- Il di che 1' una di 
queste mancasse, la sua rovina sarebbe inevi- 
tabile- 

tra le due, la pastorizia è certo la più pro- 
duttiva, ordinariamente; ma i capricci dell'atmo- 
sfera, le malattie, e te altre disgrazie che incol- 
gono gli animali, sono risparmiate alle piante 
che non abbisognano né di grandi cure, nè di 
mano d'opera stra ordinaria. Per il che, tutto 
calcolato, il tornaconto riesce a un dippresso u- 
guale. Ma non convien distruggere ì boschi, nè 
punto deteriorarli. ■ 

Le leggi forestali italiane sono rigide, ma non 
lo saranno mai abbastanza, finché a colui che 
taglia un albero non s' imponga 1" obbligo di 
piantarne due. 

Sin qui è tenuto diverso modo. I boscaiuoli 
tagliano le piante martellata, e, por isbaglio, an- 
che taluna delle non martellate, senza darsi cu- 
ra del resto. Cosi a poco a poco si spogliano 
le cime delle montagne, cosi le pioggie non im- 
pedite e divise, precipitano raccolte nelle valli, 
cosi si formano ì grossi e impetuosi torrenti, che 



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— 149 — 

poi, come il Tagliameli lo e la Torre allagano e 
inghiaiano le sottoposte campagne. 

Togliete alle acque i loro naturali ritegni, che 
sono i boschi delle Alpi, e nessun altro riparo 
verrà a frenarne, o a rallentarne la furia. 



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XXVII. 



Forni Àvollri. 

Finito il bosco spunta il prato, e di là dal 
prato, il campanile, !a chiesa, e le case di Forni 
Avoltri(l), Che bella villa I 11 nome l'ha preso 
dalle fornaci, entro cui fondevansi i minerali della 
vicina Avanza, poi crebbe vispa, linda, e bella 
eli' è una delizia. Qui la popolazione comincia ad 
avere un tipo, un'educazione, e un fare tedesco 
non però il linguaggio e il pensare. 1 lavori delle 
miniere di Forni e di Avanza, ricche d' argento 
un tempo, furono sospesi due anni fa essendo 
tntt' altro che produttivi. È da sperare pero che 
di queste miniere sieno soltanto perduti di vista 
i Aloni principali. 

(1) Comune di atto fraiioni (Forni Avoltrì, Avanza, 
Avoltri , Collemci/.cìi , Cn!li»ii , Mnrercttn, Stiletto, 
FrassenetW), con 1000 animo, 123 scolari, 157 emigranti. 



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— 151 — 

V esimio prof. Torquato Tarameli! a prolusilo 
della natura e della storia di queste cave, mi 
scrive quanto segue. 

■ Tacendo dei parziali affioramenti di Siderose, 
di Cinabro, e di Pwabme, esplorati presso il Pa- 
ralba, a V. Bordaglia, a Sissanis, a S. Giorgio di 
Comeglians e tosto abbandonati ; la principale alti- 
vita ed i più vistosi capitali furono esauriti (dalla 
Società Veneta) nelle località di Monte Avanza e 
N. dì Forni Avollri. Quivi al contatto delle dette 
due zone paleozoiche affiora, a circa 2000 metri 
sul livello del mare, un filone dì Panabase (Solfo- 
antimoniuro d' argento e di rame), il quale si 
sprofonda assai inclinato verso SSO, con una serie 
di allargamenti e di strozzature poverissime, spe- 
cialmente ove i! piano del filone attraversa gli 
scisti che ne formano il tetto. TI giacimento cu- 
prifero, lavorato nella prima metà del secolo XVI, 
mal corrispose alte speranze facilmente suscitate 
dall' eccellente natura del minerale, ed in realta 
deluse sempre per l'incertezza, l'irregolarità ed 
il pronto approfondarsi del filone; onde ai posteri 
rimase col lusinghiero nome d' Avanza, una le- 
zione pur troppo non abbastanza compresa della 
poca probabilità di successo, che potevano ripro- 
mettersi ulteriori coltivazioni. 

Ciò non ostante, dal I8S3 al 1863, la Società 
Veneta montanistica vi spese pressoché un milione 
di lire in gallerie, in strade, in fucine, in fabbri- 



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— 132 — 

sali, in piantagioni di boschi; e tutto dò nella 
più sicura certezza che il filone dovesse necessa- 
riamente mostrarsi tanto più ricco quanto più 
profondi e costosi si facevano gli scavi. Ma il fi- 
lone fu sempre rinvenuto cogli stessi caratteri, 
colla stessa incostanza, colle stesse dispersioni, e 
dopo un ultimo tentativo di ricognizione per la 
galleria Berlingnecio, la Società si decise al com- 
pleto abbandono dei lavori; lasciando a maggior 
attrativa ed a miglior lume di chi volesse riten- 
tare la prova ; una più esatta conoscenza del fi- 
lone, fabbricati, strade, forni fusori! e circa un 
migliaio di metri di sviluppo di pozzi, e di gal- 
lerie; oltre i boschi di recente arricchiti di nuove 
piante, ed i montanari dei dintorni già pratici 
dei lavori di galleria.' 

Ver la sospensione di siffatti lavori il paese 
non ha più oggidì quella vita a fecondata che 
gF infondevano gì' impiegati e i lavoranti delle 
vicine cave. Se si avvantaggiasse perù dell'acqua 
del Degano, e ne alimentasse edifici di seghe, o 
di altre industrie, come gliene dà l'esempio !' i- 
slancabilo signor P. Ciani,' potrebbe tornargli por 
altra guisa la vita. . . ' \ '/ ; 

Dopo aver preso il caffè, che secondo I' uso 
tedesco vi si fa in larghe padelle, e per solito, as- 
sai caltivo, continuammo il cammino verso Sappada. 



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— 183 — 

Forni Avoli ri occupa una posizione simi- 
le a quella di Tolme/zo. Appena fuori dei vil- 
laggio s'ha innanzi due valli , una a diritta, 
che per Avanza e Collina riesce nella Gaila 
Corintiaca, l' altra a sinistra, che poi montan- 
do in sii va a finire a Sappada. Noi pigliammo 
per questa. 

Da Comeglians a Forni Avoltri c'è una diffe- 
renza naturale di livello, Eravamo già saliti d.i 
514 metri a 883, lasciando Regolato di mezzo 
a 730. Ora poi veniva un'altra ascesa, ma ripida, 
e lunga assai, da radoppiar quasi l' altezza di 
Forni. Dopo due miglia da questo villaggio la 
strada torna a passare sinuosamente e a piccole 
zanche per altri boschi di altissimi abeti, onde la 
vasta selva è fittissima. A metà dell'erta è pian- 
tato il termine fra Sappada e il comune di Forni; 
e sopra quella pietra la strada è migliore, sgom- 
bra affatto da ciottoli. Il cavallo andava al pass.i 
stentando, noi gli tenevamo dietro a piedi. Chi 
avrebbe cuoro di farsi tirare sii per quel Calvario? 
Finalmente, dopo due ore di cammino eravamo 
giunti alla forcella, che serve di sparti-acqua fra 
la valle del Degano, e quella della Piave nel Bel- 
lunese. In quel punto avevamo a sinistra, a due 
liri di fucile, e sullo stesso livello, le nevi per- 
petue, delle quali, sebben si fosse in agosto si 
sentiva la gelida vicinanza. Ci riposammo alquanto 
sul prato ch'era sparso di fiori come in prima- 
io lM.TU-.io ■S.-.-.i Ci-M.a 



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— m — 

vm, ed io raccolsi una viola tricolor meraviglialo 
di incontrarmi con essa io quel silo. Poco dopo, 
fatti alcuni passi, m' affacciai al panorama che mi 
s' apriva davanti a occidente. 
Che stupendo spettacolo! 



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XXVIU. 



Sappada. 

L' altopiano di Sappada, .poco ondulato e verde, 
è d' una bellezza sorprendente. Ha la figura pres- 
soché d' un triangolo. Lo cingono da tre parti 
selve di pini, e lo proteggono le torreggiami 
moli delle alpi, che a mezzogiorno e a levante 
finiscono in nude e bianche guglie, a* coi piedi 
giacciono da infiniti secoli immense ghiacciaie. 

Qui nuovo clima, nuove case, nuova popola- 
zione. Tutto cangia d' aspetto. É un pezzo della 
Svizzera dalla parte tedesca. 

Se un pittore potesse colorire al naturale 
questo paesaggio con quelle vette che a guisa di 
torrioni piramidali gli s' innalzano intorno, colle 
case che sembrano cataste di travi sorgenti dai 
prati, cogli abitanti che hanno tipo antico e ari» 
smarrita, lo si direbbe una fantasia. 



Sappada è un comune di tre frazioni sparso 
.sul tappeto d'una vasta prateria, divisa a metà 
dalla Piave, piccolo e argenteo ruscello, lassù, 
che nasce poco discosto dal paese. 

Il capoluogo sì chiama la Gran Villa. 

Entrati nel primo abitalo cominciammo a ve- 
dervi le case di una costruzione tutto particolare, 
con pareti, scale, ballatoi, soffitte, abbaini di le- 
yno. Quelle case, strette al pianterreno, vanno 
sempre più allargandosi verso l'alto. Il letto ti 
coperto a scandole, e molto sporgente. Dà pen- 
siero la sola idea d'un incendio, che consumerebbe 
in un attimo tutto quanto il villaggio, e, l' incen- 
dio si teme che non abbia a scoppiare da un 
momento all' altro ; giacché oltre all' esser di le 
imo te case, e per/fino i camminetti e i comignoli, 
conduttori del turno, intorno alle abitazioni e sotto 
i pogginoli sono accatastate grandi masse di 
legna secche cui basterebbe una favilla ad ac- 
cendere. ' 

V altopiano di Sappada nel suo bacino prin- 
cipale ha l'estensione, in lunghezza, di circa 
cinque chilometri, in larghezza di due. Fra i 
gruppi dello case di legno ven' ha di tratto in 
tratto qualcheduna di pietra. In mezzo della bella 
vallata c'è un magnifico albergo, abitazione che 
riceve la luce e Varia per ottanta finestre, hi>n 
tenuta, imbiancata, fatta sulla sagoma delle case 
ci Usti; licititi;. ' 



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— 157 — 



Entrammo in questo albergo roti una fame da 
cacciatori. 

— Che ci (late da pranzo? disse il mio com- 
pagno alla padrona di casa. 

— Nulla affatto, rispose la donna, tranne del- 
le uova. 

— E del burro fresco' le domandai. 

— No, signore, replicò, del burro cotto. 

— Noti avete proprio altro? 

— Se non fossn [//■»■«» di mauro potreste man- 
giar delia carne eecellente; del camoscio, e della 
roba salala. 

. — Cara mia, fateci un pranzo di grasso, le 
dissi. E siccome ella indugiava a decidermi, per 
non turbare la sua coscienza, aggiungemmo : 

— I viaggiatóri che, come noi, hanno, supe- 
rato a piedi le Alpi, non sono tenuti a far la 
vigilia. 

Questa ragione parve tranquillarla ; ma prima 
di moversi: 

— Ve ne confesserete voi, non è vero? ci 

disse. 

— Si, sì, rispondemmo. 

Quella donna dalla lesta piatta, dal volto bas- 
so, dai zigomi sporgenti, dai capelli biondi, dagli 
ocelli ciloslri è .ancora un bel tipo di teutona; 
ma ha una paura maledetta dell' inferno e dei 
preti. 

— Andrete noi dì sopra a mangiare? ci disse. 



— Si, sì, risposi, dove vorrete. 
Finito il pranzo, le domandai : 

— Perchè avete avuto tanta difficolti a farci 
mangiare di grasso? 

— Perchè i preti strillano, rispose. Sapete 
voi, che per questo (atto, dovrò andarmi a con- 
lessare a Lockau» I preti di Sappada non mi 
assolverebbero. 

— Sono più indulgenti ì carintlani? 

— Oh! non c'è bisogno d'indulgenza; giac- 
ché io sono persuasa di non aver fatto alcun male. 

— Infatti voi non avete a sapere se chi passa 
è turco o cristiano, se sano o malato ; e per do- 
vere gli avete a dare eiù che domanda per risto- 
rarsi, senza chiedergli una professione di fede. 

— È quello che penso anch'io, replicò, ma... 

— Ma, e perchè allora vi confessate d' un fallo 
che non ritenete peccaminoso* 

La donna ci diede un'altra risposta, dalla 
quale si potè conoscere Ano a qua! punto sia 
spinta in quel luogo da certe persone l'intolle- 
ranza religiosa. 

Io penso che In materia di fede il convinci- 
mento altrui dev' essere cosa sacra per tutti, e 
che hanno ad esser tenuti rei d' imperdonabile 
leggerezza coloro che mettono in derisione le 
pratiche religiose e la credenza di chi fa pensa 
diversamente da loro. Chi vuole rispettate le sue 
opinioni , dew' essere conseguente e rispettare 



. — ^ 

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— 159 — 

quelle <T altri. In ciò consistono la tolleranza, e 
la libertà. 

Ma l' intolleranza, e il il esposti sino, da qua- 
lunque parte ci tengano devon essere fieramente 
combattuti. 

Il despotismo sacerdotale poi, favoreggiatore 
dell' ignoranza, dell'ipocrisia, e del fanatismo è 
il più nocivo di tutti. 

La superstizione regna ancora in tutta la sua 
forza a Sappada. Ritornatovi dal Cometica, dove 
feci una escursione straordinaria, in giorno di 
festa entrai nella chiesa parrocchiale della Gran 
Villa. Là, sui banchi, islecchiti e immobili come 
mummie ho veduto inginocchiati una ventina di 
vecchi, maschi e femmine, colla testa bassa, col 
rosario in mano, biascicanti sottovoce le loro 
preghiere con noa divozione e un raccoglimento 
da santi, lo credo che se fosse crollata sui loro 
capi in frantumi la volta della chiesa, non si sa- 
rebbero mossi. Quella buona gente crede davvero; 
ma, mio Dio t come sono esterminata le loro 
faccìe I 

— ET altra gente dov' è? chiesi ad un vicino. 

— Gli altri sono in processione, giù verso la 
Piave, rispose. 

Uscii di chiesa per vederli a ritornare, e ap- 
paiatomi con un monello sul piazzerottolo, la- 
sciai che mi sfilassero davanti. 

Mi parevano uoa processione di gente fatata ; 



— 160 — 

tulli lo slesso tipo, lo stesso costume, le stesse 
movenze, lo slesso fervore nel cantare in lingua 
Straniera il rosario. In generale hanno lesta grossa 
all' insù, zigomi assai pronunciati, guancie in 
dentro, collo asciutto; le donne però sono al- 
quanto più rimpolpate, hanno carnagione fina, e 
rosata, capelli biondi, occhio azzurrino, e una certa 
vivacità che contrasta con tanta divozione. Pro- 
cedevano lutti con passo misuralo e grave, col 
capo allo slesso grado d' inclinazione, colle brac- 
cia incrocicchiate e colla corona della Vergine in 
mano, cantando alternatamente collo stesso tuono 
di voce monastica : f haìlega Maria. 

Quando la testa deila doppia fila donnesca 
cominciava a passarmi davanti, un glori notlo al- 
quanto spregiudicato, tentandomi co! gomito: 

— Vedete la terza donna della fila di là, 
presso il pilastro ? mi .diete. 

— Quella che alza il braccio col rosario at- 
tortigliatovi attorno? risposi. 

— Quella. È una delle Marie. : . . 

— Che vuol dire? ripresi. 

— É una storia che vi racconterò per istrada, 
rispose. . 

Ci mettemmo in cammino. 



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Il Messia di Sappad». 

[ ; ■ ■ ■ : 

Or ecco ciò ehe m' ha raccontato que) gio* 
vinotto a proposito delie Marie. 

Qualche anno fa ci fu un uomo di Sappada 
d' ingegno molto svegliato al quale venne in pen- 
siero di farsi credere il Padre Eterno. Avendu 
egli un figlio inclinato al fanatismo religioso 
gì' impose di presentarsi ai sappadesi come il vero 
Messia, e di predicare la nuova legge ai poveri 
di spirilo. Egli intanto amagli apparecchiato gli 
apostoli, gli evangelisti, I discepoli e le Marie, 
non esclusa la Vergine Madre. Il giovane, leg- 
gero di cervello, e credulone anziché nò, comin- 
ciò a credersi realmente qualche cosa di grande, 
e si diede a predicar pei prati e pei hoschi la 
dottrina ispiratagli da suo padre. La Piave era 
il suo Giordano, le selve circostanti ii suo deserto. 



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— JG2 — 

Siccome egli predicava coìr entusiasmo d'un fa- 
natico e diceva talora delle sante cose, così la 
gente grossa il seguiva e pendeva dalle sue lab- 
bra. Per qualche tempo le turbe rimasero edifi- 
cate della parola e della vita del giovane Messia, 
e molti tornavano alle abitazioni, battendosi il 
petto e mormorando il detto del vangelo: vera- 
mente costui è il figlio dì Din. Il parroco di Sap- 
pada lungi dal protestare contro questo nuovo 
Cristo che veniva a scrollare il vecchio edificio 
di cui egli stesso era puntello, par che segreta- 
mente lo sostenesse, facendogli per tal guisa ac- 
quistare maggior credilo. Le cose andavano dun- 
que a vele gonfie pel Padre Eterno e pel suo 
figlio Gesù; ma non andò guari che il diavolo 
mostrò te corna. 

Il Messìa nuovo, a differenza del vecchio, vo- 
leva il suo regno temporale, e con bei modi, e 
con preparazioni che avevano deli' ispirato, cer- 
cava di persuadere la moltiludine, del suo diritto 
di averlo. : '■ u 

Un dì, mentre le turbe erano tutte compunte, 
e quindi inclinate alla iriaggior fedo, il Messia le 
mandò nell'interno del bosco, ad un punto da 
lui indicalo, a piè d'un altissimo abete, e: 

— La, disse loro, 1 scavate il terreno, e vi 
troverete le tavole della Legge che il Padre mio 
ha scritta colla sua mano. 1 

Infatti tutto avvenne secondo la sua parola, . 



essendo Siale trovale nel sito precisato due la- 
vole di pietra ben levigata, nelle quali erano 
scolpiti in bellissimi caratteri i Comandamenti 
della divina legge. E perciò la credulità e il fa- 
natismo non ebbero più limili. Il parroco a quella 
fausta novella fece suonar le campane, e le pietre 
si portarono alla Gran Villa con grande solennilà. 
Ma il Messia, (sempre ispirato dal Padre) fece leg- 
gere, e spiegò alla moltitudine una nota che stava 
incisa appiè (lei Comandamenti, nella quale era 
detto ehe il bosco in cui lenissero scoperte le ta- 
vole, doveva quind' innanzi appartenere al Messìa 
e alla sua famiglia. A questa dichiarazione, tutto- 
ché interessata, si sarebbero facilmente unifor- 
mati i credenti che non avevano a che fare col 
bosco; ma coloro che ci aveano interesse comin- 
ciarono a trovar strane le pretese ispirate di Gesù 
Cristo, e ne informarono le Autorità. Il nuovo Pi- 
lato, che non voleva sostenere la parto ridicola 
dell' antico Ponzio, invece di lavarsene le mani, 
mandò i suoi gendarmi in paese colf ordine d'im- 
padronirsi di tulli coloro eh' ebbero parie nella 
sacra rappre sentanone, cosicché gli Apostoli; gli 
Evangelisti, le Marie, i Discepoli, e lo stesso Padre 
Eterno, vennero tratti in prigione, dove li segui 
poco dopo anche il parroco di Sappada. 

Questi, appena uscito dal carcere, fu licen- 
zialo dal vescovo e se ne vive ora in un remolo 
paesello delle Alpi. 



V 



— 164 - 

Il fallo sarebbe comico sin qui ; ma poi ter- 
minò magicamente col suicidio del Padre Eterno- 

I sappadesi non furono guari fortunati coi loro 
|if istori spirituali. 

Quando i! cav. Lupieri era medico di Sappada 
una puerpera che soffriva il mal di latto e n'a- 
veva il seno infiammato, consultò il suo parroeo. 
Questi che aveva letto in qualche libro esser l'oro 
indicato per certe malattie infiammatorie, prese 
delle foglie d' oro che gli erano rimaste dalla 
doratura d'un altare, e si diede la santa pazienza 
di applicargliele, non so se a mordente, o con 
altro metodo alla parte ammalata, in guisa che 
V aderissero perfettamente. 

Quando, fattosi il male più serio per la chiusura 
dei porri, fu chiamato il Dottore, il parroco stesso 

10 introdusse nella stanza dell'inferma, e ripiegatele 
bellamente le lenzuola sino a mezza vita, gli offri 
alla vista il curioso spettacolo d' un petto d' oro- 

— Che è mai questo? domandò meraviglialo 

11 Lupieri. 

— È opera miai rispose iì prete, ma a nulla 
giova. , - ■ 

II medico non potè trattenere le risa ; disfece 
il santo lavoro, e apprestò alla donna i sussidi 
dell' arte. Anehe quel parroco venne rimosso dalla 
cura di Sappada, e se ne vive ancora sulle mon- 
tagne della Camia. 



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— 165 — 



Causa ili tulli questi mali ti la crassa ignoranza 
che si cercò di fomentare in quel paese, e la 
cieca superstizione per ciò die risguarda la re- 

Qui, come in generale da per tutto in Italia, 
le popolazioni si foggiano ancora a beneplacito 
del parroco. 



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Ritorno a Rigatalo. 



Partimmo dalla Gran Villa, e [ier Cima Sap- 
pada rivarcammo lo sparli -acqua della Carnia. 
lasciando a sinistra cioè, al nord di 3appada, la 
più alta delle Alpi carniche, la Paralba. Questa 
montagna alta 2790 metri é coperta di nevi eter- 
ne. Le sue acque scorrono per la Piave nella 
valle del bellunese, pel Tagliamento nel Friuli, 
per la Orava nel Danubio; è un immenso termine 
di contine fra il Tiralo, la Ca riatta, ed il Veneto. 
É da questo monte che parte la catena, delle Alpi 
Carniche. la quale allungandosi verso oriente, per 
Crettaverde, Collina, Montecroce, Primosio, bu- 
dino, Germina, Glaràt, e Sleuza, termina a Pon- 
tebba, nella valle del Fella, dopo aver corso 50 
chilometri. 

Di qua dal Fella poi comincia la catena delle 



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— 167 — 



Alili Giulie la f|iiale passando pei punii più oh- 
vati di Monte Canino, di Mori lo maggi ore, e del 
Matajùr, perdesi sotto al Plagniana nei piccoli 
colli del Coglio dopo un giro di M chilometri. 

Nel rifare la selvosa valle di Forni, mi tor- 
navano a mente le fisionomie, la favella, il co 
slume. e il portamento, degli ahitanti di Sappada, 
e mi pareva d' avori! veduti, uditi, e praticati, 
altrove. Quella processione, quel canto, quella 
lingua, e quel costumo, non dovevano essermi 
nuovi. Quei sappadesi insomma, o lì avevo veduti, 
o certamente 1ì avevo sognati. 

A forza di tormentare la mia memoria mi 
sovvenne dei Sette Comuni vicentini che si (tirano 
comunemente di origine cimhrica. Il capoluogo di 
quei comuni, Asiago, è anch' esso nel centro 
d' nna verde conca, su d' nn altopiano, fra elevate 
montagne pascolate in estate da numerose man* 
dre. É lassù che si coagula quello squisito cacio 
che si denomina dai Sette Comuni. 

Tornarmi alla memoria questo paese e trovarvi 
una somiglianza di sito, di persone, di lingua, 
e di costumi, con quello di Sappada, fu tutto un 
punto. Asiago é certamente paese più civile di 
Sappada, e molto avanti quanto a coltura, grazie 
agli studi elementari, e ginnasiali che vi fiori- 
scono da lunghi anni; V é quindi anche un pro- 
gresso, per ciò che riguarda il costume; ma il 
tipo della gente vecchia, e meno incivilita, è iden. 



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— 168 — 

tico con quello dei sappadesi. Biguardo alla lingua 
parmi che .sia proprio la stessa, il léulono an- 
tico del Chersonestis Cimbrica. Al qual proposito 
è a dolersi che nei Selle Comuni, e specialmente 
in Asiago queslo idioma cimbrica vada perden- 
dosi, o che venga appena confinalo nei paeselli 
di Rotzo e Boana. 

Degl' indizi aperti di parentela fra i cimbri del 
vicentino, e questi dello Alpi «.miche, ci sarebbe 
mollo !» dire con vantaggio certo degli studi 
elnografici, ma non è materia da queste pagine. 

Seguirò a dire delle impressioni ricevute. 

I ballatoi delle case erano a Sappada ingombri 
di gambi e leste di papaveri, di cui si fa lassù ab- 
bondante raccolto. L'idea del papavero m* fece 
pensare a quella specie dì sonnolenza onde vidi 
presi gli abilanlì di quel paese, che si cibano 
frequentemente del seme di questo flore, usalo 
come condimento in molte vivande. I sappadesi 
a! primo vederli sembrano infatti gente addor- 
mentata, sebbene in effetti sieno nomini fini, e 
buoni speculatori, ì quali col piccolo commercio 
colla Svizzera e con altri paesi, sì fecero danarosi. 

Scambiavo queste mie idee col sindaco di Ri- 
golato, divenuto ormai mio indivisibile compagno, 
sotto una pioggia terribile, che simulava in neve, 
a poca distanza da noi. li cavallo intanto se ne 
andava solo, fermando a stento colle gambe po- 
steriori la carrella vuota, che di conlinuo lo so- 



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— 169 — 

spingeva. Noi slessi, per quella via a sistole e 
diastole, s' andò a disagio, (Ino al Rio d' Acqua- 
buona, non avendo in tutli e due ohe un ombrello; 
e si giunse a Forni Avoltri bagnati fràdici. 

Qui, quasi per cannonarci, il sole usci dalle 
nuvole, e noi, profittando della schiarata 1 , dopo 
bevuto un bicchierino di rbum, ci rimettemmo in 
cammino. È un brutto camminale dopo la pioggia, 
massime se s' ha. a passare sotto una volta 
di fogliame sgocciolatile, Ma eccoci ritornati a 
Rigolato. ... 

Tutta la muliebre comitiva che già i lettori 
conoscono ci era velluta incontro fin pressò il 
ponte def Dégano, é ci aveva' riaccompagnati alla 
casa del Sindaco. Che festa I 

A cena la padrona di casa mi chiese se mi 
piaceva Sappada: 

— Assai, le risposi. 

— Ma non ne parlerete nel vostro Viaggia in 
Carnia? soggiunse. 

— Perchè no? le feci. Sappada appartiene 
ormai al Bellunese, ma è quasi cinta dalle vostre 
Alpi, e ne parlerò. 

— E del Comelico vi occuperete? domandò la 
signora Aquarone, (una Genovese). 

— Del Comelico, no, risposi. Ne parlerò a lungo 
in un altro libro. 

A questo punto entrarono nella sala da pranzo 
dee viaggiatori che da molti giorni avevo perduto 

il Semine Udii Carina 



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— 170 — 



ili vista, Giovannino e la sua signora che i miei 
lettori baono conosciuto a Tohnezzo, presso la 
Gastaldi». Essi pure avevano percorso la valle 
del DegaDO, a' erano trattenuti alquanto alle mi' 
niere di Avanza, e avevano, visitalo Sappada on 
«iomo prima di noi. 

Ora poi volevano andare per Valcalda a Pa- 
lma, e quindi per Montecroce, a Maathen, in 
Cartatia. 

— Cosi andremo insieme fino a Comeglians, 
dissi loro. 

— Accettato, risposero; purché sia domani 
mattina per tempo. , 

E ci accordammo, e all' albeggiare si parti. 



Luincis, i feudatari, e i «isolani. 



Per una via quasi piana da me scoperta nelle 
passeggiate di Rigolato, ai giunse alla chiesuola 
di Valpieetto, poco iunge dalla quale In una casa 
solitaria che guarda i prati e i boschi, veniva a 
passar qualche tempo il fu vescovo di Vicenza 
Capellari. Questo prelato, morto alcuni anni fa, 
ha lasciato di se buon nome in quella città, e 
un bel monumento nel Seminario fatto da lui 
costruire fuor delle mura. Egli era nato a Rigo- 
lato, e fu zio della mia gentilissima ospite. 

Dalla chiesuola pigliammo una via che ci menò 
dritto dritto alla parrocchia di Comoglisns, clic 
i miei lettori conoscono ; e risparmiammo per lo 
meno tre quarti d'ora di tempo sull'ordinario 
per la strada comune. 

A Comeglians un nuovo incontro, quello dfl 



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— 472 — 



professore Wolf, a cui un viaggio aereo pei monti 
Arvenis e Claris, aveva rapilo il collega professore 
T. Taramelli, che doveva raggiungere a Sul trio. 

Avevo fatlo trasportare la mia valigia dalla 
Caterina e m'ero già istallato in una buona ca- 
mora, quando sento picchiare all' uscio. 

— Chi è? 

— Sono io, risponde un giovanotto vispo, ric- 
ciuto e pieno di anima, sporgendo avanti la testa. 

— Oli ! Arturo I 

— A' suoi comandi, replicò, girando attorno 
gli occhi. Sono venuto a pigliare la sua valigia e 
a requisirla per ordine di papà e di Tita che ci 
spettano <ìa basso. 

— Come? risposi; questa è nna violenza. 

— Ambasciatore non porta pena, riprese il 
giovine traendo seco la roba mia. Viene? 

V invito hruscam eirte cordiale non ammetteva 
replica ; e mi fu d' uopo seguirlo. 

Quo! giovinetto era nativo di Luint, studente 
. del Ginnasio liceale di Udine, primo o tra i primi, 
della sua scuola, come lo era Tita di lui fratello, 
ili un'altra.- ■ . 

A' scolari che si distinguono per ingegno, per 
istudio, c per condotta irrepprensìblle, vuol essere^ 
condonata una violenza di questo genere. 

Trovai in istrada il padre di Arturo eoll'altro: 
figlio, e ci mettemmo in cammino per Luint, nella 
direzione del mezzogiorno. 




— 173 — 

Circa un chilometro sullo Comegbans passam- 
mo il Degano su d'un ponte stabile, girando alla 
nostra destra ; poi, attraversate a sinistra le ghiaie, 
si varcò la Pesarina, sii ponte mobile. Cinquecenti 
metri di là di questo fiume, che si perde suhito 
Dell'altro, trovammo il paesetto di Luincis celebre 
nelle storie friulane pei suoi Feudatari. 

È qui il luogo di parlare della vendetta fatui 
dal patriarca Nicolò della morte del suo predetto.*- 
sore Bertrando,, i . ...t , , 

Nicolò era Aglio di Giovanni di Lussemburgo, 
re di Boemia e fratello . dell' Imperatore Carlo IV. 
Acceso di santo sdegno contro gli uccisori, del 
suo antecessore, e forte per uomini o. per prote- 
zioni, fece una guerra sterminatrice a tutti coloro 
ch'ei sospettava implicati, nella congiura contro 
Bertrando. Atterrò castelli, confiscò signorie, est-, 
gliò, decapito, o fece impiccare i castellani. Uno 
solo ebbe ardire di resistergli apertamente, Er- 
manno di Luincis, cavaliere di grande animo, po- 
tente per aderenze e per amistà. Cora' egli intese 
che Nicolò devastava le terre de' suoi amici e 
consorti, e a taluno di essi mozzava il capo, non 
vide altra probabilità di salute che nell'uso delle 
proprie forze. Strìnse perciò segreta intelligenza 
col castellano di Socehieve, ninni il suo castello, 
raccolse quanto più d' uomini gli venne fatto, e 
si dispose alla difesa, 

Nè il patriarca tardò guari a salire io Carda 



— (74 — 

con forte esercito, risoluto a finirla coi feudatari. 
Penetrato nel Canale di Gotto attendò le sue 
truppe sopra di Ovàro, lungo il Degano, in un 
silo dov'è ancora un'antica chiesuola dedicata a 
S. Martino. Era a due tiri di balestra dal Castello 
di Ermanno, che sorgeva sul colle dove trovasi 
ora la parrocchia della Pieve. Il campanile che vi 
si vede è stato costruito colle pietre di quel ca- 
stello. Ermanno co' suoi arcieri cominciò a inquie- 
tare in tutti i modi i soldati del Principe-sacerdote, 
e in parecchie sortite fortemente li battè. Ma il 
patriarca, girali i forti vi pose l'assedio, bloccandovi 
dentro gli abitanti, che erano hen forniti di vettova- 
glie, non però di acqua. E fu appunto in conseguen- 
za di tal difetto che (.ulncìs ha dovuto capitolare.^ 

Una notte, Enrico, figlio di Ermanno con 
un pugno di animosi sorti del forte a (scortare 
fino sul fiume sottopósto una squadra di nomini 
che vi scendevano con vasi a provvedersi d'ac- 
qua. Il patriarca, sia che si aspettasse a questa 
spedizione, sia che ne fosse stato preavvisato da 
spie, fece prigione il giovine condottiero con tutti 
i suoi, avendoli assaliti improvvisamente. Onde 
Ermanno, al quale il prelato aveva minacciato di 
uccidere il figlio, se non si fosse Subito reso, 
dovette venire a patti, e cedere te castella, salve 
le persone e gli averi. 

Come poi quei patti fossero mantenuti dal pa- 
triarca Nicolò si vedrà tosto. 



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— 175 — 

Essendogli cadute nelle mani alcune lettere 
del conte Roberto signor di Socchiove, nelle quali 
eì parlava d' un accordo fra lai ed Ermanno di 
Luincis, il lussemburghese se ne valse per per- 
dere questi feudatari, a' quali diroccò daprima 
i castelli, poi fece tagliare il capo nel castello di 
Udine, insieme con Enrico figlio di Ermanno, 
già prigioniero. 

Questi sacerdoti, chiamati pii dagli scrittori 
de' loro tempi, erano assai vendicatiti. Oltre i 
tre nominati, furono fatti morire da Nicolò, En- 
rico di Soffumbergo e Federico de Portis, impic- 
cati, decapitato un Rizzardo di Varino, squartato 
un Filippo de Portis. I castelli d' Invi Ili no, in 
Carnia, di Porpelo, di Tareento, di Melso, di 
Gramogliano con quelli di Villalta e Castellerà 
furono pur distrutti da lui, che pochi anni dopo, 
nel 1359, finì tranquillo i suoi giorni forse per- 
suaso d'essere stato nn buon ministro Ae\V Agnello 
di Dio. 

Coita distruzione dei forti però, la Carnia andò 
acquistando la coscienza de' suoi diritti popolari, 
e Tolmezzo si avvantaggiò delle giurisdizioni e 
dell' autorità strappala con tarila violenza dai Pa- 
triarchi ai Castellani. 

Sotto l' aspetto politico Nicolò di Lussemburgo 
ha prevenuto Macchia velli, ed effettualo nel suo 
piccolo principato ciò che fece uu secolo più tardi 
in Francia Luigi Xf. ■ " * ' 



— «« - 

I discendenti dei caduti Feudatari furono indi 
in poi chiamali Gismanì, ì quali non avendo più 
la potenza.de' loro padri, si univano in corpo, e 
si facevano rappresentare da un capitano proprio. 
Erano obbligati a servire in guerra con taglia spe- 
ciale, perciò andavano esenti dalle gravezze co- 
muni. Questi nobili spodestati facevano le loro 
rannate a Ganeva, presso Tolmezzo, e vi prende- 
vano le loro decisioni, che erano rispettate dai 
Parlamento, godendo essi in comune i diritti de- 
gli altri Baroni. . 

A Luincis ci eravamo precisamente fermati in 
casa del signor Fioreneis. discendente di Gismani, 
e fìismano egli stesso. È il sindaco del comune 
di Miope, Egli mi disse che esistono in quella 
piccola Frazione altre due famiglie di Gismani, i 
GorlAn e ì Crostila, 

Questa specie di titolali è una vera curiosità 
blasonica, giacché, per quanto io mi sappia, non 
ne esistono altrove. Sarebbe un peccato che an- 
dasse perduta, tanto più, se si dà che gli altri 
somiglino pi signor Fiorepeis, che è una brava 
persona. 

Lungo la riva del Degano visitammo parec- 
chi ediflzi "di seghe. Uno dei quali con lame 
e ordigni di nuovo sistema, appartenente alla 
casa de' signori Micoti -Toscano, ricchissimi pro- 
prietari di Mione. II legname segalo in Carnia e 
ridotto in assi di vario spessore, oltre di fornire 



— 177 — 

occupazione e guadagno ad operai del paese, as- 
sottiglia anche la spesa della condotta qualora si 
voglia porre in commercio, come si fa ordinaria- 
mente, col mandarne fuori di provincia in grandi 
commissioni, massime nelle Romague (1). 



(1) Dopo aver toccato della pastorizia e dei boschi 
come di due fonti di vita per la Carnia, dovrei dire che 
vi si fa ìh legname un vivissimo commercio, special- 
meii'e a Tolmezzo, d™; h coaw, ywA-A lmnii sy.p- 
culntori, che ai tengono in corrispondenia con alcuni 
dì Udine, e fauno bène i loro interessi ; ma' basti averlo 



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XXXII. 



Un Secolo vivente. 

I miai lettori hanno già fatto conoscenza col 
Dottore Giambattista Lupieri. Sappiano ora, che 
egli era già medico di qualche riputazione a 
Trieste sessanlassoi anni fa, cioè nel 1803. Es- 
sendosi raccolti in questa città alcuni Cardinali 
profughi da Roma per eleggervi un successore a 
Pio VI, V andò pure il cardinale principe d'Yorck, 
ultimo rampollo della dinastia degli Stuardi. Que- 
sto illustre porporato era malalticcio, e lo affligge- 
vano specialmente di tratto in tratto i dolori d' un' 
ernia che metteva spesso in pericolo la sua vita ; on- 
de in qualunque luogo eì giungesse domandava tosto 
I" assistenza d' un medico. Così fece a Trieste, dove 
il protomedico della città gli pose subilo allato 
il Dottor Lupieri, giovanotto di grande ingegno, 
di spirito, di sapere, di perfetta educazione. Istal- 



— 179 — 

l,i tosi questo elegante ministro d'Igea in casa 
del Principe fra una corte di preti, di cavalieri, 
di camerista di cuochi, di guatterì che il cardi- 
nale traeva seco e manteneva e stipendiava splen- 
didamenle, gli prestò le sue cure e lo esilarò pure 
sovente colle sue amenità. Sicché quando il car- 
dinale, consigliato di mutar aria si reco a Padova 
pregollo di volerlo seguire. Lupieri, vago allora 
di novità l' andò ad accompagnare e visse seco- 
lui per oltre un mese nel convento di S. Giu- 
stina facendo quasi vita monastica. Egli racconta 
che il principe era buono, religioso, melodico, 
ma che aveva un temperamento subitaneo e in- 
fiammabile ; e guai I a chi gli fosse venuto fra 
mani nei suoi momenti d' ira. Aggiunge però 
ch'egli si tirava sempre d' imbroglio con qualche 
tratto di spirito. Dipinge poi cosi bene tutte le 
avventure e le particolarità di queir epoca e di 
quella corte che ti sembra di assistere di presenza 
a tutti quei fatti, e pensando al cardinale assistito 
dal giovane medico abbracci coli' immaginazione 
quasi due secoli. 

Il cav. Lupieri vive ancora a Luinl vegeto e 
sano nell' età di 90 anni. È il nonno di Arturo 
e di Tita, coi quali» salito i! dorso d'un monte 
per boschi e prati, giunsi a questo villaggio. La 
di lai figlia è la signora del bravo Dottore che 
Ci aveva accompagnati, madre di Tita e di Arturo. 
Fu dessa che mi presentò al suo geniture. 



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- 180 - 

Rimasi stupito nel vederlo sì prosperosi! e si 
presente a sè slesso, e più mi stupii quando mi 
propose di fare con lui una partila agli scacchi, 
nel qua] giuoco è maestro. 

Tutta la Carnia ha grande stima di quest'uomo, 
che nella sua vita ha sempre mostralo fermezza 
di carattere, alti propositi, amore alla Patria co- 
mune. Egli può dire col Giusti: . 

* fon ho piegato » — Nè pencolato. » 
Liberate senza millanterìe in tutte le età, ne! 1809 
movendo contro gli Austriaci fu fatto prigioniero, 
e trattato come volontario stava per essere fuci- 
lato a Lìenz, se il conte Rusca lombardo, gene- 
rale di Napoleone, non giungeva a tempo per 
liberarlo.' 1 - ' : ' '■ '"' 1 : ' '" " " v "' ' ■ ■ 

Nelle ultime campagne dell' indipendenza ita- 
liana ha perduto l' unico figlio! 

Questo amore di patria è anche nel genero, e 
nei nipoti di lui, uno dei quali morì a Firenze 
dopo aver preso parte alla guerra del 1866. 

Spoglio dei pregiudizi religiosi comuni alla 
maggior parte dei vecchi, vive tranquillo sotto 
l' usbergo del sentirsi un uomo onesto, e sollecita 
co' suoi voti la caduta delia Roma medievale, 
come necessaria al trionfo della Civiltà. ' 

Qnanli giovani sono più vecchi del vecchio 
Giambattista Lupierl! 



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XXXiHL 

la Mozza e te Vipere. 

l'assai quella prima sera in compagnia de' 
miei ospiti, deliziosamente rapito dal suono del 
gravicembàlo, dal quale la mano maestra del 
dottore M;.i. -traeva -ineffabili armoni* < 

La mattina det di vegnente salimmo a 1 Miope, che 
dista appena di mezz' ora (fa Lirint. Chi dal livello 
del Degano solleva gli occhi' vèrso Mione, dispera 
sicuramente di potervi 1 grahgére in altro 1 modo «Ite 
appiedi, ovvero per arti, in ballon trttmlè. Ma la 
famiglia Micoli-Toscano ha trovato ii mezzo di 
potervi salire commodaroeùte in carrozza, avendo 
fatto fare a sue spese una beltà 1 Strada. 

Il villaggio noti ha nulla di bello, tranne !a 
casa di questi signori, che per !a sua mole, e 
pel suo tetto curioso, si vede a molte miglia da 
lungi. :•,•): 



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- 182 - 

Entrammo in essa, e vi trovammo la giovane 
sposa bella ed alzata, che senza stucchevoli ce- 
rimonie, ci die subito il ben venuti. Dopo la co- 
lezione si voleva fare una scorreria pei dintorni, 
giacché il sole splendeva io tutta la sua bellezza. 

— Vengo anch' io, disse la signora, andremo 
a veder la Miozza. 

Prese il parasole e partimmo insieme. 

Nel traversare il paesello passammo per la 
piazza del Plebiscito, ci' è in faccia alla Via Sten- 
tina, e volgemmo a sinistra pel Borgo d' Italia. 
Anche lassù s'era aggrappata la politicai In un 
quarto d' ora si giunse a un silo che è il più 
vago di quei contorni. ,- L 

Di là si domina la maggior parte del Canale 
di Gorto e una valle profonda cinta di burroni 
di piante a di prati, che si denomina la Miotto,. 

La strada per cui riuscimmo a quel punto era 
piana, fiancheggiata quà e là da cespugli. Cammi- 
nando s'udiva di tratto in tratto il fruscio dei 
ramarri e delle serpi che si godevano il sole, e 
fuggivano a nascondersi tra le frasche al nostro 
passaggio. . . i . 

— Vi sono molte vipere qui ? domandò la 
signora al Dottore. 

— Molte, signora, rispose questi; e sta bene 
guardarsene. 

— E come si fi? ...... 

— È cosa facile, risposi io. Nei paesi meri- 



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— 183 — 

dionali, specialmente in Afrisa, i viaggiatóri so- 
gliono andar muniti d'una baccheltina di legno 
che tengono sempre in mano. 

Le biscie hanno una gran paura di quella 
Targhetta, e se ne fuggono al solo vederla. 

È la vera bacchetta magica. 

— Ci vuol poco ad armarsene, osservò. Ma, e, 
se beccassero? 

— Si deve ricorrere subito ai rimedi, giacché 
indugiando il ferito se ne morrebbe. 

— E quali sarebbero i rimedi più pronti ? 

— I liquidi spiritosi, rispondemmo: l'acqua- 
vite, il rhum, f alcool, e in mancanza di questi, 
anche il Tino. 

— Molto a proposito poi verrebbero le frega- 
gioni con ammoniaca sulla parte ferita, aggiunse 
il medico, e in complesso tuttociò che serve a 
riscaldare il sangUB de! parente, e a far nascere 
la reazione vitale, 1 1 . 

— Et chi non usasse tutte queste cure, do- 
mandò con insistenza la signora, potrebbe anche 
morire ? .'.ìi 

— Certamente, rispose il medico; tanto é 
vero che nel bosco di Cansigiio qnesf estate 
perirono due o tre persone, beccate dalle vipere. 

Questo dialogo fini là, nè alcuno si diede più 
pensiero di quelle serpi. Ma il Dottore appena 
rientrato in casa cercò una bottiglia di ammoniaca 
che gli pareva di avere, cóme se fosse stato pre- 



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— 484 -- 

sago di ciò che doveva succedere ; e diede un 
sospiro di soddisfazione quando gli capilo Ira' 
mano. 

Ci mettemmo a tavola eh' erano le due ore. 
Avevamo appena mangiato la minestra che il 
campanello di strada suonò: Che é? Un medico 
non può mai dire: potrò mangiarmi tranquilla- 
mente un buon boccone. Era un pretino giovane 
alto tre piedi e una quarta, ebe venivi tulle an- 
sarne a chiamare il medico per la moglie del Cur- 
sore di Miorie la quale era stata morsicata m un 
piede da una vipera sulla montagna, e versava in 
grave pericolo di vita. 

— E dov'è? chiese il Magr... 

• — Là tirano- giù 1 in islitta perla via 1 Stentarla, 
rispose il préte/t 

— Sciocchi t eBìimò il dottore, perchè non 
farla correre invece? Dite 1 ài Cursore- ebe verrò 
subito. .*.■''■';■ "■•->:- 

E, data al messo'te* boccetta ideH' atnirfoniaca, 
gli raccoroandò, 1 che appena 1 tosse' giunta la donna 
al villaggio strofinassero per bene il piede con 
panno inzuppino in quel liquido.' ' : — 

Noi ripartimmo Ala 'volta di 'Mi on e' pochi 
minuti dopo, e avvicinandoci alla casa dell' am- 
malata udimmo uscirne piànti e strilli da tutte 
parti. Avevano trasportato la donna nella sua 
camera e non dava più segni di vita. La testa 
era pendente in avanti, un pò ripiegala sevra 



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- 185 — 



una spalla, gli occhi erano chiusi, gonfi, e grossi 
con profonde lividure all' intorno, la ironie pallida 
e increspala, le guance sfigurale: non pareva più 
lei. dicevano le comari. La vipera l' aveva beccata 
sotto la noce del piede presso l' orlo del vuoto 
interno. La morsicatura era segnata da un punto 
nero, piccolo come una lenticchia; ma il piede 
era grosso e tutta la gamba fredda e quasi vio- 
lacea. Un torpore fatale s' era impossessalo di 
tutta la persona. Gli astanti, di cai era ingom- 
bra la stanza, continuavano a piangere e a far 
confusione, ii marito che si ravvoltolava a piedi 
come un demente e guaivà da passar le mura- 
glie, non serviva che d' imbarazzo. 

— Fuori tutti I gridò il medico, tranne il cap- 
pellano. 

E, per amore o per forza, se ne uscirono. 

Rimasti soli cominciammo a fregare col panno 
bagnato nello spirito d'ammoniaca la parte offesa 
dandoci il cambio. Era to stesso che strofinare una 
pietra. 

— Apritele ia bocca e gettatele giù per la gola 
dell'acquavite, disse il dottore. . > 

Eseguimmo quell'ordine. In tre minuti ella 
aveva inconsciamente tracannato due bicchieri da 
tavola di spirito, poi un altro, poi uno di rhum, 
tanto da potersene ubbriacar tre facchini. Di li a 
poco ella cominciò a dar segni di vita e a strillar 
come un aquila. 

Il Htmorie della Caini.! 



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— 186 — 



— È salva ! gridò il medico. 

Qualche isiaote dopo un color vivo e rosso 
le si diffuse per le orecchie per le guancie, e il 
cuore cominciò a batterle violentemente. La rea- 
zione era cominciala e, il calore si spargeva per 
tulle le membra, occupando mano mano a oche 
la gamba morsicata, che pareva quella di uno 
che fosse morto d' idropisia. Allora il dottore 
fece adagiare la donna sul Ietto, e le ponemmo 
aopra un monte dì cascini, continuando a strofi- 
narne la gamba in modo da levarle quasi la 
pelle. i >■■ :: ■■ ; 

Dopo un' ora ella sudava, e diceva di star 
bene, solamente si lagnava di sentirsi come ub- 

Noi avevamo salvalo quella donna, ch'era bella, 
fresca, e madre da due soli mesi di una bella bam- 
bina- 
Quando uscimmo dalla stanza, ella sorrìse al 
marito, ebe non piangeva più . . . 

. I maestri e i preti dei luoghi nei anali le 
biscié \sooo in tanta abbondanza come qui ed a 
Muina, dò crebbero ammonire i paesani de! peri- 
colo che sì ctì«B..Bndando per prati, e per fratte 
senza scarpe, o gatosciie. 

E, nata la disgrazia, dorrebbero essi stessi por- 
tarvi pronto rimedio. 



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XXXIV. 



L' ultimo giorno di agosto si pensò di fare 
un' escursione per la vaile di Pesarti*, bagnala 
dalla Pesarina. Questo bel fiume ohe corre quasi 
in linea reità per otto e più miglia, entra nel De- 
gano incendo una zanca a mezza strada fra Luint. 
e Comeglians. come abbiamo veduto. La valle 
di Pesariis è presso che tutta occupala da 
dieci frazioni che formano iF connine di Prato fi). 

Non posso parlare della vaTTata di Pesariis 
senza notare che (Taf Segano fino ad Osàis (da 
circa sei miglia di lunghezza) c' é iF miglior tronco 
di strada che esista in Gamia. Chiesto tronco si 

(1) Le dieci frulloni sono: Prilo, Pieria(f), Cuhei, 
Osì'iÌs. Trnja <P), Pesarìii, Passili, Sos!;isio Avm;. , 
V insidia (f). lì comune ha 2381 abitsmti, 1S2 scolari. 
'>02 era ijjr unti. 



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slacca 3 destra della via principale, ma trascura- 
tissima della valle di Gorto, e seguendo la sini- 
stra della Pesarina, s'inoltro fino al paesello che 
abbiamo detto, a piano dolcemente inclinato. Da 
Osàis a Pesariis, altre due miglia, la si farà la 
prossima primavera. 

Prato è quasi ne! centro della valle, un bei 
villaggio presso la riva sinistra del Gume, c appic 
d' una costa felicemente soleggiala, nella posizione 
del mezzogiorno. Il nome toscano, ii campanile 
pendente, l' aria e la lìsonomia della Terra, un 
pò diverse dalle altra, mi fecero cercarle un'ori- 
gine non cannella; ma sarà davvero una fantasia. 

Tranne uno, tutti i paeselli di questa vaile 
sono in bella situazione e a manca della Pesarina, 
in clima abbastanza mite. Il grano turco, i gelsi, 
e molli alberi fruttiferi vi allignano prosperosi. 

— E perchè no la VHef(l) Chiesi a taluno 
della ricca famiglia Casali. 

(1) Secando i miei calcoli, fatti collii scorta del- 
l' espertissimo agronomo cav. G. H. Belisi ti di Feltra, 
i vigneti di Prato starebbero fra i ponti climcnoloeirì 
K40-S52, H ina' ultimo corrisponderebbe alla posizióne 
di S. Gregorio, nella provinrin di Belluno, dove si fu 
un vino discreto. In quella provincia vi sono viti per- 
fino a Sorriva, che è a 908 punti Iti Aquila degli 
Abruzzi, che ha dei vigneti sopra gii 822 punti, si spre- 
me un vino che ha molto più forza e gusto del no- 
strano. Montepulciano in Toscana è a punti rtinienntn- 
eici 754. Levico. ih Tirolo a 797, Par le-Dóc, dova si 
fa deli' eccellente ScùHHpngna a punti 705. 



— 189 — 



— Non se d' è fatta sperimento; mi rispose. 

Dall' imboccatura della valle sino alle ghiaie 
sfranale del Rio Fuina che è di là da Osa Ls avvi 
un lembo di riva che sembra creato a bella posta 
per un vigneto. La vite di Borgogna e a" Unghe- 
ria vegeterebbero rigoglioso in quella plaga. Or 
perchè, non vi si piantano? In quattro anni se 
n'avrebbero bottiglie di vin pesarino da far in- 
vidia alla Costa d' Oro. ; ■ , ' 

Continuammo il nostro cammino. 

A Osàis ho veduto, nell' antica abside della 
chiesa, degli affreschi stupendi dipinti fra i sesti 
acuti della vòlta e i campi delle pareti. Il conte 
ValenLinis in una sua pregiata Memoria sulle 
pitture non illustrate della Carnia attribuisce quel 
lavoro a Domenico da Tolmezzo. Quanto a me 
non saprei contradirgli; ma non mi pare che in 
altre pitture il tolmezzino siasi mostrato cosi va- 
lente come in queste. I costumi e le figure ri- 
tratte sii queste pareti, nonché l' insieme della 
composizione, sono senza confronto migliori di 
quelle delle absidi di Luincis,di Lui ni, e di Soc- 
chi ève, pure assai belle* specialmente quelle di 
Socchieve; e mi richiamano degli affreschi di 
Toscana, dipinti dai discepoli di Giotto. Onde mi 
parrebbe di poterlo riportare agli ultimi anni del 
Trecento, o ai primi del Quattrocento. Ma a qual- 
siasi età esse appartengano, sono stupende per 
disegno e per colorito, e degne di quei delicati 



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— 190 — 

riguardi, che non s' ebbero sino a qui. Basti dire 
cito lina parete dell' abside venne bucata per 
praticarvi nna finestra fra te gambe e te teste di 
alcune di quelle figure, e che (diffìcile a credersi 1) 
fu perfino sfondata una parte del muro dipinto 
per farvi . . . che? Una nicchia pel secchiello del» 
1' acqua santa! 

Ne fo reclamo air" onorevole Commissione 
uscita dal seno dell' Accademia Udinese per la 
conservazione dei capi d' arte. 1 

C'incamminammo verso Pesariìs che è l'ul- 
tima frazione del comune di Prato, chiusa, come 
net fondo di un sacco, da settentrione, occidente 
e mezzogiorno. Per parecchi mesi il suo campa- 
nile non viene rallegrato dal sotei '■' 11 

Il prete era a pranzo, il sindaco a tetto. Feci 
risvegliare quest' ultimo per con gratili armi con lui 
della magnifica strada quasi compiuta. Quel sin" 
daco ha poca eloquenza, e un gesticolare curioso ; 
ma è benemerito del paese. 

— Bravo! gli dissi. ■ ; <<■ >*>■•>'■•■■ - - 

— ■ Bravo il medico Magrini, eh ! rispose met- 
tendo il naso fra l'indice e il medio della mano 
destra. Egli ha brontolato : tanto, finché ì pur 
convenuto che la facessimo questa benedetta stra- 
da! Ora però ne sono tutti contenti. 

Dal Curato ho bevuto un bicchiere di conserva 
di berberìs d' un gusto squisito. Tutte le ghiaie 



— 191 — 

del torrentello e latta la strada da Pesariis a 
Osàis sono vermiglie pegl' infiniti grappoli di 
qaesl' uvetta di sapore acerbe e astringente ; ma 
non pensava che se ne potesse fare una conserva 
cosi gustosa. 

Presso a Pesariis ci sono due sorgenti di ae- 
que minerali come ad Afta, l'una con zolfo e 
magnesia, l' altra di ferro. Il medico mi disse che 
per certe malattie sono rimedi d' una grande ef- 
ficacia. Sono però poco frequentai*. 



XXXV. 



•vara e Gfeiditieo. 

Nel rifare la via del mattino, seguimmo il 
Dottore che doveva andarsene Ono ad Ovaro. 
Passammo quindi il Degano pel gii nominato 
ponte, costeggiammo la sponda sinistra del dome 
e giungemmo rimpetto a Luinl. Quivi appunto è 
Ovaro(i), il quale sebbene sia qualche miglio di 
sotto di Comeglians, pure di livello è 17 metri 
più allo. Di qua si vede benissimo dov' era l'an- 
tico castello di Agròns, e il silo dove ne sorgeva 
un altro, appartenente pure ai signori dì Luincis, 
il quale chiamasi anche oggidì il Ciastellir. Nella 
valle pesarina mi venne additato il luogo in cui 
era un terzo castello quasi in faccia a Prato 
alla destra del fiume che si chiamava di Pradum- 
bii, anticamente poi: il Castello delle Signore. 

(1) Comune di sei frniioni {Ovaro, Chialins. Clauttì- 
nico, Leniont. Clavais, Liariis) ron 1182 anime, tre 
scuole, 155 scolari, 168 emigranti. 



- 



— m — 

!q questo comune, e precisa mente a Claudinico. 
la Società Veneta fece grandi lavori per la raffi- 
vaziom del Litantrace (carbone minerale!, i 1" a '' 
erano Stati iniziati con poco successo nel 1840 
a Raveo. Dal 1SB3 al 1865 la Società ottenne dai 
fatti assaggi utilissimi risultati, e le arridevano 'e 
più belle speranze; ma fallita l'impresa di Avan 
za, non credette di continuare i lavori nemmeno 
a Claudinico, dove le opere di approccio avevano 
isolato già una massa considerevole di combusti- 
bile. La proprietà della miniera fu ceduta al si- 
gnor Pietro Ciani di Tolmezzo che sullo scorcio 
dei passato anno riprese i lavori, sospesi da Ila 
Società qualche tempo prima, per l'estrazione 
del litantrace dalle gallerie, e va continuandoli 
con esito felicissimo, potendo egli esirarre da 
300 quintali il giorno d' un eccellente combusti- 
bile, e somministrarlo a prezzo assai discreto alle 
industrie friulane (a 32 L. la tonnellata); mentre, 
quello dell'Istria, di qualità molto inferiore, co, 
stava molto di più (38 L,) (i). 

(1) Ebbi anche questi cenni dal genti li ni mo signor 
prof. T. Tarameli!. II aigoor Pietro Ciani mi assicura 
che quando avrà messo in attività una sua .macchina a 
vapora acquistata in Inghilterra per una condotta più 
spedita e meno costosa, dal ponte del Fella a Udine, 
potrà dare il carbone a 30 L. la tonnellata. In tanto 
difetto di combuirtibile, sarebbe una provvidenia ; tanto 
più che il litantrace sembra abbondare da quelle parti, 
affiorando sopra una vasta estensione da Claudinico ad 
A vaglio, a Lanco, a Raveo. 



- m — 

Da Ovàro, dove -asi stemmo a un battesimo, si ' 
ripassò il Dogano som un ponte di pietra, presso 
il campo di S. Martino dov'era atteudato circa 
cinque secoli fà, il belligero patriarca Nicolo. Ci 
arrampicammo sii per un bosco di pini e si giunse 
in venti minuti a Luìnt. Cosi quella mattina ave- 
vamo Tatto un giro di diciasette miglia, e guada- 
gnato fl nostro pranzo col sudore della nostra 
fronte. Per fortuna anche 11 medico ra lasciato 
tranquillo e potemmo assiderci insieme alla mensa 
lautamente imbandita, per opera della di lui 
signora, che sa far manipolare delle vivande ghiot- 
tissime. Alle frotta fu servito del cacio semi- 
salato e grasso d'un gusto delicatamente squisito, 
coagulato e preparato, mi pare, nelle malghe 
dalla famiglia Casali. Non bo mai mangiato del 
formaggio così saporito. Tra le frutta poi, oltre 
alle prugne, alle pere e ai fichi di casa, c' era 
dell' uva matura regalata quella mattina al dottore 
dai Signori Micoli di Moina, paesello che dista 
appena mezz'ora da Luint: cosa meravigliosa fra 
le Alpi carnichet giacché eravamo ancora in Ago- 
sto; e di buon augurio p*' futuri viticoltori della . 
valle di Prato. ' 



XXXVI 



Ina salila a la oca. 

Partii da 1. 11: i il primo di di settembre, e 
scandendo pel dorso d'ori colle per sentieri solo 
noli alle capre, passai per Cella, dov" è la par 
roccbia di Canal di Gorto rulla famosa vasca per 
battesimo d' immersione, e col campanille fatto 
colle pietre del castello d' \ ■ i - ; e tirando a 
destra per miglior via ftiunsi a Miiìiu. Si pre- 
tende, senza fondamento, cho qui fosso l' antica 
Hwnwnia, celebre per on S. Pelagio, di cui la fa- 
miglia Spinetti ha regalale alla chiesa le reliquie 

Li casa di questi signori é cosi soleggiata che 
le liiscie le hanno particolare affezione ; e spesso le 
trovano ospiti Innocue accanto al fnneo. 

Fatta una buona colazione preparataci dalla 
«ignora Miceli, calai sul ponte del Degano, iti 
quinto che mi toccava di passare, e venni alla sini- 



— 106 — 

sin Sponda, alquanto sullo di Ovaro. Quivi in 8 lata 
■ strada che va a seconda del Buine verso Villa ne 
percorsi un bel tratto ; e pervenni al casale ili Cia- 
sis. dn>c trovasi mosto a proposito una modesta 
osteria. 

ratta una seconda ',o terza T) refezione, invece 
di continuare il cammino verso Villa presi il 
sentiero che riesce alla montagna verso Lasco, 
e m" avviai a quella volta col massimo sangue 
freddo. 

E sii, e sii per la costa spoglia di alberi con 
un sollioue che pareva di loglio. È pure una gran 
fatiti qualche volta mandar ad effetto i propri dise- 
gni? Ma se si ha fermezza di carattere ci si riesce. 

Laoo ;1) è sopra il capo avanzato d' un altis- 
simo promontorio tra la vallo di Corto e il profondo 
letto della Vioadia. Per arrivarci bisogoa sellaio* 
narsi. Io vi giunsi alle undici antimeridiane, dopo 
aver percorso i lati interni di nn V che abbia 
fatto, come direbbe un caporale italiano, Il suo 
f»r/ì/ a sinistra. Laqep ó un paesuccio da mon- 
tanari, ma ricco di prati di pascoli u di animali; 
forse il più ricco della Carina, per animali, e. 
senra forse, il più privilegiato per la rara bellezza 
delle sue donne. 

;|i Comune ài a«ttc fazioni 't.niicn. Allegnìdi», bul- 
le». VintóB, l*te«o, Tarila. Trtwf). H« 3*161 ahi- 
liuti. 113 scolari. 748 {<:) cmignmU, la più parte 

editori. 



- 197 - 

Appena entrato in paese sentii hisogno di ri. 
sturarmi e mi recai subito all' osteria. Passando 
dalla chiesa, vidi degli uomini in alto sul!' arma- 
tura che lavoravano nel campanile. 

— Come ! dissi tra me, non ci sono strade 
per venire a Lauco, e si spendono I danari nella 
costruzione del campanile 1 Che meraviglia? 

All' osterìa trovai un signore in animato col- 
loquio con un contadino che sembrava fargli da 
relatore. 

— Dunque, che dicono delia strada ? chiedeva 
il primo. 

— - Dicono che è lei che la vuole, rispondeva 
il contadino. 

— Ebbene, si; soggiungeva il signore, ma la 
voglio pel bene comune. . 1 " ■'■ 

— Ed essi non la vogliono intendere, osser- 
vava l'altro. Dicono che i loro vecchi vissero 
felici senza strada. 

— Ora i tempi, i bisogni, e gì' interessi, sono 
mutati, replicava il primo. Vorremmo nói essere 
soli che vogliano vivere segregati dall' umano 
consorzio ? 

— Un tale disse , continuò il referendario, 
che pel campanile è pronto a dare anche quat- 
tromila lire; ma per la strada neppure un cen- 
tesimo. 

— Bravo! E "l'anno scorso gli è morta la 
moglie per le troppe fatiche durate l Se da Villa 



— m - 

a qui ci fosse Stata una strada carreggiabile, ciò 
non sarebbe avvenuto. La maggior parte delle 
.nostre donne ammalano e muoiono pegli ecces- 
sivi slrappazzi, massime pei pesi che portano sù 
pei creili da Villa a Lauco. >.>-... 

Malgrado ciò, si spendono diecimila lire pel 
campanule e si stenla a votame trentotto mila 
per una strada! 

— E non si la? domandai io. 

— Eh si farà, signore, mi rispose il Sindaco 
che era il primo dei due, si farà. Ma se la cosa 
dipendesse da questi montanari, sarebbe inutile 
favellarne. .--,,> : ■ ; 

— Fatto sta, osservai, che il Governo gliela 
imporrebbe d' ufficio, fra qualche tempo, se il 
comune non la facesse. E in questo ha ragione. 

La stanza intanto s'era riempita di operai 
che venivano a farvi il loro . desinare. Uno di co 
storo che prestava la sua opera gratuitamente 
nel lavoro del campanile:: : 

— E che? disse: può mai il Governo imporci 
delle spese inutili? . . . ...... 

— Le spese di strade non sono mai inutili, 
risposi. Dallronde, non sarà il Governo; ma la 
legge che la ordinerà. 

Questa risposta fece grande impressione su 
quei contadini; perchè è da notarsi che i carnielli 
sono gente governabile, e della, legge assai ri- 
spettosa. 



— m — 

— La ringrazio, mi disse poi a parte il Sin- 
daco. Queste sue parole matureranno buon fruito. 
Intanto sappia, che, sema spaventarmi delle op- 
posizioni, ho fatto già venir sopra luogo una 
Commissione d' ingegneri per tracciar la via, pian- 
tar le patine e le livelle; né mi ristarò dall' affa- 
cendarmr, sinché non abbia ottenuto lo scopo 
prefissomi pei bene di questo comune- 
Bravo il Sindaco di Laucot 

Dopo la refezione Ce la quarta?) mi prose va- 
ghezza di recarmi a Vinajo, il paesello il più 
nascosto fra tutti quelli della Cam in. A quanto 
ne ho potuto capire dal giro fatto, panni che sia 
nel mezzo fra l'uno e l'altro Canale, sopra una 
retta che passasse da Terzo sopra Raveo. 

Per andarvi da Lauco è daopo salire una buona 
ora per prati per fratte per boschi, e. quasi per 
altrettanto discendere. Postomi in via, raggiunsi 
presto una fanciulla che se n' andava a quella 
volta, recando in mano una medicina, e mi si 
offerse cortesemente per guida. Che differenza 
fra le donne di Lauco e quelle di Timau I Quanto 
questo sono ruvide e brutte, altrettanto quelle 
sono gentili e vezzose. Ne ho incontrate parec- 
chie ebe calavano dalla montagna col fascio del 
fieno sul capo, e ti posso assicurare, o lettore, 
che difficilmente si veggono donne piii belle delle 
lauchesi. Ben proporzionate e formose, hanno 



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- 200 — 

carnagione bianca e delicata come se vivessero 
in un serraglio. E non so davvero comprendere, 
onde possa derivare, che quelle giovani soggette 
a tante fatiche, oppressale da tanti carichi, dar- 
deggiate da tanto sole, possano conservarsi cosi 
avvenenti. A metà strada ne vidi una eh' era un 
incanto, Marianna. I suoi occhi sotto alla pezuola 
splendevano, scintillavano. Le sue guancie di se- 
dici anni, bianchissime, o soffuse qualche istante 
da un leggero incarnato che le facea trasparenti. 
La statura avea snella e giusta. Era scalza, ma 
pulita, e vestita con qualche eleganza. Era uscita 
in sul prato davanti la sua casa per sorvegliare 
ì falciatori del fieno. 

— Che fai tu qui ? le domandai. 

— Son venuta a vedere che cosa fanno que- 
ste opere, mi rispose; e Lei dove va, se è lecito? 

— Vo girando pel mondo, replicai. 

— Allora ha sbagliato strada, soggiunse. 

— Perche? 

— Perchè qui siamo fuori del mondo. Eppoi 
non c' è nhlla di bello da vedere da queste parti. 

— Se non ci fossi che tu, ci sarebbe pure 
abbastanza di bello, mormorai, seguendo il corso 
d' un' idea estetica. 

Ella intese il mio complimento e ne rimase 
un pò confusa ; ma sogginnse tosto : 

— Siamo contadine e non abbiamo la buona edu- 
cazione e i modi della citta... Dov'è diretto, di grazia? 



— 20i - 

— A Vinajo. 

— Dio t per questi luoghi !.. E va solo ? 

— Nò; colla scorta che vedi lassù, dissi ad- 
ditandole la fanciulla che m'aveva preceduto. 

— Faccia almeno un pò di merenda con noi. 
Non abbiamo cibi da pari suo; ma tanto qualche 
cosa da mangiare c' e. 

— Ti ringrazio; ma ora non posso. Nel ri- 
passare da qui li verrò a salutare. 

E così restammo inlesi. 

\inaio si sprofonda tra una corona di erte 
montagne come un nido di falco. Non so a chi 
abbia potuto saltar in capo lo strano pensiero di 
fabbricare un passetto in quella inospita landa. 

Mi calai giù a precipizio sopra quel gruppo 
dì case, ma prima di giungervi dovetti passare 
un ponticello dal quale osservai cosa degna di 
anmirazione. Il piccolo torrente Dongiaga (Presso 
V acqua), scorrendo chi sa mai da quante migliaia 
di anni sulla viva pietra, la scavò "siffatta ni ente, 
che il suo letto è divenuto utia profondissima 
scanalatura che sembra lavorata regolarmente da 
mano maestra, e levigata come per pomice. 

A Vinaio, se togli la bellezza delle donne, 
non c' è proprio nulla d' interessante. Onde corso 
in tre minuti il villaggio, mi recai all' osteria, al- 
quanto disilluso e molto affamato. 

— Che avete di pronto. I chiesi all'oste. 

lì Meo»™ iella Ca.nia 



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- 202 - 

— Delle uova, mi rispose. 

— E burro fresco? 

— Non ce n' é. ( Pare impossibile su que' 
monili) 

— Sudatemi delle uova. 

E me ne ho sorbile quattro uno dopo l'altro. 
Poi tratto 1" album, mi diedi a colorire un costume 
di donna copiato il giorno avanti. 

L' album i colori e la presenza d' una persona 
civile a Vinajo, dovevano eccitare la curiosità pub- 
blica. Infatti in un momento la stanza si popolò 
di pente ed io venni pressoccbé bloccato. Quan- 
d'ebbi finito il mio costume, s'accostò un omic- 
cialtolo alto tre piedi con naso grosso, color tabacco, 
e testa sproporzionatamente grande, e: 

— Siete pittore? mi disse. 

— Si, risposi; avete comandi? 

— Vengo subilo, soggiunse accennandomi di 
pazientare. E disparve. 

Pochi minuti dopo tornò traendo a mano il 
mnnaco (sagrestano) che voleva darmi commis- 
sione di rimetter la testa alla Madonna, che l'a- 
veva perduta. Gli feci capire che per allora non 
potevo fermarmi, e si restò intesi che ci sarei 
ritornato col tempo e cogli ordigni indispensabili 
per quella fattura. 

Il nano però che era intraprendente e senza 
misericordia mi presentò suhito dopo una heìla 
fanciulla, la figlia dell'oste, perchè le facessi il 



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— 203 - 

ritrailo. Vedendo di non potermene liberare (del 
nano), e per sostenere la mia parte di pittore, 
mi posi a disegnare, poi ad acquerellare l' imma- 
gine della giovane, che pei molti e grossi difetti. 
0' immagine): avrebbe fatto ridere il mio maestro 
Anlonioli. Tuttavia il ritratto incontro il gusto 
del pubblico, e i genitori della fanciulla stettero 
peritosi nell' offrirmene un compenso temendo che 
non avesse ad essere troppo scarso. 

— Per questo primo saggio, non voglio retri- 
buzione, risposi. Falerni I! conio. 

— Perdoni, osservò 1' oste un pò imbarazzato 
lei s' è incomodalo a tirar gin mia figlia, ha con- 
sumato tempo e colori e non ha voluto denari. 
Se non la offendo ia prego di voler far fatta, 
e pagati. 

— Accetto, risposi. ■ ■ 

— Ed egli tulio contento corse in cantina a 
pigliarmi un altro bicchiere di vino, eh' io bevetti 
sopra mercato, per non fargli torto. 

Era la seconda volta che l'arte del pittore 
mi fruttava alcun utile. La prima volta m'era suc- 
cesso un caso consimile a Casal dei Rizzi, dove 
avendo fatto sulla parete, con carbone, il ritratto 
della padrona di casa, questa fece una bella po- 
lenta . tagliò a fette tutto un salame, porlò in 
tavola un buon boccale di vino c mi fece far bal- 
doria in compagnia dell'amico mio indivisibile. 
Occioni-Bonaffons, che non aveva proprio avuto 



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nè colpa , db merito in quella impresa. Ma che 
farci? Si dovette mangiare, e ridere. 

Nel tornare a Lauco passai dalla casa della 
bella fanciulla die in' aveva invitato il mattino, 
la quale m' aspettava colla tavola apparecchiata. 
Sul candido manille stavano due piatti con sa- 
lame, cacio, e prosciutto; recò una bottiglia di 
vino eccellente , fece portar delle frutta , poi 
venne a sedersi d'accanto a me con due sorelle 
minori, egualmente gentili. Che si poteva deside- 
rare di più? 

Davvero che certi idilli non sono sogni t 
Ed io ricorderò sempre questo, in cui Ma- 
rianna G . . . bellissima tra le carniche giovanette 
m' apparve come il Genio dei prati amabilissima 
per avvenenza e per fiore di gentilezza. 



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XXXVII. 



Villa Santina Gabriella, e il Segnafore. 

La sera splendeva la luna in tutta la roton- 
dità del suo disco argenteo, ed io scendeva pel 
cretto di Villa Santina (1). Chi non ha veduto 
quella nuda roccia screpolata, fessa, squamala, 
non può farsi un'idea di quell'orribile e perico- 
loso sentiero. Chi lo guarda da Villa in sù, non 
sa comprendere come per quel dirupo alto come 
quindici, o venti altissimi campanili una persona 
possa trovar il modo di camminare e tenersi ritta. 
Pure è per di là che le donne dì Laura e Vinaio 
portano nei gerii il grano e la farina al loro pae- 
sello. Povere donne I 

Saltando a sbalzi di punta in punta giunsi sopra 

[i) Comune di d«e fraiioaì, (Villa e invillino), con 
1051 abitanti, 45 scolari [?), 100 emigranti. 



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Villa. Giovannino, che da qualche di si trovava in 
questo paese, avendo saputa della mia volata a 
Lauco, era venuto colla sua signora a incontrarmi 



in piacevole conversazione raccontandoci a vicenda 
le avventure del viaggio. Seppi allora come giunti a 
Paluzza egli e la sua intrepida metà aveano dovuta 
retrocedere per colpa del tempo e delle pessime 
strade, per la valle del But. Era per questo eh' io 
li trovavo isperalamente a Villa (1). 

Intanto che mi si preparava la cena, s' udì 
un suonar di corni e un chiasso festoso che ri- 
destava gli assonnati abitatori di quel paesello. 
Che era mai ? Giungevano in quel punto almi) 
cacciatori che pei vicini hoschi avevano uccisi 
due grossi camosci, e in pochi istanti l' osteria 
e il sottoportico e il cortile furono invasi da 
molti curiosi. Fra gli accorrenti c' era un gio- 
vane studente, Ignazio R., il quale adocchia- 
tomi, e ravvisatomi, andò a denunziarmi a' suoi 
genitori. Questi, mossi da gentilezza d' animo gli 
ordinarono subito di giuocarmi il tiro che riuscì 
tanto bene ad Arturo, a Comegtians, onde m' e 
stato d'uopo seguir lui e la mia valigia, t inutile 

(1) Giovanni M e giovane cólto e sinrliosissimn, 

prof, di Letteratura italiana e dì Storia all' Istituto Tee, 
Dico di Udina. 



appiè del cretto, e a stupirsi, 
agilità da capriuolo. Ci abbr 
cammo insieme all' albergo doi 



mo un'ora 




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— 207 — 

aggiungere che in casa R... m'ebbi accoglienza 
e trattamento cortesemente ospitale. Ai qual pro- 
posito devo rendere ai carnìelli in generale questa 
pubblica testimonianza, che sono veramente cor- 
tesi anche verso coloro che non conoscono. 

Nella stanza che mi venne assegnata lutto era 
elegante, di buon guslo, e disposto in bell'ordine, ( 
fra le altre cose, alcuni libri di amena lettura, e 
dei gingilli da signora. Questi ultimi oggetti ecci- 
tarono la mia curiosità, e mi feci a studiarne più 
attentamente il linguaggio fra le pagine, e sulle 
pareti, dove apparivano traode di caratteri fem- 
minini. Sull'uscio vidi scritte colla matita due strofe 
di ardenlissima lirica, nello quali veniva espressa 
tanta passione amorosa da far indovinare le im- 
mense pene di chi le aveva fatte. 

Il di seguente chiesi ad Ignazio chi avesse scritti 
quei versi: 

— La mia povera cugina, rispose. 

— Amava ella qualcuno 1 gli dissi. 

— Pur troppo! ripotè addoloralo. Tanto ch'ella 
n' ebbe a morire. 

— Poveretta I mormorai, le sia lieve la terra, 
e goda di quella pace che il mondo le ha negato. 

Qualche ora dopo mi recai Sa Ilo scoglio d' In- 
villino che sorge a un chilometro da Villa, quasi 
entro il letto del Tagliamento sul quale, fin d» Tol- 
mezzo, ho additato al mio lettore una chiesa. Quello 



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— 208 — 

scoglio è coronalo di alberi e tappezzalo di prati, 
e quella chiesa è 1' antica parrocchia fabbricata 
sulle rovine del vecchio castello che nel 1219 
apparteneva come feudo, a Federico di Caporiaeo, 
ribello ai Patriarchi, fatto atterrare pia tardi, come 
s' è veduto, da Nicolò di Lussemburgo. Ne! ci- 
mitero della chiesa e precisamente di rimpetlo 
» alla porta principale, c' è una tomba con una 

— È la tomba di mia cugina, disse il buon 
Ignazio. 

— Ma tua cugina chi era? gli domandai. 

— Gabriella!! rispose. 

Lettrici mie, avete voi letto la Gabriella della 
signora Straulini-Stmonini ? Se l'avete letta com- 
prenderete com'io rimanessi, nel pensare d'aver 
dormito nella stessa camera e forse nello stesso 
letto, dove mori quella cara e infelice fanciulla, 
e di esser ospite presso quella slessa famiglia che 
le ha prodigato con amore le più affettuose cure. 

Se la celebre Autrice ha un po' caricato le 
linte dei genitori di Ignazio, l'ha fatto per arte 
letteraria, e serbando l' incognito dei personaggi. 
Ma io che indiscreto svelo il mistero, rendo lode 
alla letterata e piena giustizia ai parenti della 
giovane innamorata, che l'amarono, come l'unico 
loro tiglio. 

Rientrando a Villa scòrsi presso la piazzuola 
un gruppo di monelli che s' aizzavano I* un l' aì- 



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— 209 - 

tro a lirar delle pietre contro un cotale eh' era 
passato (In loro: 

— Dalli I dalli ! al mago, dicevano. 

Poi gridavano a coro: stregone! stregone! 

— Che è? domandai. 

— Quel!' uomo che sta per entrare nella sua 
bottega, risposemi una guardia nazionale, ha fama 
di essere uno stregone, e molti aucora !o eredono. 

— Quanta ignoranza ! osservai. 

— Egli però fa di tutto, continuò il milite, 
per accreditare questa sua fama. Ha comperato 
una vecchia stola benedetta, scongiura gli ossessi, 
invoca gli spirili, segna coloro che patiscono di 
malattie segrete, e fa altre cose che puzzano di 
medio evo a mille miglia lontano. 

— E dove le fa queste cose? 

— In una casa isolata, alla campagna, dove 
accorrono di quando in quando coloro che si ten- 
gono spiritati. 

— E ì preti? 

— I preti gli negano i sacramenti, ma egli 
che è più prete di loro, se ne infischia. 

— E il Sindaco? 

— li Sindaco deplora l'impostura, ma non 
vuol pigliarsi gatti a pelare. 

— - Ho capito! 

E pensai che a Villa Santina doveva mancare 
come in molti altri paesi una buona scuola. 



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XXXVIII. 



Da Villa a Enemonzo. 

Eccomi dunque rientralo da due giorni in 
quella valle che mi ha mostrato dalla gastaldia 
di Tolmezzo la mia vecchia guida e che avevo 
lasciato a Caneva per internarmi in quella del 
But. Volgendo le spalle al punto, onde mi venne 
additata seguo ora la via che per la sinistra 
sponda del Tagliamelo conduce a Socchieve . 
Questa è, corno fu detto in principio, la più vasta 
apertura dì tutta la Carnia. Il gran fiume che ne 
attraversa la parte meridionale da occidente a 
mattina, come pur s' e veduto, accoglie nel suo 
seno, prima il But, poi il Degano, indi il Lumièi. 

La strada che da Villa mette a Socchieve è 
discretamente buona ; ma perché il vantaggio che 
può recare al paese non sia illusorio, ha d'uopo 
à' uo ponte stabile sul Degano, le cui ghiaie 



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sono molto pericolose. Il ponte che c'è non me- 
rita i due soldi che si paga a titolo di pe- 
daggio. Poi, a dirla a quattr' occhi, un paese può 
egli mai in quest'eli commerciale tollerare l'in- 
ceppamento dei pedaggi senza buscarsi il nome 
di codino? Eppure per viaggiare la Carnia convien 
pagarne due, uno sul Fella, e uno sul Degano: 
vidtant camuies . . . 

Entro nel distretto di Ampezzo, che comincia 
di li del fiume. Anche questi volta proseguo il 
cammino accompagnato da una donna che porta 
il gerlo:, è la Nene, una bella ragazza di Villa. 
Essa mi dice che la sua famiglia è benestante, 
avendo prati e pascoli sulla montagna, e campi 
sulla pianura, lanto da non comprare nè grano 
nè vino, nè altre cose indispensabili al vitto. 

— E con tutto ct6 t' hanno avvezzata a por- 
tare il gerlo? 

— Che vuole? È una dura necessita per noi- 
Chi porterebbe ìa farina alle malghe? chi le legna 
in paese, se non lo facessero le donne? Perciò 
siamo sempre in gambe da mane a sera, e sem- 
pre col gerlo. 

— Hai ragione: é una dura necessità. 

— D'altra prrte, continuò la Nene, è tanto 
invalso l' uso del gerlo per le donne della Carnia, 
Che se una non lo portasse sarebbe mostrala a 
dito, e *1 direbbe, o che ella é maiala, o che 



- 212 - 



disprezza i nostri costumi. E, a dire il vero, io 
non vorrei diventare la favola del paese, anche 
se potessi vivermene tranquilla a casa mia. 

La fanciulla che cosi parlava non aveva che 
dicLsette annil 

A mezza via tra Villa e Socchieve c' è la 
nella borgata di Enemonzo, sede di Comune, che 
non ha fama pari alla sua importanza. (1) Botte- 
ghe, osterie, caffè, negozi in buon numero e fre- 
quentati, la segnalano come assai commerciale. 
Infatti dalle vicinanze, e specialmente dal comune 
di Raveo che le giace di due migliaia a setten- 
trione, vi calano gli avventori a provvedersi delie 
cose più necessarie alla vita. 



il) Egemonio, comune composto dalle finzioni ili 
Egemonio, Colia, Estmon di sotto, Majaso, Tortini!, 
Guinis, e Fresis. con \<Wk 1W) scolari. — Gli emi- 
granti di tutto il distretto di \mpeziO arrivano pressi, 
a 2000. 



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XXXIX. 



I gozzi. 

Quel di entravano e uscivano per le porte 
dei mereiai molte donne, alcune delle quali anche 
belline ; ma per la maggior parie avevano il gozzo. 

— Che peccato! dissi io, additandone una 
delle più avvenenti al padrone di un negozio. 

— Che vuole? risposerai, sono quasi tutte 
così in questo comune, e in quello di Raveo. 

— C'è qualche cava di scagliuola nei d' in- 
torni ? gli chiesi. 

— Si ; ce n' è una di ricchissima presso a 
Raveo , rispose, e se ne fa da qualche anno un 
commercio assai vivo. Fu pure scoperta una mi- 
niera di carbon fossile nel monle sopra quel 
paesello, continuava; ma finora nonsen'e lratto 
alcun utile. 

La risposta del negoziante mi conformò in una 



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- 214 — 



mìa opinione, che è pur quella di molti medici, 
ed è che i gonzi sono generali, più che da altro, 
dalla natura delle acque. Infatti ho sempre osser- 
vato che dove sono acque grosse per deposili di 
«tagliuola, o di calce, la gente ha in generale la 
gola viziala, o sfigurata da strania. Così in Val 
d' Aosla, a S. Gregorio del Feltrino, presso ad 
Agordo nel Bellunese, e altrove. 

La teoria del dottor Moro di Suttrio. a pro- 
posito del gerlo, ritengo esatta rispetto alla sfor- 
matone delle anche nella donna cantica, non 
però rispetto alla produzione dei gozzo. Questo, 
secondo me. potrebbe benissimo venir ingrossato 
dagl'ingenti sforzi che fa fa donna nel portar 
pesi, ma non esserne generato. In effetti sulle 
montagne di Lauco, e in altri luoghi dove c'è 
acqua pur» e leggera, le donne, non son per 
nulla gozzute, anche se portino maggiori pesi che 
quelle di Raveo. 

È stata sempre opinione, almeno da tre secoli 
in qua, che ì carnìeili, sieno generalmente affetti 
di strania. 

Quintiliano ErmacOra fino del 1500 ribatte le 
asserzioni dello storico Giovanni Candido il quale 
pretendeva che i popoli della Carnia avessero gozzi 
grandi come mammelle • Grafo che quell'urna 

• dottissimo, egli dice, e come scrittore di storia 

• diligentitsìmo . . . possa facilmente esser caduto 

• in errore per la non esatta conoscenza dei Ivo- 



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— 215 — 



«gfti; perciocché pochi sono in questa provincia 
• gli affetti da questo morbo. • 

Io stesso ho udito raccontare un aneddoto 
assai curioso intorno i gozzi, e che si riferiva 
alla Carnia. 

Un forestiero venuto in un villaggio alpestri! 
e solitario dove erano lutti gozzuti, fu fatto og- 
getto di compassione. Un fanciullo vedendolo di 
collo cosi spigliato e ritto, si rivolse sommessa- 
mente, con segni di profonda pietà alla madre e le 
disse, accennandolo : Mamma, qneW uomo non ha... 

— Taci, taci, rispose con precauzione la madre, 
e ringrazia Dio che ha dato a te tutti i tuoi membri. 

Per queste, e altro frottole udite, io pensava 
che in Carnia s' intoppassero gli strumosi a ogni 
pie sospinto: ma devo dichiarare a onor della 
verità l'essere stalo indotto in errore. Di tutti i 
luoghi delia Carnia, non c' è che qualche frazione 
del comune di Enemonzo e una di quello di Ra- 
veo che dienn un buon contingente di colli grossi. 



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K Socchieve. 



Socchieve è un grosso borgo posto, quasi in 
linea reità sulla vìa di Tolroezzo. É Capoluogo 
di comune e di Pieve (1). Dove sorge la chiesa 
della Pieve era I' antico castello di Roberto fallo 
morire dal patriarca Nicolò, e mezz' ora più adden- 
tro quello di Nonta. 

A sinistra di chi giunge a Socchieve, il Ta- 
gliamelo fa una gran zanca dopo aver girato 
un colle. E poco sotlo quella zanca in vista del 
villaggio, sia la chiesa del pitcolo comune di 
Preòne, sulla destra del fiume (2). 

Non ho voluto passare per Socchieve senza 

(1) Comune ili 2121 sbitauti von 101 allievi. — fi 
[■(imposta dalle fm'ìoni di Sir-i'iueve, Dilignidis, l'el- 
iruiii'. Mirtiis, rinata, rriusif. Vì:ìso, Lungis. 

;i« Comunelle di 7S2 .mime, con 40 scolari. 



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— 217 — 



Tare una visita al bravo maestro De Lena the ha 
dato in molli anni d' insegnamento elementare un 
numero straordinario di ottimi aìlievi. Limitandosi a 
insegnare il ligure, lo scrivere correlile mente, e 
il far di conto è riuscito e riuscirà sempre utile 
a' suoi compatrioti. I giovanetti che eseono dalla 
sua terza classe, hanno campasi» per lo meno 

riferiscono al commercio, o ad altre oose di uso 
comune nella vita del paesano. Egli non dà, in 
•somma, in astrazioni che nuocono più che non 
giovino a chi le accarezza, e le segue. 

V. per questo che chi entra, anche per la pri- 
ma volta, a Socehieve, comprende subito dal tratto 
degli abitanti che f istruzione vi è davvero curala. 

Ma se avessi a toccare del compenso assegnato 
dal Comune a sì valente maestro, farei salire il 
rossore alle guancia dei consiglieri, del sindaco, 
■e di eli! presiede alla cosa pub-Mica ; quindi è 
.meglio tacerne ... Ho fiducia però dhe i maestri 
in breve saranno tolti da quell' abbietta condizione 
■che I-i moverebbe oggidì a invidiar ia paga ordi- 
naria deh" ultimo dei facchini, se non sapessero 
rispettarsi. ■()) La jaaga media dei maestri, nel 

(1) il Provvedili n-u iisli -studi -ipior cav. M. Frisa 
■scrive a questo proposito : « che si può pretendere da 
■olii non trajipi del «no lnvors iilmnnn di rte sfamare 
« Ij aia fiimiglia ì . . . Non contate .siili' eroismo a 
stomaco 'vuoto ... Ter «ducare conviene a-vere aiimn 
•ferenti * ealmrr» (Snll" btraùfue primaria ecc.) 



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— 218 — 



Friuli, è di lire 415, delle maestre, di 378, degli 
insegnanti nelle scuole miste, di 355! -Nessun fac- 
chino, in media, guadagna meno di 600 (ire l' anno. 

— Andiamo! disse la Nene sotto voce, toc- 
candomi un po' de! «ornilo; è tardi, e io devo 
fare ancora un nel giro. 

— Hai ragione, risposi: parliamo. 
Cammin facendo la ragazza mi domando quale 

de' due signori che m' aveano condotto a vedere le 
pitture del Tolmezzino, fosse il maestro De I.ena. 

— Quel grasso, risposi, quello là che ha i 
capelli lunghi di color misto. 

— Quello che ha il cappello ad ali larghe, 
alla calabrese? 

— Appunto. 

— Che originale 1 osservò. 

— Vuol dire, eh' egli pensa col suo cervello, 
!e dissi. Per me ho più fede negli originali che 
nelle copie. 

Ed è vero. Tutto ciò che non è originale, 
> non ha almeno qualche cosa di originale, 
■ni pare indivìduo d' una monotona fantasma- 
goria di scimiotti. Ed io odio i setmìotti per- 
chè m' hanno l' aria dì essere la ridicola parodia 
■ lei!' uomo. 

La Nene che non potè comprendere il mio 
lagionamento, m' avrà forse creduto un sonnam- 
bulo, e perciò non rispose. 

Intanto eravamo giunti per buona via sopra 



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— 219 — 

NuHlà (lielra a Socchieve. Quel villaggio, non con- 
serva più traccie dei suo vecchio castello: ma è 
assai bello a vedersi. É più bella ancor;< è la 
plaga, per cui serpeggia la strada che noi per- 
correvamo. A desi™, a sinistra, e davanti, macchie 
di querele e di castagni i-tie ombreggiarlo pascoli 
e prati ridenti, e t' invitano a riposare. 

Sembra che l'arte ci abbia avolo mano; ma 
non è ehe l'opera della natura. 

Dopo un'ora di cammino ci trovammo sul ponte 
del Lumièi. 

— Che acqua verde! diesi alla mia guida. 

— Acqua cattiva, maligna, mi rispose; verde 
o gialla è sempre la stessa. 

— Fa male? le chiesi. 

— Malissimo, soggiunse. A chi ne beve fa 
venire la febbre, o dolori di ventre. E se taluno 
ha male alle gambe, gliele infistolisce. Benedetta 
l'acqua del Ta gli amen lo ! 

— Perchè? 

— Perchè è leggera, e medicinale, e guarisce 
facilmente le ammaccature e le piaghe. Eppure, 
veda : i due fiumi s' incontrano a pochi passi di 
qui. giù sotto il paesello di Nonta. 

Tre quarti d' ora dopo eravamo giunti ad Am- 
pezzo, avendo pigliato una scorciatoia pei prati. 
Tutta la gente era sparsa pei campi o pei prati 
a fare la raccolta. Alcuni con lunghe aste sbattac- 
chiavano dall' allo dei rami le noci. 



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- 220 — 

È questo il luogo opportuno di dire a' mici 
lettori non friulani, che la Carnia d.i delle nnci 
e dei fagiuoli meritamente famosi; onde accade 
spesso che SÌ vendano pressoché il doppio dì 
quelli di altri paesi, Noto queste specialità affin- 
chè, conoscendole, a un bisogno possano le mie 
lettrici farne provvista. 

Anche Ampezzo (0 giace sopra uno di quegli 
altipiani di frese» verdura, nei quali una volta 
entrati non si saprebbe più come uscirne, come 
scrive la signora Anna Stratilini. Sede di Com- 
missariato e di Comune, in situazione favorevo'e 
e amena, ha I" aspetto d' una graziosa borgata: 
ma considerala d' appresso non ha nulla di no- 
bile, se eccettui il paJsjao.De Nigris e poche 
altre case civili. Buoni alberghi non ve ne sono. 

Entrai in un'osteria e vi chiesi da pranzo e 
una camera per la notte. Unico avventore stabile 
di queir osteria era il Commissario distrettuale, 
con cui mi trovai a pranzo e passai parte della 
giornata, che mi sarebbe altrimenti parsa noiosa. 
La sera la passammo in casa dell' avvocato signor 
lieorcbia-De Nigris, ricco proprietario di questo 
paese, sopranominato il Duca di Ampezzo. Quivi 
ho saputo per filo e per segno la storia di Ga- 
briella, essendo ella siala la prima istilulrice delle 

■i; romice :i<'i ^h^m;. ,.,,„ 155 ertovi e 5 rj 
iillfeve, TOB>posto dalle fctikini di Gltris e Ywìtois. 



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_ 221 — 



Gf>lio MV avvocato. E un'altra storia ho rapiti", 
quella di Zucca. 

Ln sera prima ch'io partissi per !a Gamia h.i 
salinaio a Udine la signora Slraulfni. 

— Dove andate? mi chiese. 

— In Gamia, risposi. 

— So giungerete in Ampezzo, salutatomi 
Zacca. riprese. 

E glielo promisi. 

Infatti ho voluto informarmi di questo giovane 
elle servi di soggolo n un bellissimo racconto di 
quella valente scrittrice: tìd ecco ciò che ne seppi. 
Ai tempi di Gabriella, cinque o sei anni fa, vi- 
veva in Ampezzo una giovane signorina, beila, 
vispa ed eterea che si chiamava Annetta. Que- 
sta 1 s' era collocai» presso un» famiglia signo- 
rile vennta a stabilirsi temporaneamente in quei 
paesi, come semplice istitulrice. Ha la sua grazia 
e la stia bellezza facevano girar la testa a tulli i 
giovani dei dintorni. Conscia del suo potere sr> 
vrano, ella si compiaeeva di vederseli girare at- 
torno, e mirava, più che altro, ad ingentilirne 
t'animo. Zacca giovanotto ruvido e sgraziato di 
appena tre lustri resió ammaliato dai vezzi della 
vaca fanciulla, o non poteva staccarsene. Si sa- 
rebbe gettalo nel fuoco per lei. È curioso il mu- 
lamento in esso avvenuto dopo che l'ebbe cono-' 
sciuta, e se ne fanno ancora le maraviglie lassù: 
giacché di rozzo, tristanzuolo e inerte che era. 



Tf l pZ ' a rEy Google 



egli divenne eoli' avvicinarla, trattabile, buono, e 
servizievole. Xé si trova per que' monti un bal- 
lerino abile come lui. 

La maga che operava siffatti prodigi era ì' a- 
mica intrinseca di Gabriella, la stessa Anna 
Stradini 1 

Zacca è presentemente un bravo boscaiuolo, 
e della sua maestra si ricorda come d' un essere 
sovrumano. La signora Straulini ha dato a Zacca 
3nehe una sorella; ma questa creatura non ha 
nulla che faro eolla sorella vera che il giovane 
montanaro ha. È un tipo ideato secondo verisi- 
miplianza. non descritto secondo verità dalla no- 

La sorella vera di Zacca. che io aveva sosti- 
tuito alla Nene nell'ufficio di guida, é tutt' altro 
che seducente. Ella mi si fece avanti a passo lento, 
lavorando uno scarpòz(ì), e lenendo gli occhi 
fissi nel suo lavoro. 

Sebbene fosse quella la prima volta ch'io ve- 
deva lavorare in questa specie di ciabatte, pure 
la manifattura non m' era nuova. Chi ha veduto 
earnielle ha veduto necessariamente anche scarpai, 

il) Là scurpàs è una pappucein fatta (Writafilì ili 
[mi™ vecchio, per lo più nero e forte. Ih cui suola 
"pure rìi panno, ■vien cucita c ì iriii'ib. e addoppiata e 
impunta in morto, che possa n lunco resistere senza in- 
cornisi. Ogni nonni carnirn deve sapersi fare i suoi 
scarpài ; e qualcheduna ne lavora di alaggi "tini mi. 



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perchè nessuna donna di Carnia ad eccezione 
delle signore, sia nel proprio paese, sia fuori, va 
sprovveduta di tal calzatura. 

Il signor Beorchia mi additò la sommità d'un 
colle, dov' era il castello di Ampezzo. É a circa 
un miglio dal villaggio e chiamasi tuttavia il 
Cia-'tdlar.. 

Mi disse poi die nei dintorni, cioè nella valle 
del ragliamento, vi sono due piccole valli rimar- 
chevoli per alcune particolarità: il Rio di Donna, 
e il Rio Negro, Il letto de! primo è tutto sparso 
di marmi screziali a vari colori, e perfino di 
grossi blocchi onde si potrebbero fare dei lavori 
in grande. Nel secondo casca l'acqua del così 
detto Fonlanom , la quale a certe epoche pre- 
senta dei fenomeni curiosissimi. Si afferma, per 
esempio, che quando è burrasca in mare il Fon- 
tanone non solo cresce ma getta anche fuori 
arena e conchiglie. Se la fama è appoggiata alla 
verità sarebbe cosa ben degna di essere studiata I 

Ampezzo cfìiiminviisi :m li nolente con parola 
cimbra Ampox (Incudine) e nel 7fi2 è nominato 
latinamente in ima carta di donazione, in cui è 
scritto che i figli d' un Duca del Friuli regalarono 
ai Monasteri di Sesto e di Salto: msas in Carnia 
in irà) Ampitio. 

Ih qua dal Lnmiei, fra settentrione e levante, 
pendono da un' erta i duo villaggi di Yullois, e 



— 224 — 

Oltris, frazioni che appartengono ad Ampezzo. Di 
Oltris è fallii parola nell'investitura di un marnati) 
data dal patriarca Gregorio di Moutelongo a Gio- 
vila di Ampezzo. 

ta sorella di Zaeca si accinse all' impresa di 
condurmi a Sauris. 

Non c' é luogo più montagnoso di questo, in 
Gamia, né più lontano dall' umano consorzio. Sia 
che ci si vada da Sappada, da Mione, da Ampezzo, 
o da Forni, tra i quali paesi è compreso, non ci 
si arriva in meno di quattro ore. Noi seguiamo 
per tre quarti di strada la valle del Lumiei, die 
lasciammo a sinistra quasi in faccia a Bio Storto, 
presso la frazione di Maina. 

La Saurìa giace propriamente fra i monti Sol- 
vette e Morglmndleit che la stringono da mezzo- 
giorno e settentrione, il secondo de' quali è cu- 
rioso pei laghi, end" è bagnata la sua sommità. 

— Sapete parlar tedesco? ini chiese ia mia 
guida. 

— Diserei a mente, risposi: perché? 

— Perchè a Sauris lutti parlano questa lingua, 
perfino i hamhini di due anni. 

— Che meraviglie! Ma intendono anche l'i- 
taliano? 

— L' italiano di Gamia, si, continuò la donna, 
ma l' italiano di Venezia nò. 

(1) Un manso risponde a 25 campi di terra. 



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— «5 — 



— Ebbene, parleremo tedesco, replicai. 

Intanto giungemmo a Sauris (Ij ili sotto, ù\t& 
dista appena di mera' ora da quello di sopri, 
dov' è I' antica parrocchia. Nella ehiesa del primo 
c' é la reliquia di Sani' Osvaldo Re di Nortum- 
hertandia, per cai la diitisa strusa é ^venuta uh 
celebre santuario, mota di lunghi e frequenti pel- 
legrinaggi. 

La reliquia consiste iteli' osso d' un dito pollice 
del santo, ed è fama che sia stata portata in 
Tamia da un soldato che l'ebbe da S. Angilberto. 
aitate di Cernala, sul finire del 700. al quale 
era stata consonala dal patriarca S. Paolino. 

(1 fatto sta che la falange di questo dito ac- 
quisto subito gran credito nei dintorni, e che 
vennero poi sempre a visitarla i devoti, anche di 
lontani paesi, come s'é detto. 

Si sottintende poi che per virtù di quella re- 
liquia s' operarono molti e grandi miracoli. 

Daniele de Rubeis, vescovo di Caorle e Tirano 
generale del patriarca di Aquileja, essendosi con -. 
vinto co' suoi occhi che S. Osvaldo nella ehie sa 
di Sauris ■ opura cotiiiianarnhit" in*ffi'>ili miracoli 
a prò di t'itli q-f.lli elfi ftìr h forti infermità a 
lui ricorrono divatammte, • (sono sne parole), con- 
fi) Comune tto ili fi pìri'oli; trazi.nii 'Saarls di sotti), 
ili sopra, Utós. Veld, La Maina, Mail., o.m smini. 
47 scolari, 16 allieva. 



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w 

— 227 — 

D' onde è venuta in Sauna questa colonia di 
Teutoni ? Nessuno lo sa ; si sospetta però comu- 
nemente, e non saprei dire con quanta ragione, 
che abbia avuto la sua origine da qualche fami- 
glia di minatori. Per me non sono che Cimbri i 
quali si dispersero per le Alpi, dopo una grande 
sconfitta, come suppongo sia avvenuto a quelli di 
Asiago e di Sappada. 

La Sauria nel I.HS apparteneva a Folchero 
di Savorgnano, il quale il il agosto di queir anno 
stesso la diede in feudo a Mattiiisso di Moimacco, 
come apparisce da un documento del Bianchi <{). 

Uscito di Sauris superiore e rientrato nella 
valle del Lumiei presso !' imboccatura del torrente 
Telempechte. seguii il corso del fiume sino a! 
Rio Pìscaitda. Quivi con arditezza da montanaro 
presi la risoluzione di scavalcare una catena di 
montagne, quasi inaccessibile, che ha il suo apo- 
geo sulla vetta di Cìapummn. Isasso de! sapone! 
e di venire a Forni senza rifare alcun (ratto deila 
strada già percorsa. Infatti tirando sempre a mez- 
zogiorno, e lasciandomi a destra quella vetta, per 
boschi, prati, e fratte, venni a Forni di sotto con 

fi] Vorrai richiamare V «ttnnrinne M sia. Ministro 
iteli' Jstni7ii>nr PitiiUifii stsi p'i'/.k'^i lìnirintfili rumi] li 
<hl Bianchi . ?on(i I.XV11I grossi volumi marnisi" ritti 
dm pnr bnona siri/' si rrmnrno niirm-n presso In fnmi- 
irlio RmnHii. a Pnitroipo fi iln sperare ohe rinri pren- 
dano la via di Vienna come si va già bucinando. 



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— 228 — 

Granile stupore (iella mia guida clic fra il monte 
Priva e il llancolin, drive il sentiero strettissimi) 
rasenta l'orlo d'un precipizio, si teneva proprio 
perduta. 

Questo punto che fece venire la pelle d' oca 
alla sorella di Zaeca, si denomina il brut Piiss. 
Dio ce ne guardi ! 

I due Forni (I) sono bei paeselli, e quali non 
si spererebbe di poter vedere in luoghi fuori del 
inondo, a siffatta allega. Tra Sauris di sopra e 
Forni di sotto, però c'è una gran differenza di 
livello, trovandosi quella » 1254 metri, questo 
a 771. Forni di sopra è 148 metri più in su. 

donati, o ceduti, sia dai duchi che dai patriarchi, 
ora a conventi, ora 1 a feudatari; ma la famiglia 
dei Savorgnani n' ebbe pili a lungo di altri ii 
possesso. Perciò acquistarono l' aggiunto di Sa- 
vnrgmni. 

Dell'antichità loro fanno fedo' pubblici docu- 
menti, uno dei quali del 778, che è flna carta 
di Masselione duca del Friuli, per cui egli Io 
donava alla chiesa della badia di Sesto. 

Nel 1254 il patriarca Gregorio di Montelongo 
investi a feudo retto e legale il suo portinaio 

(1) Forni di sopri cnmuno Hi ISSO abitanti ma 1111 
scolari. — Ila due frulloni, Olla e Ami r:i7i:i. — 1[ 
Comune rii Forni di vdU, colle fi-azioni di freddi» e 
Vico, ha 1844 anime e 9? scolari. 



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Buggeri di sette munsi e mezzo, posti nel terri- 
torio di Forni (.1) 

E cosi li vediamo passare di proprietario in 



gidi sembrano per lo meno strani. Onde, sebbene 
posti entro i coofini della Carnia questi due co- 
raoni furono a lungo considerali come possessi 
di famiglie feudali. 

Non fu che alla caduta della Repubblica Ve- 

Due ore di cammino sopra Fornì, e precisa- 
niente sol monte Maura nasce il Tagli a mento. II 
qua! Mauria è lo sparti-acqua tra la valle carnica 
*■ quella del Piate. È appunto per la Manria, ap- 
piè del moute, die si passa per buona strada 
della provincia del Friuli a quella di Belluno. 



(1) La tradij-inno impoliii-f dei Selle ÌUasisli /Mnn- 
sìslij è tuttora viva a fami di sotto. Credesi ani eh* 
il villaggio sin «ti i to fornli't» da loro. 



I v 



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Il Ritorno. 



Ripostomi in via da Forni di soli» per tor- 
narmene ad Ampezzo venni per Freddo alla Chiusa. 
Questo è un punto orridissimo, nel quale dalla 
strada, dominata a settentrione da scoscesa rupe, 
si vede appiombo sotto un altro precipizio il letto 
del Tagli a mento. 

— Che orrore disse la mia guida a un le- 
gnaiuolo seduto sai m u ricci uolo ; e non c'è peri- 
colo di cascare? 

— Sicuro che c'è, rispose il Fornese, per que- 
sto lo chiamano il Passo della morte. 

— Brutto nome! gli dissi io. 

— Brutto; ma ben applicato, continuò il con- 
tadino. Anche del 48 vi morirono parecchi Au- 
striaci! 



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— 231 — 

— Come? T avete forse difeso contro gli 
Austriaci? 

— Si; e in che mòrto! Gli Austriaci che ce 
nìrnnn dalla Carrtia li) furono tenuti per lungo 
tempo di là della Chiusa, e non poterono supe- 
rarla che a tradimento. Noi però avevamo por 
ausiliari i Ca donni. 

— Me ne consolo! gli feci. E lo Lisciammo 
che gongolata ancora di gioia. 

Ad Ampezzo non ci fermammo che pochi 
istanti, tanto per riprender fiato. 

Prima di ripassare il ponte del Lnmiei. predai 
la mia scorta di nominarmi a dito i villaggi sparsi 
sulla costa di là dal fiume in faccia a noi. 

— Il primo sopra di noi, a sinistra, è Luneis, 
mi disse, questo più sii a destra è Dìlignidis, 
l'altro un no piti sii ali' altezza, e quasi di ri- 
scontro ad Ampezzo, é Feftronc. 

— Feltronet 

— Si: nerchè se ne maraviglia? 

— Perchè conosco, ed ho visitato, un Monte- 
feltro, sono quasi nativo da un Feltro: non mi 
mancava che di vedere un Feltrone. 

— Dicono che Feltrone sia molto antico se- 
guito la donna. Infatti i nostri vecchi affermano 
che c'era un bel castello, lassù. 

(lì Quelli Hi Forni non ri tenonno per mrnielli: e 
quando passano la Chiusa dicono di andare in Curnia. 



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— 232 — 

— Ed ora? 

— Ora non vi son più che le rovine. 

Seppi dappoi che un Gerardo. Signor di Fel- 
trale, si trovava nel seguilo dell' Imperatore Carlo 
IV, quando questi, nel 1334, con sua moglie o 
«ol fratello Patriarca, si recò ad Udine. 

Giurili sopra Nonta chiesi alla mia guida clip 
paeselli fossero quelli che ci slavano sopra, alla 
nostra sinistra. 

— Viano, mi rispose e più sii, Frtris e Tor- 
timi; ma queste due sono [razioni di Enemonzo. 

— Midm, Liimjis, Diligmdis, Pr.fStó, Tonimi ! 
Quanto sono curiosi e poco ilaljani codesli 

nomi] 

Entrato nell' osteria di Soccliieve ci trovai il 

signor M maestro privato di (grazio e di un 

suo cugino. Quanlo è diffìcile incontrar dei gio- 
vani hene istituiti nei diversi rami dell' insegna- 
nienti, liceale come i due .cugini R .. ., lauto è più 
raro ancora l' imbattersi in nn maestro enciclopedico, 
profondo conoscitore delle lingue classiche, e «Ielle 

scienze, come i! M In quest' uomo non c' è 

nò belletto, uè vernice. Non è uscito infarinato 
di polvere « scintillante di lustrini. da un'Acca- 
demia, nella quale in due o tre anni si ha la 
prelesa d'infondere negli allievi la quintessenza 
di lutto lo scibile umano. Egli non ha studiato le 
Brgue iwip.ar;i(e «1 nuovo metodo, ne ennasm 



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— 233 — 

guari sanscrito. Ha fatto studi modesti, sa, e 
scrive bene il greto, il Ialino, l'italiano, filologo 
accuratissimo; e gli riesce facile togliersi dalla 
vita rachitica del presente, trasportarsi coli' anima 
in Atene od in Roma, e vivere, come il Leopardi, 
la vita degli antichi, sentendo e parlando confessi. 
Rispetto alle scienze fisiche e naturali però, egli 
respira il presente, e della filosofia insegna sol- 
tanto quello, di cui è certo; non volendo erig- 
ere a scienza I" impostura, né scambiarla colla 
teologia. 

In conclusione il M . . . . è un uomo intiero, 
colle sue virtù e co' suoi difetti, amico dì Mi- 
nerva e forse anche di Bacco, senza fumo e senza 
ipocrisie, un vero originale. 

1 suoi scolari però hanno di lui grandissima 
stima, perchè si accorgono che Sorretti dalla sua 
mano vanno sicuri alla conquista delle piò pre- 
ziose agnizioni. 

Ghi è quel signore di mezza età coi ca- 
pelli a zazzera e col «olio un po' grosso? mi 
chiese la sorella di Zacca, additandomelo. 

— È un oravo maestro, risposi. 

— Sarà anche buono, replicò ; ma io non sa- 
prei proprio che farne. 

-*• £ chiese licenza di andarsene. 
Lo diedi la mancia e I' arrivederci. 
Non so se la sorella di Zacca abbia la pre- 
sunzione di esser bella, so però die esserlo 



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- 234 — 

stiit» quasi (lue giorni con me, non m' è mai ca- 
duto in pensiero eh' ella potesse esser donna. 

Salutati il De Lena e il 31.... posi lt mia 
valigia e me sovra un carro e mi feci trascinare 
per Enemonzo a Villa Santina. 

Dall' alto del carro ho potuto considerare a 
mio beli' agio la costa meridionale della catena 
dei colli e dei monti della sponda sinistra del 
Tagliamento, e stupirmi della noncuranza agricola 
dei socchievesi, i quali tutte quelle rive potreb- 
bero porre a vigneti e le lasciano invece a pa- 
scoli e a fratte. 

Alcuni con mal consiglio coltivano delle viti 
lungo la via, troppo alte da terra, e in sito 
non soleggiato; e n' hanno poco frutto, e scorag- 
giamento per sé e per altri. 

A Villa ebbi la notizia del disastro diSèdan, 
e della prigionia dell' Imperatore. È strana ]' im- 
pressione prodotta in me da quella notizia. Dapprima 
non la potevo comprendere, poscia il fatto mi parve 
una viltà, o un tradimento. Chi sapeva allora che 
i cannoni Krup dei Prussiani tiravano da cinque- 
cento a mille metri più che quelli dei Francesi, 
e che intorno a Sèdan ve n'era un migliaio? 
Chi credeva i generali della gran Nazione tanto 

incauti, o tanto ignoranti? Ma nel fondo del 

mio cuore ebbi a provare un sentimento d' io- 



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— 235 — 

finila pietà, non pei Francesi, come francesi, che 
avevano stoltamenle essi stessi provocalo la lotta; 
ma per t' umanità che in loro e nei Germani an- 
dava orribilmente soffrendo. Avrei voluto che a 
questo punto i Tedeschi, ormai sicuri delta loro 
incontrastata unificazione nazionale, avessero ri- 
sparmiate altre vittime, altre spese, altre inevita- 
bili calamita. Nel saper vincere, e non stravin- 
cere, parmi che sia il segreto della sapienza po- 
litica, che rende durevoli i benefici delle vittorie. 



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\\\\t! 



Eravamo hi stessa compagnia del di che si 
venne in Cam ia, e ne uscivamo a piedi per ve- 
dere il lago di Gavazzo. 

Di sotto di Tolmezzo seguimmo un sentiero 
che passa rasento la Fabbrica dei Linussio, per 
la quale nel principio di questo libro abbiamo 
udito perorar con tanto calore il nostro vecchio 
cicerone; e scenilt miin: per un ciglione bronchioso 
sulle ghiaie larghissime del 'ragliamento. 

Arrivati presso il fiume, ci convenne aspet- 
tare la barca e il commodo del passatore; giac- 
chi ponte non ce n' è. Infatti il nostro Tarmile 
nini veline cho do]>o motti fischi, e se^ni lele- 
(.'■■afici, e lungb^ chiamale, e altre ronucosc di- 



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must razioni d' impazienza falle da noi. 0 da^i 
Domìni c!ie s'erano adunali sulla stessa riva |»-r 
attendere il passaggio. 




in» 



gnis le rovine d'un castello, che nel 1323 appa 
teneva ad un Zuito, signor di questo paese. 

Oltrepassato il letto asciutto del torrente Fae 
o ritiratili;! sull'eminenza di Pjseolle, ci rivi 
gemmo indietro per dar I* ultima occhiata, e I* i 



Pietro; e alla nostra destra, appoggiato alle falde 
della Mariana, il paesello di Amaro, comune ili 
968 abitanti situato fra Toiniezzo e il ponte del 

(1) Ha 60 scolari, 191 emigranti. 

(2) Villa, Cliiairis, Clnuuli?, Intisatis, ron 104 sco- 
lari, e 172 emigranti. 



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— 238 — 



Fella(l); presso ii qua) villaggio c'è pure un 
monte denominalo Feltro ne (2). A sinistra avevamo 
tutta la valle del Tagliamento. già da noi percorsa. 

Anche veduta da questo lato la Gamia pro- 
senta un panorama d'una bellezza indescrivibile, 
tuttoché rotta dalla larga striscia argentea e sab- 
biosa del Taglìamento e del suo letto. 

Le montagne che serrano da mezzogiorno fa 
Carnia e la dividono dal resto del Friuli, venivano 
alla nostra sinistra in questo ordine: presso a 
noi Monle Very.egnis. più in la Monte Valcalda, 
e di seguito. Monte Resto, Monte Majarda, Vetta 
Fnrnecia, e Monte Premaggiore che è quasi at 
confine del bellunese, rimpetto a Forni di sopra. 

Noi continuammo il cammino, e ci togliemmo 
dal versante settentrionale di quella catena, elio 
al sud di Cavazzo si perde in piccoli colli di 
ossatura calcarea: e dopo un'ora di strada si 
venne a Cesclans, ultimo comune meridionale 
della Carnia (3). 

'tr) I™ luminello senni frazioni. Ha bS scolari e 154 



ili ossomi-inno. Vi sono, vorln>l'MÌa, (Ine torrenti Or- 
tegliizio, duo monti Durone, due Vafcnlde, molte Forche, 
due P-ii Yiiiniliìi, (ine paeselli Viltà, due Feltrone ecc. 

(3} Colmino ni 725 iinime fornnln iWle frosoni di 
Osrhns Somplsgo e Mena, con 45 scolari, e 135 
emigranti. 



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— 130 — 

É il villaggio di Cesia»* sul picco d'una rupe, 
a sctlentnone d' un bel lago, che, dal punto in 
cui si trova la chiesa, si scorge tutto per fa lun- 
ghezza di tre chilometri, fino appiè d' Interneppo, 
adorno dalle horgatiiie di Somplago e Mena. É 
un delizioso colpo d' occhio quello di questo lago, 
e non so ancora darmi pace, perchè, dominato 
eom' è da Cesclans, e appartenente in parte a 
codesto comune, in parte a quello di Bordano, 
ohe è molto più sotto, nel distretto di Gemona, 
s'abbia a chiamare Lago dì Cavazzo; tanto pili 
che Cavazzo, come ho sopra notato, appartiene a 
un altro versante. 

Eppure la ragione di siffatta metonimia ci sarà, 
e sarebbe forse pregio rìell' opera investigarla. 

Ma noi non possiamo occuparcene, che le 
signore avendo fatti i loro mazzetti di garofani 
selvatici, raccolti tra le fessure delle rupi, ci fanno 
cenno di metterci in viaggio; perchè il sole è 
molto alto e il cammino che ci resta a fare, as- 
sai lungo. 

Scesi nella valle tra cespugli e massi enormi 
costeggiamo il lago dalla riva sinistra per una 
via ingombra di grosse pietre, e prima di arri- 
vare in faccia ad Alesso, ci mettiamo a salire per 
una rupe verso Interneppo. 

Ed eccoci fuori della Carnin, dopo averla per- 
corsa dal Fella a Forni di sopra, che è la sub 



XX XX IH. 



Cria strana predizione. 

inlerneppo è un meschino paesuccio die non 
merita l'onore di venir visitato da chi che sia. 
È come un passo di transizione, e nulla più. Per 
questo non vi ci terminimi) punto, e conti- 
nuammo il cammino verso Bordano colla speranza 
di trovarvi un po' di refrigerio. Ma salita la riva 
che è al di quà di Interncppo, e pervenuti ad 
un piccolo piano, ombreggiato da molti alberi, il 
sole, la stanchezza, e il fresco del luogo, ci mos- 
sero invito a riposarci. 

Le signore si sdraiarono sulla fresca erbetta, 
Giovannino ed io ci diemruo ad esplorar i din- 
torni. 

la avevo fatto alcuni passi verso una bella 
pianta di noce, quando vedendovi sotto due gio- 
vanetto che raccoglievano delle noci : 



— 2i2 — 



— Volete vendermene alquante? dissi toro. 

— Non sono nostre, rispose una delle ra- 
gazze ; ma potete pigliacene ; non è vero, zio ? 

— Chi vuol noci? rispose unii voce dall'alto 
dell'albero. 

— Sono io, dissi, volgendo la parola e lo 
sguardo al nuovo interlocutore. 

Pigliatecene quante volete, continuò !a voce, 
ma i denari teneteveli : io non ho bisogno del 
sangue de' miei sudditi. 

— Che sudditi ? ossemi. 

— É pazzo ; secondatelo mi sussurò la fan- 
ciulla. 

— Di dove siete ? Replicò il pazzo, squa- 
drandomi. 

— Di Roma, risposi, cosi per burla. 

— È mia anche Roma, mormorò; ma. non 
mi ci hanno ancora chiamalo. Bisogna andarvi. 

— E quando vi andrete ? gli domandò il mio 
compagno. 

— Ai venti di questo mose, rispose, purchù 
ini vengano a prendere. 

(Notate che eravamo alla prima metà di set- 
tembre del 1870!) 

■ — E «e non vi vengono a prendere 1 

— Ci andranno da soli : ma già è lo stesso, 
continuò. 

— E il Papa ? 



— 243 — 

— Il papa son io, disse.- 

— E il Re ? 

— lo sono pure il re dei re, replicò. Tntte 
le grandi Potenze della terra si accordarono per 
farmi Sovrano universale. 

Nel pronunciare queste panile il pazzo s'era 
acceso in volto, e gettava dagli occhi lampi di 

cali, con in mano l' asta con cui aveva sbarac- 
chiate le noci, con una corona di foglie in testa, 
somigliantissimo pel viso, per la barba, pel ciuffo, 
aìl' idea che ci si dà di S. Pietro, quell'uomo ci 
parvo un essere ben strano ! 

— E che diceno di me a Roma 1 ci domandò. 

— Grandi cose, gli risposi, 

— Si eh? Tutti i giornali parlano delle mie 
ricchezze, e della mia potenza, proseguì ; tutte le 
città mi stanno aspettando. 

Noi ci guardavamo in faccia stupiti, non sa- 
pendo che cosa rispondergli, 

— Siete voi nuovi da queste parti? continuò, 
i quali non sappiate chi sia Candida Piazze,? 

— Che nome è questo? chiesi alia fanciulla. 

— È il suo, mi rispose, qneìlo di min zio. 
—■E non c' e pericolo ch'egli cada dall'al- 
bero, o faccia qualche altra stramberia? 

— No, no, replico. Egli non È pazzo che nel- 
l' idea di esser re: in tutto il resto ha regola 
e senno. 



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— 241 — 

— Non mi pare, ossemi. Noq vedi com'è 
vestito ? 

— Quanto a! vestilo, avete ragione, egli ha 
un' altra idea fissa, rispose. Io credo che da 
quarant anni in qua non ahhia mai mutato calzoni. 

— E perchè non gli vuol mutare? 

— Perchè le bestie non rimutano mai te loro 
vesti, ed egli vuole imitarle. 

— E quando le ha logore? 

— Se le rattoppa da sé, giacendo nel suo 
canile. É per questo che il suo vestito, mille 
volte rappezzato, somiglia a una pelle d' orso 
velloso. 

— È povero affatto? 

— Che dite mai? È il più ricco proprietario 
<ieì dintorni. 

— Davvero! E perchè gli lasciano 1' ammini- 
strazione ile' suoi beni? 

— Perchè non c' è ragione di dovergliela 
torre. Egli non getta via i denari, paga regolar- 

- mente le imposte, e non è molesto ad alcuno. 
Da parecchi anni si crede Tle e Papa, e ne è 
bealo. È questo un male? 

— Infatti, osservò qui Giovannino, perchè si 
dovrebbe fargliene un carico, se il suo regno è 
tanto pacifico, e sopra tutto incruento? 

Il Re d'Inlerneppo voleva caricarci di noci; 
poi. vedendoci partire ci gridò dietro: Ai 20 a 
Roma! 



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Se noi fossimo superstiziosi quanto sarebbe 
lecito esserlo in questa circostanza, crederemmo 



venìmento dell' ingrassa (Iti nostri a Roma ebbe 
luogo nel di preuisainenle accennalo da Candido 
Piazza. 



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INDICE 



Dc.lìea Eag. 3 

Proemio » "i 

I. Tcltucizu • 8 

II, In pi di corografia .... » 22 
IU. Uuu Santi. » 25 

IV. Znplio » 28 

V. Arte » 86 

VI. Lis ViUottia ....... • 4.1 

Vili. l,e mie coi " 104: cp ili liaDpn • f'2 

IX Palma t il suo famaesta - • » W 

K. Dn t'alai!» « l.igosullo ... » 63 

XI. I.ifrnsullo « fa hìetln jnt ... » 67 

XII. Paula™ e l'eremo del tii. Kami • 71 
SUL Storia di una strada . . «76 
XIV II Durone e Paolo il Cramaro . » 79 
W. U Re di Pleken » 87 

XYL Mjcuicioce » V'J 



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— 248 — 



XVII 


Il Re di l'leken 


Vii" "ù 


XVIII 


I <-"ljtr;iliitll(li 


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XXVIII 


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XXIX 




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XXX 


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• Ulti 








XXXII 


Tu BeCOlo vivente 


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XXXIII 


I.a Mini.™ o le Vipere . . . 


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XXXIV 


A ['errili 


» IS7 


XXXV 


UViLI-.i ■■: (..!;, 11(1 ini,,, .... 


» liia 


\xxvi 


l'nii salila n Lama . . . . 


• ]<;>-. 


XXXVII 


Villa Sani™ Guliriella. e il Se- 








» 505 


XXX Vili 


lla Villa a Euemonio .... 


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XXXIX 




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A Sucdiieve 


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» 241 




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